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Eventi - recensioni - comunicati
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Mi sento stanca, di quella stanchezza buona, profonda, lineare, fisicamente intatta e indisturbata, che si compiace del suo molle sopore. L'automobile mi riporta a casa. E' sufficiente socchiudere gli occhi, ed eccomi sola. Con un unico accompagnatore: Renato Zero e la sua musica. Il mio amore per lui, che dura ormai da oltre trent'anni, nacque in sventagliate oasi di luce: al mare, in estate, lo ascoltai la prima volta; sempre al mare, tempo dopo, lo vidi in tv: ed era proprio Capodanno, un Capodanno del '78 trascorso ancora in famiglia, assieme a un cugino già adolescente. Poi ancora al mare, finalmente dal vivo. Allora esilissimo, irriverente, sfacciato, fin troppo provocatorio, un capolavoro di glam e di follia, il giovanotto nudo, come in seguito l’avrei chiamato, portava avanti una protesta tutta intima dove il sesso celava una spiritualità inattesa, da bimbo ferito. Quel desiderio di colore non era nato forse in un’anima troppo costretta al buio? Di “anime buie” avevo appunto parlato in un post del maggio scorso ispirato a Salvami, brano antichissimo riproposto anche nell'ultimo tour di Zero, conclusosi poco prima di Natale. Lo scorso dicembre milanese è stato, a tutti gli effetti, un mese "renatesco", iniziato con l’imprevedibile Zero Day allo Iulm e suggellato da tre trionfali concerti. Renato – anche coreografo - ha concepito il palcoscenico come un immenso ventaglio, che si apriva e si chiudeva con la maestosità e la leggiadria di enormi ali di farfalla, dal ritmo cadenzato, solenne e mellifluo insieme; e impreziosito da ologrammi dove comparivano gli antichi costumi di scena e le copertine dei suoi numerosi album. Uno show essenziale ma ricco, di musica e di voce, talora potente talora carezzevole, sofferta e grintosa, ma mai invasiva, sempre calibrata. Con la maturità Zero, che non è mai stato immune da certi barocchismi, sembra voler rinunciare all’orpello con la consapevolezza che, su quel palco, basta davvero solo lui. E avanza, anche. È significativo che abbia aperto questo suo nuovo percorso con Vivo, tratto da quell’album fatale che, da solo, gli avrebbe comunque regalato un spicchio d’eternità nel mondo della musica moderna: Zerofobia. Si trattava, già dal lontano ’77, d’un manifesto programmatico, tanto più efficace quanto involontario. Renato è vissuto e sopravvissuto, spingendosi oltre sé stesso, accettando qualche compromesso secondo alcuni suoi detrattori, i quali però ignorano sempre il tributo che l’artista deve pagare all’uomo, soprattutto nel caso di Zero, nel quale i due momenti sono spesso mescolati. Ho percepito onestà in questo spettacolo, che ha voluto essere popolare ma non piacione, ammiccando al pubblico senza però arruffianarselo troppo. Unica concessione al Renato “per tutti” (mi verrebbe da dire: “per famiglie”), I migliori anni della nostra vita, fra l’altro interpretata con classe, e una spruzzata, di cui invero non si avvertiva il bisogno, del Dono con Mentre aspetto che ritorni. Ma chi sperava nei grandi classici da stadio, Cercami, Magari, Amico da intonare sventolando cuoricini luminosi – e sempre prescindendo dalla vena inquieta che quei pezzi pure presentano –, è rimasto a bocca asciutta. Non c’è stato spazio nemmeno per Il cielo, pensata come il naturale compimento di Salvami e sbocciata, inattesa e commossa, da un groppo di sfrenatezze disperate, ma tramutata poi, con gli anni, in una liturgia da stadio, più chiesastica che religiosa; per il Renato “asciutto” che si avvicina ai sessanta, un po’ acciaccato ma con la voglia, ancora disarmante e fanciullesca, di confidarci i suoi timori, simili (auto)celebrazioni non hanno più molto senso. “Poco zucchero”, direbbe Faust’O; poiché il Renato autentico sta altrove, in un remoto ma mai sopito antro da sibilla. E sa ancora graffiare, irridere e provocare. Non più un’ambigua libellula dalle ali di nerofumo, ma l’ormonauta del sesso senza perifrasi, diretto e prosaico; quindi, inerme. Non un nuovo crooner come ha inopinatamente azzardato qualcuno, ma il soul man che si diverte davvero a duettare con Mario Biondi (Non smetterei più) e