Glossario
Dizionario del nuovo umanesimo |
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| Termine | Definizione |
| Pacifismo | (dal fr. pacifisme der. di pacifique; cfr. lat. pax, pacis, pace e facere, fare) Principio morale e politico che riconosce la vita umana come valore sociale ed etico supremo e che vede nel mantenimento della pace tra i gruppi etnici, religiosi e sociali, tra le nazioni e i blocchi di Stati, il proprio ideale supremo. Prevede il rispetto della dignità umana, dei gruppi e dei popoli, e dei diritti umani in generale. Contribuisce alla comprensione reciproca tra persone di diverse culture e generazioni. Rifiuta la diffidenza, l'odio e la violenza. Il pacifismo è un atteggiamento di negazione della guerra e della corsa agli armamenti. Sin dalla prima guerra mondiale, molti tribunali in diverse parti del mondo hanno riconosciuto il diritto all'obiezione di coscienza, esimendo dal servizio militare i pacifisti e i membri di confessioni religiose che si oppongono alle armi e agli strumenti bellici. Gli obiettori di coscienza hanno anche promosso campagne per dirottare la percentuale di tasse destinata alla difesa verso l'istruzione e la sanità. Le idee di disarmo e di smilitarizzazione hanno ispirato numerosi movimenti antibellici che, spesso, non sono riusciti a raggiungere un accordo a causa delle loro diverse concezioni della realtà sociale e, a volte, a causa delle divergenze su temi particolari nell'applicazione delle loro tattiche di lotta. I gruppi pacifisti sono oggi in grado di organizzare fronti autonomi di base insieme ad altri gruppi favorevoli al cambiamento sociale (èfronte d'azione). |
| Paesaggio di formazione | L'ubicazione personale in ogni momento della vita avviene mediante la rappresentazione di eventi passati e di eventi più o meno possibili nel futuro, che confrontati con i fenomeni attuali consentono di strutturare ciò che viene di solito chiamato la “situazione presente”. L'inevitabile processo di rappresentazione di fronte agli eventi fa sì che questi in nessun caso possano avere in sé la struttura che si attribuisce loro. Quando si parla di paesaggio di formazione, ci si riferisce agli avvenimenti vissuti da un essere umano dalla sua nascita e in rapporto a un certo ambiente. L'influenza del paesaggio di formazione non è data semplicemente da una prospettiva temporale intellettuale formata biograficamente e da cui si osserva il presente, ma si tratta di un continuo aggiustamento di situazione in base alla propria esperienza. In questo senso, il paesaggio di formazione agisce come uno “sfondo” di interpretazione e di azione, come una sensibilità e come un insieme di credenze e di valutazioni con cui vivono un individuo o un generazione (ègenerazioni). |
| Paesaggio esterno | Configurazione della realtà corrispondente alla percezione dei sensi esterni valutata attraverso i contenuti specifici della coscienza. Poiché la coscienza è una struttura attiva e non un riflesso della realtà “esterna”, quest'ultima appare come “paesaggio” strutturato, non certo come somma di percezioni, né come struttura isolata delle percezioni dei sensi esterni. Il paesaggio esterno si sperimenta nella posizione della coscienza rivolta “verso fuori”, avendo come riferimento il registro periferico tattile-cenestesico (èpaesaggio interno). |
| Paesaggio interno | Configurazione della realtà corrispondente alla percezione dei sensi interni valutata attraverso i dati di memoria e attraverso la posizione intenzionale della coscienza che muta a seconda dello stato di sonno, di veglia, di emozione, di interesse ecc. Dal punto di vista psicosociale, lo studio del paesaggio interno di una società permette di comprendere il sistema di tensioni fondamentali di questa in una situazione data, e la configurazione di immagini articolate come credenze e come miti. Il paesaggio interno si sperimenta nella posizione della coscienza rivolta “verso dentro”, avendo come riferimento il registro interno del limite tattile-cenestesico (èpaesaggio esterno). |
| Paesaggio umano | Configurazione della realtà umana in base alla percezione dell'altro, della società e degli oggetti prodotti con significato intenzionale. Il paesaggio umano non è una semplice percezione oggettuale ma la scoperta di significati e di intenzioni in cui l'essere umano riconosce se stesso. |
| Paesi in via di sviluppo | Il gruppo di paesi in cui predomina la società tradizionale o che sono in transizione dall'economia preindustriale all'economia industriale e postindustriale. La maggior parte di questi paesi si trovano in Africa, America latina e Asia, nell'emisfero meridionale. Qui vive il 70% della popolazione mondiale e vi si concentra soltanto il 30% del reddito globale. Ciò testimonia l'iniquità dei rapporti economici internazionali e il ritardo economico-sociale dei rapporti sociali e del livello tecnologico della società in quei paesi. La responsabilità di quel ritardo ricade non soltanto sul capitale transnazionale che sfrutta quei paesi, ma anche sulle élite governative di quegli stessi paesi, che frenano lo sviluppo e ostacolano il processo di modernizzazione della società. Ma allo stesso tempo è necessario riconoscere che la produttività del lavoro nei paesi in via di sviluppo è bassa a causa dell'analfabetismo di gran parte della popolazione adulta, del livello inferiore di qualificazione dei lavoratori, del ritardo tecnologico e della mancanza o della debolezza delle basi scientifiche. Gli Stati d'Africa, America latina e Asia