Fiorella Mannoia (quest’ultima, interprete anche di una personale versione di Cercami). Un’altra gioventù non è una replica. Renato ha una solidità ancestrale, da bravo figlio della terra. È vitale come un sessantenne, non vispo come un ragazzino. Non gli saremo mai abbastanza grati per questa sua ostinazione a non parodiarsi, a rimanere sempre e comunque ciò che è, nel bene e nel male. Nonostante abbia già tutto scritto. Giunto al successo nel ’77, il suo in verità era già un approdo. Nella sua precedente gipsoteca musicale, incompiuta, e perciò geniale e fascinosa, aveva ormai affastellato di tutto: il primo (e l’unico) ad aver affrontato in termini appropriati la pedofilia, con un brano restituito in questo tour, grazie al chitarrista Fabrizio “Bicio” Leo, all’originaria matrice rock, nervosa e tragica, cronachistica e smembrante, accompagnato da un video in cui migliaia di occhi infantili dalla consistenza di molluschi si disfacevano sotto mani tramutate via via in artigli e adunchi rami secchi. E, su tutto, il lungo lamento di Renato, straziante ma senza dolorismo, cristallino e lesivo come una vetta aguzza. Era comparsa la già ricordata Salvami, ma pure bislacchi provini incisi chissà come, un po’ nonsense, un po’ futuristici, un po’ nevrastenici come 113 che qui Renato ha rivestito da canzone “vera”, con accompagnamento carioca e relativo poncho-volant incorporato. E il Cristo che si sfarina di Potrebbe essere Dio risale al 1980. Tutto si conclude con Gli unici, una dedica al pubblico, o anche a sé stessi, per essere ancora qui, soddisfatti e ammaccati, ma tutto sommato integri. E curiosi della vita. Con Mi vendo, nel modo in cui l’aveva presentata, Renato avrebbe potuto benissimo chiudere la sua avventura artistica: in effetti, in seguito, nulla è rimasto più uguale nella musica italiana. Ma quel personaggio che poteva vivere, o ansimare, solo di frenesia (M. Del Papa), che "piaceva ai camionisti" come lui stesso ha ricordato, era necessariamente destinato a durare nei cupi bagliori d’una notte, dopo averne assorbito i miasmi incrostati e bituminosi. “Ho sempre avuto la sensazione che se fossi arrivato fino ai 18 anni avrei avuto un mazzo così – ha dichiarato Renato in una recente intervista -, poi, quando ho visto che arrivavo a trenta, ho detto sarò come Gesù, me ne andrò a 33. passati i 33, mi sono reso conto che stava succedendo qualcosa di strano. Poi, ora che ho festeggiato i 59 anni, non so più spiegarmelo”. E grazie al cielo resta questo stupore, e la grandezza e la fatica del tempo che avanza. Senza che il Nostro sia diventato un umorista. Intanto, sono giunta a casa. Ho concluso il mio viaggio e mi sono accorta di non essere affatto sola, come pensavo all'inizio; con me ho portato volti, ma anche case, marciapiedi, fermate del metrò, rimpianti. Vapori. Lo devo a lui, agli amici che hanno condiviso questa mia passione, nonché ai compagni di viaggio di Renato (Giampiero, Roberto, Mariano) che mi hanno permesso di condividere con tanti questa nuova, erratica avventura. http://dimelaltra.blogspot.com/2009/12/renato-e-lunico.html |
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Eventi - recensioni - comunicati
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Non è la Befana. Bensì l'Epifania. Manifestazione, annuncio della Pasqua, Magi simbolo di gente lontana. Ma, soprattutto, festa dei bambini. Bambini fisici, completi, totali, non i dolciastri angioletti plasticati di certe nostre insoffribili oleografie. Oleografie, lo dice la parola stessa, untuose, false, indigeste, menzognere, fallaci. La Chiesa aggiunge, o meglio precisa, qualcosa a questa festa così bistrattata (quasi un... Natale povero) dedicandola all'infanzia missionaria. Si badi bene, non semplicemente all'infanzia santa, ma missionaria: in grado cioè, esattamente come i Magi, di portare Dio ai lontani, sia geograficamente, sia spiritualmente. Ma come può un bambino, specie un piccolissimo bambino, essere missionario, cioè martire, nel significato originario di "testimone"? Come può testimoniare Dio chi è quasi inconsapevole quasi di esistere? Lo possono, se una delle festività immediatamente susseguenti il Natale, il 28 dicembre, è quella dei Santi Innocenti Martiri, preceduta dal primo di tutti i martiri, l'adulto Stefano. "Che voce avrai tu più, se vecchia scindi/da te la carne, che se fossi morto/anzi che tu lasciassi il 'pappo' e 'l 'dindi',/pria che passin mill'anni? ch'è più corto/spazio a l'etterno, ch'un muover di ciglia/al cerchio che più tardi in cielo è torto", spiega Dante (Purg. XI). Il grande poeta, che pure non mostrava una particolare predilezione verso i bambini, non esitò a collocarli nell'Empireo, a stretto contatto con Dio, nel seno di quest'ultimo. Lo possono, e ben lo comprese il papa Giovanni Paolo II che, una quindicina d'anni fa, dedicò loro una memorabile Lettera ai bambini. Ma il bambino è missionario e testimone, non per la sua innocenza intatta, e così breve. Sempre Dante, incontrando Adamo (Par. XXVI), scopre che il progenitore ha vissuto nell'Eden circa sette ore; chi c'impedisce, oggi, di situare quelle sette ore nello spazio fuggevole dei primi tre anni di vita? Un "corto spazio" di cui, peraltro, è segnata l'intera vita, cui si cementa qualche legame insondabile con un linguaggio eterno che, in seguito, fatichiamo a rintracciare. L'epoca in cui Dio è "I", uguale per tutti, uomini, bestie, oggetti, in cui le razze non esistono, in cui i credi non hanno senso. Il bambino è missionario e testimone nella sua presenza senza perifrasi. Perché non differisce da un nidiaceo, perché è muto, e contempla dietro gli occhi d'un sonno più vasto, sfere celesti e aure arcane. E' piovuto spargolo e lontano, ignorante e già gravato di sé. Conserva un profumo di paglia e di piume. La sua forza è balbettante e incrinata, pencola sul baratro, si sbuccerà, si ricreerà, ma la traccia di quel "prima", di quell'attimo senza tempo e senza esistenza, sempre verrà rimpianta. E' magica poltiglia minerale, impastata con acqua e in briciola di trascendente. E, mentre s'avanza nel mondo, brama di tornare alla sua sfera. "I tuoi nemici - scriveva Lutero contemplando il suo ultimogenito - sono il peccato e il diavolo: ma tu suggi il latte senza badare a nulla". http://cdv.splinder.com/post/22000113/Tutto+%C3%A8+compiuto |
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Eventi - recensioni - comunicati
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Vitalità? Tanta. Frenesia? Ancor di più. Innocenza? Forse. Ma un'innocenza ambigua, sfuggente e arcana come il San Giovanni di Leonardo. Quindi, magari, in ultima analisi. Non tanto innocente. Ma nel contempo bella, forte, barocca, icona dei nostri tempi sommossi. Eccessiva, sicuramente. Eri tu, Freddie, quello delle tutine sgargianti, perché così mi apparisti, in un televisore ancora in bianco e nero, malgrado fossi l'emblema dei colori. Colori forti, senza contrasti, aggressivi, perché simbolo di un'età svagheggiante, neopagana e divertita. Un uomo sexy, finalmente, che non temeva la fisicità; e che del suo corpo aveva fatto il veicolo per trasmettere, semplicemente, gioia e piacere. Dicevi che i Queen erano i Cecil B. De Mille del rock, per me eravate il liberty eclettico d'una stagione dove queste commistioni erano possibili. Dove il cielo sembrava raggiungibile, anzi, si era steso sulla terra con la sua fantasmagoria di astri. E noi potevamo srotolarci sopra, allegri e spensierati.
Il messaggero degli dèi, col suo agglomerato di citazioni (allucinazioni?) pittoriche, letterarie, cinematografiche e più smaccatamente pop (News of the world, che contrasto: nome d'una rivista e livida copertina alla Fritz Lang!), aveva in realtà un compito prometeico: portare il fuoco agli uomini. Tu ce ne hai regalato veramente tanto. Lo hai reso vulnerabile, e noi fiammanti. Eri inglese? Armeno? Persiano? Rock? Disco? Classico? Etero o gay? Oh, che noia, avresti tagliato corto, e lo dicesti anche. "Definirmi? Tutti commenterebbero: pure Freddie che si dichiara, per avere un po' di titoli sui giornali". Eh no, malgrado tutto non eri proprio uomo da titoli urlati. Perché soffrivi il peso d'un universo rotante che contenevi tuo malgrado. Avevi tante cose da dire e da cantare ancora, è vero; ma chissà come ti saresti trovato qui e ora, in questi anni, non più semplici ma facili, troppo cinici per la malizia e l'ambiguità. Forse, per te, non ci sarebbe stato più spazio. Non è tempo d'artisti, questo.