tentano di cooperare in aspetti regionali e a livello internazionale per accelerare il loro sviluppo collettivamente e per mezzo del dialogo con il “Nord”. La VII conferenza dei capi di Stato e di governo dei paesi non allineati (1983) ha approvato la dichiarazione sul sostegno collettivo ai paesi in via di sviluppo e il programma d'azione di cooperazione economica. All'interno della conferenza dell'ONU per il commercio e lo sviluppo, fondata nel 1964, opera il comitato per la cooperazione economica tra i paesi in via di sviluppo. Il Gruppo 77, creato nel 1964 dai paesi d'Africa, America latina e Asia, tiene dal 1977 riunioni dei ministri degli esteri durante le sedute dell'assemblea generale dell'ONU. In Giappone si è tenuto nel 1996 il seminario di dieci paesi latinoamericani e asiatici (Argentina, Brasile, Colombia, Cile, Messico, Malaysia, Tailandia, Hong Kong, Corea del Sud e Giappone) in cui sono stati esaminati i rapporti economici tra Asia e America latina. |
| Paesi sviluppati | Gruppo di paesi d'America, Asia, Oceania ed Europa che si segnalano per l'alto prodotto interno lordo procapite, per la longevità della popolazione, per la bassa mortalità infantile, per l'alta qualità dell'insegnamento (circa 14 anni di istruzione per ogni persona occupata), per l'alto livello della produttività del lavoro e del volume della ricchezza. Questi paesi detengono la maggior parte delle invenzioni e dei brevetti, delle scoperte scientifiche e degli investimenti scientifici; la maggioranza delle spese nei settori dell’informatica e in quelli dell’accumulazione di capitali; il predominio delle merci di uso prolungato e di servizi a pagamento connessi con la struttura familiare. Nella struttura economico-sociale di questi paesi predominano le società anonime, soprattutto grandi corporazioni transnazionali che controllano il mercato. Questo gruppo non è omogeneo. Tra i paesi che ne fanno parte, accanto a quelli più avanzati si osservano quelli meno sviluppati, per esempio la Grecia. Nel 1960 è stata fondata l'OCDE, Organizzazione di cooperazione e di sviluppo economico, con sede a Parigi. Si tratta di una organizzazione intergovernativa formata da 24 Stati, soprattutto europei, che ne coordina la cooperazione economica. Dal 1975 si realizzano incontri annuali dei capi di Stato e dei governi dei paesi più ricchi: Francia, USA, Inghilterra, Germania, Giappone, Italia e Canada (dal 1977 agli incontri partecipa il rappresentante della Comunità europea e dal 1995, con qualche restrizione, il presidente della Russia). Dal 1966 si tengono incontri asiatico-europei dei leader di quindici Stati dell'Europa occidentale e di dieci Stati asiatici, tra cui Giappone, Cina, Corea del Sud, Singapore, Tailandia, Malaysia, Indonesia ecc. |
| Partito politico | (dal lat. partire, dividere; dal lat. politicus, cfr. gr. politiké tékhne, l'arte del governare) Collegamento tra coloro che perseguono lo stesso interesse o condividono la stessa opinione. È una forma di organizzazione politica che lotta per ottenere posizioni determinanti nell'esercizio del potere statale. Le condizioni dell'attività dei partiti politici dipendono dal regime politico esistente in un determinato paese. Il sistema partitico è determinato dal sistema elettorale dello Stato. Il sistema partitico moderno si forma negli Stati dell'Europa occidentale e d'America nel XIX e XX secolo e abbraccia in pratica tutti gli Stati del mondo. Negli Stati totalitari il sistema del partito unico (monopartitismo) è usato come strumento principale della mobilitazione sociale e della repressione. In alcuni Stati autoritari i partiti politici sono proibiti, in altri hanno vita effimera e incerta. La democratizzazione della vita politica e sociale è accompagnata dall'allargamento delle funzioni dei partiti politici, dalla democratizzazione della loro organizzazione interna e del loro funzionamento. Tuttavia, il pluripartitismo non può essere considerato come criterio decisivo della democraticità del regime politico, sebbene sia uno dei tratti caratteristici necessari. Negli Stati democratici i partiti politici generalmente hanno tra i loro iscritti non più del 5% dei cittadini. La maggior parte degli elettori non milita in nessun partito e le sue simpatie politiche variano da una elezione all'altra. Attualmente la crisi della democrazia riguarda anche i partiti ed è accompagnata dal disinteresse e dall'astensione dei cittadini al voto. Nella società dell'informazione le funzioni del partito politico si vanno riducendo, e questo cede il proprio posto ai club e ad altre forme di organizzazione che si caratterizzano per l'assenza di affiliazione fissa e di una rigida disciplina di partito. I tratti specifici del partito sono: comportamento politico, dottrina, principi e norme organizzative, stile e metodi di attività. Tutto ciò si riflette nel programma, nella piattaforma e negli statuti del partito. I partiti dispongono di simboli specifici, e così pure di inni. Generalmente, hanno loro organi di diffusione. |
| Paternalismo | (der. di paternale, sul modello dell'ingl. paternalism; cfr. lat. pater, padre) Dottrina che considera gli imprenditori e i salariati come soci della stessa impresa e raccomanda tutta una serie di misure amministrative, sociali, economiche, tecniche, culturali, psicologiche ecc. per garantire la “pace sociale” e presentare gli industriali come unici garanti di questa pace. Particolare attenzione tra queste misure si presta alla partecipazione dei salariati agli utili dell'azienda mediante la distribuzione di azioni di minoranza tra i salariati stessi, in base ad alcune condizioni specifiche. Un'altra misura importante consiste nella riqualificazione sistematica gratuita del personale per innalzare la produttività del lavoro e la qualità delle merci e incrementare così la competitività dell'azienda sul mercato. Il Nuovo Umanesimo critica il punto di vista unilaterale di questa dottrina e il suo egoismo di classe e lo fa dalle posizioni del solidarismo, che dà importanza alla qualità umana di tutti gli attori della scena sociale che devono avere uguali diritti e doveri corrispondenti (èproprietà del lavoratore). I salariati hanno il diritto di partecipare effettivamente alla gestione dell'azienda e di controllarne l'attività, nei limiti della loro competenza, oltre a partecipare agli utili. I salariati, al pari degli imprenditori, hanno diritto di organizzarsi liberamente e di difendere i loro interessi. Per questo, il Nuovo Umanesimo respinge la dottrina e la pratica del paternalismo come una variante della discriminazione sociale, anche se ammette alcuni procedimenti concreti tendenti al raggiungimento del patto sociale tra imprenditori, salariati e Stato, nel rispetto delle norme internazionali. |
| Patriarcato | (dal tardo lat. patriarchalis, cfr. gr. patriá, stirpe e árkho, essere a capo) Organizzazione sociale primitiva in cui l'autorità è esercitata da un uomo capo di famiglia; questo potere si estende ai parenti, anche lontani, di uno stesso lignaggio. Si intende per patriarcato anche il periodo in cui predomina questo sistema. A differenza del matriarcato, in questa organizzazione il grado di parentela è determinato per linea paterna. Questo sistema si afferma con l'allontanamento della donna dalla sfera della produzione dei beni e con il concentramento dei suoi sforzi nelle faccende domestiche. Ciò coincide con il passaggio dalla tecnologia di adattamento alla tecnologia di trasformazione, all'uso del rame e alla divisione tra agricoltura, allevamento del bestiame e alla differenziazione dell'artigianato. In tutti questi lavori, il peso fisico maggiore ricade sugli uomini, e ciò conduce al mutamento delle forme di famiglia. In seguito, il patriarcato viene sostituito dalla civiltà quando l'età del bronzo cede il posto all'età del ferro, quando sorgono la scrittura e lo Stato. Tuttavia la struttura di dominio da parte degli uomini continua, nella discriminazione della donna negli ambiti della gestione e della decisione nel mondo del lavoro e nello Stato. In tal senso, la società attuale prosegue secondo tratti nettamente patriarcali pre-civili. |
| Patriottismo | (dal fr. patriotisme; cfr. gr. patriótes, der. di pátrios, dei padri, patrio) Sentimento affettivo riguardante il territorio natale e la disposizione a difenderlo da attacchi esterni. Alla base di questo sentimento vi è la tendenza biologica a marcare il territorio in cui si abita e a proteggerlo da intromissioni estranee. Nel periodo di formazione degli Stati nazionali in Europa occidentale, nel XIX secolo, questo sentimento, umanizzato dai movimenti di liberazione nazionale e sociale, ha contribuito al consolidamento degli Stati nazionali. Ma a sua volta spesso degenerò trasformandosi in sciovinismo, come si manifestò, per esempio, nelle guerre napoleoniche, in alcune guerre balcaniche, nella guerra della Triplice alleanza tra Argentina, Brasile e Uruguay contro il Paraguay, nella guerra del Pacifico tra Cile, Bolivia e Perú. In seguito, questo sentimento patriottico delle masse è stato sfruttato dagli imperialisti durante la prima e la seconda guerra mondiale. Questa speculazione, volta a scopi mostruosi, risultò evidente nelle conquiste imperiali e in altri delitti dei regimi di Mussolini, Hitler e Stalin. Attualmente il sentimento patriottico nasconde spesso i delitti più abietti commessi nei “conflitti locali” in India, Etiopia, Somalia, ex Iugoslavia ed ex URSS. Gli umanisti amano le loro patrie, ma condannano le speculazioni e la èmanipolazione del sentimento patriottico, che conducono alla xenofobia, al nazionalismo e al razzismo e che finiscono per innescare conflitti sanguinosi. |
| Percezione | (dal lat perceptio, -onis, der. di percipere, percepire, frequentativo di capere, prendere) Azione ed effetto di apprendere un fenomeno per via sensoriale, sia da parte di sensori esterni sia da parte di quelli interni. I sensori esterni configurano i sensi della vista, dell'udito, del gusto, dell'olfatto e del tatto esterno; i sensori interni configurano la cenestesia, la chinestesia e il tatto interno. La psicologia atomista ha preteso di scomporre le percezioni in sensazioni e ha ritenuto la coscienza come un recettore passivo di stimoli provenienti dal mondo esterno. Oggi, la èpsicologia umanista considera la percezione come una struttura dinamica di sensazioni in cui la coscienza organizza attivamente i dati ricevuti per via sensoriale. La psicologia umanista distingue tra la percezione del èpaesaggio e le semplici percezioni. In ogni percezione esistono fenomeni di atteggiamento, di valutazione e di preferenza nei confronti dello stimolo considerato. Ciò consente di considerare la percezione del paesaggio come interazione, superando l'attenzione esclusiva per il cognitivo e per l’esperienzale. Nella psicologia sociale del Nuovo Umanesimo, il concetto di “paesaggio” consente di elaborare e di applicare un metodo più completo per conoscere le diverse culture e i loro modi di percepire il mondo. |
| Personalismo | (der. di personale, dal tardo lat. personalis, der. di persona, in origine la maschera dell'attore, che era diversa secondo i caratteri da rappresentare) È una teoria filosofica che considera l'essere umano e la sua libertà come il valore spirituale più importante. Il concetto di personalità in quanto tale è molto più ampio di alcune delle manifestazioni particolari, o del modo di comportarsi di una persona. In realtà, l'aspetto personalista è parte integrante di tutte le scienze sociali, religiose, psicologiche, come pure delle concezioni ideologiche o politiche e domina anche nella cultura e nell'arte. La chiave della filosofia del personalismo è costituita dai seguenti problemi: quello di trasformare l'individuo in una personalità; quello dell'individuo e della collettività; l'individuo, la società, la libertà umana e le sue responsabilità nei confronti di altri esseri umani. Nella corrente religiosa del personalismo si presta maggiore attenzione al problema dell'individuo e di Dio, tendenza che si è riflessa nelle varianti dell'esistenzialismo religioso (èesistenzialismo). L'individuo, secondo molti personalisti, è una categoria biologico-naturale, mentre la personalità è una categoria storica e sociale. Un individuo è parte integrante della società, di un gruppo, di una classe, di un clan, di una nazione. Una personalità costituisce l'intero; non è una categoria organica. La personalità comprende la presenza di alcune qualità intellettuali e spirituali, la loro combinazione stabile, come pure una struttura di orientamenti stabili, superindividualistici e validi. La potenza e il carattere di quelle qualità è ciò che differenzia una persona dall'altra. Ogni essere umano è un individuo, ma non tutti gli individui risultano essere una personalità. Molte persone vivono in modo meccanico, adattandosi passivamente all'ambiente o contrapponendosi alla società. Secondo il personalismo, l'essere umano è libero e si trova al di sopra dello Stato, della nazione e della famiglia. Ma la vita spirituale e morale di una persona è intrecciata con la vita sociale, e quindi la personalità corre il rischio di trovarsi alienata dalla società e dalle sue esigenze (èalienazione). Il fatto che l'essere umano perda la propria indipendenza, si sottometta a volontà o interessi estranei – Partito, Chiesa o Stato – è ciò che preoccupa più d'ogni altra cosa i personalisti. Un essere de-personalizzato è il maggior peccato di una società o di una organizzazione umana, per cui l'obiettivo del personalismo consiste nel difendere l'autosufficienza e l'indipendenza della personalità, la sua piena libertà di vivere il proprio destino. Ma esiste anche, in particolare oggi, una presunta “libertà di coscienza”, mentre in realtà si obbedisce a sistemi di valori manipolati come se fossero opinioni proprie. Il personalismo coltiva ideali prossimi a quelli del Nuovo Umanesimo, sebbene se ne differenzi per la minore considerazione mostrata nei confronti del collettivismo solidale, e perché si lascia trascinare dall'individualismo, isolandosi dal processo attivo e preferendo digressioni puramente filosofiche e astratte. Il Nuovo Umanesimo supera il personalismo, contribuendo all'autosviluppo delle persone nel processo di creazione della loro vita, in unione e in concordia con altre fino a giungere alla formazione di una società libera e solidale in cui sia possibile realizzare l'ideale del personalismo. |
| Popolo | (dal lat. populus, popolo come comunità politica) 1. Tutta la popolazione di un paese. 2. Diverse forme di comunità succedutesi nella storia (tribù, nazione ecc.). Sin dall'antichità si è cercato di limitare il concetto di popolo attribuendogli una interpretazione etnocentrista o classista. Per esempio, nella polis greca, gli schiavi, i marinai, gli artigiani e gli immigrati da altre città greche erano esclusi dalla categoria del popolo. Altrettanto accadeva con le caste inferiori in India e in Giappone nell'antichità e nel medioevo e fino alla conclusione della seconda guerra mondiale. Nel medioevo europeo, i servi erano esclusi dalla designazione di popolo. Nell'impero russo, coloro i cui genitori non erano di origine russa erano dichiarati “inorodsi” (persone di lignaggio estraneo) e, insieme a quelli che non praticavano la religione ufficiale, anche se seguivano riti cristiani orientali antichi, erano privati dei diritti civili non essendo considerati ufficialmente come parte del popolo russo. A partire dalla rivoluzione inglese, l'aristocrazia è esclusa dal concetto di popolo. Nella letteratura rivoluzionaria europea del XIX e del XX secolo, all'aristocrazia viene aggiunta, in questo senso, anche la borghesia. Nella letteratura sovietica, gli intellettuali e i dissidenti, anche quando appartenevano a strati operai e contadini, non erano considerati parte del popolo. |
| Populismo | (dal latino populus, popolo come comunità politica) Movimento o corrente sociale del XIX e del XX secolo che si rivolge alle masse. I suoi tratti caratteristici sono la convinzione della possibilità di risolvere in modo rapido, semplice e facile i problemi sociali, l'ugualitarismo sociale, l'antintellettualismo, l'etnocentrismo (nazionalismo), la xenofobia e la demagogia. Il populismo sostiene l'instaurazione della “democrazia diretta” gestita dal partito o dal leader in luogo della democrazia rappresentativa, incoraggia la concentrazione del potere nelle mani di un capo carismatico e fustiga la corruzione e il burocratismo delle istituzioni ufficiali. Quindi, il populismo è una corrente molto eterogenea che può servire forze politiche diverse e con obiettivi contrastanti. |
| Potere | (uso sostantiv. dell'infinito, dal tardo lat. potere, dal part. potens, potentis di posse, potere) Avere facoltà, tempo o luogo per fare una cosa. Facoltà e giurisdizione per ordinare o compiere qualcosa; forze di uno Stato; suprema potestà reggente e coattiva di uno Stato. Nella vita politica si definisce così un gruppo di leader economici, sociali e politici che formano la classe dirigente di uno Stato. Nell'antichità, il termine potere si usava come sinonimo di influenza, autorità, gestione, forza, imperio; all'inizio del XX secolo, come la capacità di qualcuno di imporre la propria volontà agli altri. Attualmente, il potere è definito in termini di rapporti di dipendenza di alcune unità sociali rispetto alle altre. I poteri dello Stato, basati sulla teoria della divisione dei poteri, sono: il potere costituente, che compete allo Stato per organizzarsi, emanando e riformando le sue costituzioni per mezzo di una assemblea costituente rappresentativa o per mezzo di referendum; il potere legislativo, che consiste nella potestà di fare e riformare le leggi e compete al parlamento; il potere esecutivo, che ha la prerogativa di governare lo Stato e di far osservare le leggi, compete al governo formato dal monarca o al presidente e/o al parlamento di uno Stato; il potere giudiziario, quello che esercita l'amministrazione della giustizia e compete al sistema giudiziario. Si considera inoltre un potere moderatore quello esercitato dal capo dello Stato. Il potere e la paura danno fondamento all'autorità irrazionale che si esercita proibendo ogni critica e si costruisce sulla disuguaglianza. Nei dispotismi orientali e nei regimi totalitari moderni, il potere statale è stato onnipresente e riprovevole. I pensatori più profondi hanno sempre sognato di mettere fine a ogni potere imposto agli esseri umani, riservando a questi soltanto il potere sulle cose. Oggi l'esercizio del potere non è riservato soltanto allo Stato, ma questo appare come semplice intermediario o esecutore delle volontà delle grandi concentrazioni economiche (stato parallelo). D'altra parte, la teoria che spiega il sorgere, lo svilupparsi, il trasferirsi e il disarticolarsi del potere non si limita a una visione socio-politica tradizionale, ma considera le diverse “nicchie” di potere, come la tecnologia, le comunicazioni, la distribuzione umana nelle campagne e nelle città, la dislocazione delle popolazioni nelle periferie o nei centri decisionali e la manipolazione della “cultura” in generale (linguaggio, usi sociali, religione, scienza, arte e tempo libero). |
| Problema alimentazione | O problema della fame. È uno dei problemi globali contemporanei più acuti, che riguarda oltre un miliardo e mezzo di esseri umani in tutto il mondo, ma particolarmente nei èpaesi in via di sviluppo e soprattutto nei ventisei paesi africani meno sviluppati, così come pure ad Haiti, in Nicaragua, Albania, India, Cina e Corea del Nord. Ogni anno, oltre cinquanta milioni di persone muoiono di fame. A volte il fattore principale del problema della fame si osserva nella sproporzione tra le risorse alimentari limitate e la crescita demografica non regolata, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Per esempio, durante gli anni Settanta e Ottanta, il ritmo di incremento annuale della produzione alimentare era del 2,8%, mentre la crescita demografica annuale era dell'1,8%. Quindi, i fattori principali della fame hanno le loro radici nei vizi della nostra civiltà, sono determinati dalle carenze di organizzazione sociale a livello nazionale e internazionale, sono frutto della ingiusta distribuzione della ricchezza sociale e dell'indigenza di centinaia di milioni di esseri umani: del pauperismo, della disoccupazione di massa, dell'analfabetismo e della bassa produttività del lavoro nei paesi sottosviluppati, prodotto dell'eredità colonialista e di esperimenti sociali senza scrupoli. Il problema dell'alimentazione è parte integrante del sottosviluppo e non può essere risolto senza la ristrutturazione del sistema produttivo, la modernizzazione della vita sociale, l'eliminazione delle zone di povertà e la riorganizzazione del sistema di relazioni economiche internazionali. Può essere superato soltanto mediante la distribuzione mondiale del progresso sociale, scientifico, ecologico e spirituale. Insomma, mediante l'umanizzazione della Terra. |
| Problema nazionale | Insieme di relazioni culturali, economiche, giuridiche, sociali e linguistiche stabilite in un territorio. Il problema nazionale esiste tra diversi gruppi etnoconfessionali che hanno autocoscienza nazionale e difendono i loro interessi comuni in contrapposizione agli interessi di altre collettività. Nell'antichità e nel medioevo, con il predominio dell'economia naturale, l'intensità delle relazioni tra gli esseri umani appartenenti a questo o a quel gruppo etnico e confessionale risultava relativamente bassa e si compensava con la sottomissione a questo o a quel governante che usava la coazione extraeconomica come metodo principale per conservare o estendere i propri domini che, in via generale, erano polietnici e spesso policonfessionali. Soltanto nei tempi moderni, con la formazione di mercati nazionali e come risultato delle rivoluzioni inglese e francese, inizia l'epoca della formazione degli Stati nazionali, in cui predominano una religione e lingue ufficiali. I concetti di “Stato” e di “nazione” si fondono definitivamente. Dopo la disgregazione degli imperi medievali, che fu alle origini della prima guerra mondiale, il principio nazionale nell'edificazione degli Stati europei e asiatici fu accettato anche da comunità polietniche (Europa orientale, URSS, Turchia, Cina). A conseguenza della vittoria sul fascismo nella seconda guerra mondiale e dell'allargamento del movimento di liberazione nazionale ai continenti d'Asia e d'Africa e alle zone del Caribe e dell'Oceania, il numero degli Stati aumentò da una cinquantina a quasi duecento. Questi paesi, per la maggior parte polietnici, adottarono in apparenza la forma dello Stato nazionale (questo criterio nazionale fu adottato, per esempio, dall'India) insieme al criterio del mantenimento delle frontiere ereditate dall'epoca del colonialismo. Ciò consentì di minimizzare le dimensioni dei conflitti interetnici e interconfessionali, ma non poté sradicarli. I casi della Iugoslavia, del Pakistan, del Sudan, dell'Etiopia, della Somalia, del Rwanda e del Burundi, dell'Angola, delle repubbliche postsovietiche ecc. dimostrano l'acutezza del problema nazionale nel nostro tempo. I conflitti nazionali di oggi sono, in larga misura, risultato del colonialismo nelle sue diverse manifestazioni, perché gli imperi coloniali amministravano i loro territori aizzando i gruppi etnoconfessionali gli uni contro gli altri. Adesso questi gruppi e clan vogliono garantire i loro privilegi, mentre i gruppi, i clan e le comunità che soffrono la disuguaglianza sono utilizzati dalle potenze straniere e dai raggruppamenti avventuristi e arrivisti locali per seminare azioni armate, azioni di terrorismo e sopprimere così i giovani Stati, soffocandone l'indipendenza. In questo modo, il problema nazionale si è trasformato in una delle difficoltà mondiali più pressanti del nostro tempo. Il Nuovo Umanesimo ritiene che i diritti umani universali abbiano la priorità rispetto ai valori escludenti di una etnia, di una confessione, di un clan, di una tribù, di una razza, di una casta o di qualunque altro gruppo sociale. I cittadini devono avere gli stessi diritti indipendentemente dalla loro origine etnica, confessionale, razziale ecc. La discriminazione nazionale deve essere proibita e i suoi effetti devono essere eliminati. I criminali di guerra, autori di azioni di etnocidio e di terrore religioso, devono essere consegnati ai tribunali internazionali. È necessario eliminare la soffocante eredità colonialista e creare le condizioni necessarie al fatto che tutti i popoli del mondo godano di una vita decorosa. |
| Proprietą | (dal lat. proprietas, -atis der. di proprius, che appartiene a qualcuno, dalla loc. pro privo, a titolo privato) Attributo o qualità essenziale di una persona o di una cosa; precisione con cui una persona si esprime; dominio, diritto o facoltà che qualcuno ha sulle cose che gli appartengono, per usare e disporre di esse liberamente.
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| Proprietą del lavoratore | Forma di proprietà in cui il lavoratore di un'azienda partecipa non soltanto percependo il salario ma condividendo gli utili e soprattutto partecipando alla ègestione. Ci sono varie gradazioni che vanno dal possesso di un pacchetto azionario di minoranza fino al possesso del pacchetto di maggioranza e, nel migliore dei casi, al possesso dell’intero pacchetto azionario e al potere decisionale completo della gestione dell'azienda. Sin da quando è iniziato il cooperativismo, il tema della proprietà del lavoratore ha conosciuto avanzamenti e retrocessioni, è passato per l'intermediazione della burocrazia statale o ha subito le forme più diverse di occultamento della proprietà reale che, in pratica, è rimasta in mano a gruppi capitalisti. Il fattore giuridico-politico è decisivo quando si voglia tradurre in pratica il concetto di proprietà del lavoratore perché la sua possibilità di sviluppo dipende dalla portata delle leggi vigenti. In un sistema politico-sociale di taglio umanista, l'obiettivo primario è incentivare ed estendere alla totalità della popolazione la proprietà del lavoratore. L'evoluzione o èrivoluzione politica umanista tende alla strutturazione di una società in cui prevalga la proprietà del lavoratore. Il tema rientra in uno più ampio, quello delle nuove forme nei rapporti di produzione, tecnici e sociali, che cominciano a svilupparsi nell'economia mondiale e corrispondono all'elevarsi del ruolo e del potere dei lavoratori nel processo produttivo, combinando gli ideali di giustizia sociale con la promessa di efficienza economica (èumanista, documento). In uno studio realizzato nel 1996 dal CENDA (Centro di studi nazionali per uno sviluppo alternativo) gli autori – Manuel Riesco, Paola Parra e Manuel Loyola – stabiliscono antecedenti e confronti riguardo la proprietà del lavoratore in diversi luoghi del mondo. In un brano del rapporto scrivono: “La proprietà del lavoratore nelle aziende è un fenomeno che ha assunto importanza nel mondo durante gli ultimi decenni. In pochi anni, decine di milioni di lavoratori hanno acquisito percentuali significative della proprietà di decine di migliaia di aziende in tutto il mondo, nelle regioni e nei paesi più diversi. Il processo ha varie origini, di cui una delle più significative è quella che ha luogo negli USA, dove la proprietà del lavoro si è trasformata in un importante mezzo di finanziamento delle aziende private, in un periodo di forti ristrutturazioni, e ha goduto di incentivi statali attraverso meccanismi di sussidio sotto forma di esenzioni tributarie. Questa esperienza tende a crescere e a consolidarsi, ed è entrata a far parte della tendenza generale a concedere maggior potere ai lavoratori per migliorare la competitività delle aziende. Un altro fenomeno che ha avuto ripercussione sull'aumento registrato dalla proprietà del lavoratore è stato l'ondata di privatizzazioni che ha riguardato la maggior parte del mondo. La maggioranza dei paesi che hanno portato avanti programmi di privatizzazioni di massa hanno usato la proprietà del lavoro come mezzo per neutralizzare la forte opposizione che tali processi hanno riscontrato da parte di lavoratori delle aziende interessate. Come risultato di questo processo, i lavoratori hanno acquisito, in alcuni casi e in forma transitoria, livelli molto alti di proprietà delle loro imprese. Così in Russia, per esempio, dove nel 91% delle aziende privatizzate la maggioranza della proprietà appartiene ai lavoratori, mentre i dirigenti detengono una percentuale di minoranza del restante 9%. Tuttavia, con rapidità si è verificato che i lavoratori perdono la loro proprietà sulle aziende privatizzate e nel giro di pochi anni queste finiscono per appartenere a gruppi capitalisti, i quali non poche volte sono formati dagli ex dirigenti delle aziende stesse”. Questo è, insomma, uno dei modi di stravolgere il senso della proprietà del lavoratore. In Cina, l'esperienza ha suscitato interesse non soltanto nel governo, ma anche nei sindacati, rappresentati dalla FSLC, che l'ha adottata come strategia preferenziale per la riforma di 400mila aziende statali e altri 400mila collettivi urbani affiliati, in particolare 20mila aziende statali e 100mila collettivi urbani che si trovano sotto il controllo diretto della FSLC. Il destino complessivo del processo di riforma in Cina sembra abbastanza chiaro, anche se le sue forme non sono ancora definite. Data la vastità dell'economia cinese, sembra probabile che l'impatto sull'esperienza mondiale della proprietà del lavoro sarà molto rilevante. In Inghilterra, nel corso di soli tre anni (1978-81) la percentuale del prodotto nazionale lordo rappresentato dal settore a proprietà statale dell'industria è crollato dall'11 al 2%. Tuttavia, queste privatizzazioni non hanno coinciso in pieno con il passaggio della proprietà statale nelle mani dei lavoratori, e in questo caso ciò ha comportato un aumento della proprietà capitalista rispetto alla proprietà del lavoratore. Negli USA, il 1995 è stato un anno importante nella crescita della proprietà del lavoratore. La costituzione di nuovi piani di proprietà azionaria dei lavoratori ha raggiunto il livello più alto dalla fine degli anni Ottanta, prima della recente crisi. Nel complesso, considerando soltanto i diversi piani di proprietà diretta, cioè escludendo gli investimenti dei fondi pensione, i lavoratori statunitensi sono attualmente proprietari di circa 500 miliardi di dollari, oltre il 6% del patrimonio totale delle aziende del paese. Le aziende in cui i lavoratori possiedono proprietà significative sono oltre 10mila. La più grande di queste ha oltre 190mila lavoratori e le dieci più grandi ne hanno in totale 780mila. Le compagnie maggiori in cui i lavoratori detengono più del 51% delle azioni sono: Publix Supermarkets (95mila lavoratori), United Airlines (75mila), Science Applications (17mila), Avis Car Rental (12.500) e Amstead Industries (8mila). I lavoratori coinvolti nei diversi piani di proprietà sono circa 15 milioni. La cifra è significativa se ricordiamo che i lavoratori dell'industria manifatturiera negli USA sono all'incirca 20 milioni. Queste cifre hanno registrato una rapida crescita durante gli ultimi vent'anni, a partire dall’entrata in vigore, nel 1974, della legislazione che regola e incoraggia i piani di proprietà azionaria dei lavoratori (ESOP). Si legge nello studio del CENDA: “In Giamaica, la legislazione ispirata agli ESOP statunitensi costituisce uno dei casi più moderni e completi del mondo. Tale legislazione, approvata nell'aprile 1995, è orientata verso il settore privato, anche se non tralascia il suo uso potenziale per la privatizzazione di aziende pubbliche. Gli obiettivi del governo consistono nell'ottenere in meno di un anno che una percentuale di lavoratori compresa tra il 3 e il 5% aderisca agli ESOP. La legge incoraggia la partecipazione dei lavoratori in vari modi. Possono acquistare azioni scontandole dalle tasse o l’azienda può acquistarne per loro conto, con facilitazioni fornite mediante diversi meccanismi. Vengono offerti vari incentivi fiscali alle aziende che aderiscono agli ESOP. Per esempio, se la compagnia presta denaro ai propri lavoratori per l'acquisto di azioni a un interesse inferiore a quello di mercato, può detrarre annualmente dalle tasse l'equivalente degli ammortamenti del prestito. Se i lavoratori fanno parte del consiglio di amministrazione, il periodo di ammortamento ai fini delle detrazioni fiscali può essere ridotto a due anni. Se la fonte dei finanziamenti è un prestito esterno, la compagnia può dedurre dalle tasse il 25% degli ammortamenti dello stesso e il 100% degli interessi. Se una azienda esegue donazioni ai propri lavoratori perché acquistino azioni della stessa, essa può detrarre dalle tasse il 100% della donazione, sia per gli ammortamenti sia per gli interessi del prestito. Infine, gli ESOP stessi possono chiedere prestiti per acquistare azioni, con garanzia dell'azienda, come nel sistema statunitense. In ogni caso, le azioni vengono conservate in un fondo fiduciario (trust) a esclusivo beneficio degli azionisti. Le regole di assegnazione e di acquisizione (vesting) graduale dei pieni diritti individuali sulle azioni sono simili a quelle statunitensi. La legge pone l'accento sull'incoraggiamento della proprietà azionaria di lungo periodo da parte dei lavoratori, e ciò si esprime in una serie di stimoli, ma esistono anche disposizioni che consentono agli impiegati di vendere parte delle loro azioni, entro limiti stabiliti, a partire dal terzo anno e obbligano l’azienda a riacquistarle. In questo modo, gli ESOP giamaicani si configurano come un fondo pensione e allo stesso tempo come un meccanismo di risparmio. I dividendi percepiti dai lavoratori sono esenti da tasse. Esiste anche una possibilità che consente, trascorsi tre anni, di diversificare fino al 50% delle azioni in altri strumenti finanziari. La legge è altamente partecipativa e le azioni degli ESOP godono di pieni diritti in quanto gli amministratori del fondo fiduciario devono votare secondo le istruzioni dei lavoratori. Un consiglio di amministrazione di almeno tre membri dirige il piano, e i tre membri sono eletti uno dai dipendenti, uno dall'azienda e il terzo di comune accordo. Le azioni possono essere vendute ad altri lavoratori dell'azienda, dopo l’acquisizione dei pieni diritti individuali (fully vested) e con l'approvazione degli amministratori del piano. Possono partecipare al piano dipendenti part time, a termine e anche persone esterne all'azienda che 'intrattengano un rapporto economico significativo' con essa, come per esempio i fornitori. Il principale obiettivo della legge è promuovere una distribuzione più equa delle entrate, oltre a sviluppare il mercato azionario. La legge è stata approvata dai sindacati, i quali hanno deciso di introdurre la richiesta di dar vita agli ESOP nelle prossime trattative collettive. Il programma ESOP giamaicano ha ricevuto il sostegno della BID (Banca interamericana di sviluppo)”. In Spagna, le cooperative Mondragón dei Paese Baschi costituiscono uno dei casi di proprietà del lavoro che ha ottenuto maggior successo nel mondo. A proposito di questa esperienza, si legge nel rapporto del CENDA: “Il gruppo Mondragón comprende oltre cento cooperative. Oggi è uno dei dodici maggiori gruppi imprenditoriali di Spagna e occupa oltre 26mila persone. Nel 1984 il patrimonio di Mondragón ha raggiunto gli 8,9 miliardi di dollari, con utili consolidati di oltre 270 milioni di dollari. Il gruppo comprende oltre 80 cooperative industriali, una creditizia, due distributive e tre agricole. Vi sono anche cinque centri di studio, quattro centri universitari e uno secondario politecnico; tre centri di ricerca e sei cooperative di servizi, che si dedicano tra l'altro ad assistenza, previdenza sociale, design e assicurazioni. In Spagna, Mondragón è leader praticamente in tutti i settori in cui opera: elettrodomestici, componenti automotrici, attrezzature meccaniche, controllo numerico computerizzato, strutture per l'edilizia. Inoltre, le sue vendite hanno un'alta percentuale di esportazioni che per alcuni prodotti raggiunge il 60%. Le sue esportazioni sono rivolte soprattutto verso i paesi dell'Unione europea, ma sono consistenti anche sui mercati di Stati Uniti, Cina, Hong Kong e America latina. Su questo terreno, la sua strategia di internazionalizzazione ha sfruttato i vantaggi riservati agli investimenti all'estero. In questo modo ha insediato stabilimenti in vari luoghi: per esempio, in Marocco per i condizionatori; in Messico e in Olanda per gli elettrodomestici; in Tailandia per i semiconduttori; in Inghilterra per la fornitura e l’assistenza nel settore degli ascensori; in Francia per servizi informatici e in Cina per la costruzione di vagoni. Le aziende sono amministrate democraticamente secondo il concetto 'un lavoratore un voto'. Sono distribuite in tre gruppi: finanziario, industriale e commerciale. Ognuno di questi opera indipendentemente sulla base di una strategia comune. Su 103 cooperative Mondragón costituite tra il 1956 e il 1986, soltanto sei sono fallite. Di queste, tre per vero e proprio fallimento, mentre una si è sciolta e le altre due si sono trasformate in aziende a capitalizzazione convenzionale. Il gruppo principale di cooperative risiede nel Paese basco, dove sono esistite cooperative almeno dal 1870, e ciò risulta sicuramente significativo per il successo dell'esperienza”. |
| Psicologia umanista | Secondo Fernand-Lucien Mueller “l'influenza della fenomenologia husserliana e della filosofia di Heidegger, da essa derivata, è stata importante per le scienze psicologiche; un'influenza nello stesso tempo diretta e diffusa, a cui abbiamo potuto dedicare solo un rapidissimo cenno. Essa ha inflitto una singolare smentita ai promotori della 'nuova' psicologia, che pretendevano di relegare la filosofia nel museo delle anticaglie”. Sono numerosi gli autori che fanno parte di questa corrente. Quasi tutti hanno conosciuto l'influenza di F. Brentano e del metodo fenomenologico di E.Husserl. Le opere di Jaspers, di Merleau-Ponty, di Sartre e di Binswanger sono universalmente conosciute. Come corrente psichiatrica, la “terza scuola di Vienna” di Frankl si inscrive in questa corrente. Esistono anche metodi di lavoro psicologico come quello esposto da L. Ammann nel suo sistema di autoliberazione. Molte opere di psicologia umanista sono orientate verso la psicologia sociale. |
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