Ma, sparendo, ci hai costretti a un risveglio penoso. Siamo stati obbligati a crescere senza il tuo aiuto. Senza la tua compagnia, i tuoi giochi. Che, come tutti i giochi, sottendevano un cupo rimpianto. Una tragica melodia. Ma di piccole, carnali tragedie è trapunto il cammino umano. Rimasti così, in preda a fantasmi amorfi, diventati adulti senza esser stati grandi, ci siamo sentiti privare dell'aria. Come bimbi in un campo giochi vuoto. In periferie grigie della nostra debole fantasia. Però la tua musica, quella è rimasta, quella c'infonde ancora rabbia, e voglia di mandare al diavolo l'ingiustizia che ti ha strappato a noi. L'ingiustizia, l'ingiustizia. Questo sentimento è ancora, pertinace, uno sguardo oltre la periferia, oltre il vuoto di quel campo. E' un grido di riappropriazione. Tu eri eccezionale, insostituibile. Ma ci hai insegnato che ciascuno di noi può esserlo, e rinunciare a questa speranza, allora sì, sarebbe tradirti e dimenticarti per sempre. |
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Critiche e denunce dal mondo
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Poveri cristi, minuscoli e con la minuscola, sono le nuove vittime di quell'indecenza ribattezzata con svergognato eufemismo "processo breve". Pugno di ferro contro costoro, contro gli immigrati clandestini la cui condizione è equiparata ipso facto alla delinquenza; e, per salvare uno solo, via libera ai responsabili della tragedia della Thyssen-Krupp e a signori come Fazio, Tanzi, Brega-Massone. I primi tre rimandano a vicende efferate ancora ben impresse nella mente degli italiani; il quarto, forse era pure riuscito nell'intento di farsi scordare. E allora riconsegniamogli la "meritata" notorietà: il suo cognome è legato alla clinica Santa Rita di Milano, e chissà che questa povera canonizzata non rievochi qualcosa in più. I parenti delle vittime, altri poveri cristi dalla memoria tragicamente lunga, ringrazieranno. Ma ai poveri cristi è riservato sempre lo stesso ruolo: quello dei "pauvres chrétiens", poveri cretini. Non c'hanno i soldi? Peggio per loro. >> continua a leggere |
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Poesie
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"Sono nata il 21 a primavera". E sullo straziante inganno di ieri, il crepuscolo di ieri, Alda Merini ha lasciato questo mondo. Perché ieri novembre ha voluto sorridere, inondando di sole la campagna lombarda. Non sembrava, non era, l'estate fredda dei morti, ma un tocco di rinascita. Questo clima così bislacco, che ormai muta pelle, e dipinge inquieti arcobaleni. E invece, semplicemente, lo spirito le stava preparando una casa degna. Una casa felice: debordante, come la felicità troppo invadente per quel fragile corpo. Quanto doveva arrabbiarsi, Alda Merini, nel sentir descrivere i matti come individui tristi. Lei lo era diventata, matta, dopo il primo parto, gravata dall'eccesso di vita che sentiva scoppiarle dentro. Il suo sguardo, infatti, non era né mesto né dolente. Era uno sguardo di gloria, di vette, di alture. Uno sguardo di viandante, di note orientali. Alda Merini ha segnato il limite di Dio. La vetta l'aveva ormai raggiunta, col passo cadenzato e placidamente sicuro. Dio stesso le aveva addobbato quel giorno. Aveva fatto confezionare per lei ingressi di Scritture sacre: l'eunuco redento di Isaia, il padrone di casa che invita storpi, ciechi, mendicanti, folli. Era il Dio dei diversi che aveva sempre cantato, impossibilitata a costringerlo dentro un rito, poiché Egli stesso era rito. Era il Dio escluso e degli esclusi, che in quel fatale giorno, in quello ieri, le lastricava la strada dorata delle nuvole di grano, degli anni miti. Ma era, anche, il Dio impotente di fronte al dramma dell'umanità. Ben consapevole della tragedia che il suo troppo amore, la sua squassante gelosia, avrebbe prodotto in noi, poveri naufraghi terrestri. Destinati, d'improvviso, a piagge vaste e deserte. Perché senza Alda Merini saremmo stati davvero tutti più orfani, defraudati. Dio incatenato dal nostro destino di finitezza, che lui pure ha prodotto, è lo stesso Dio della leggenda ebraica, turbato dalle preghiere del suo popolo per l'imminente morte di Mosè, il primo dei suoi viandanti: "'O Signore e Dio nostro, noi amiamo il corpo puro e santo di Mosè e ti supplichiamo di lasciarlo in vita'. Allora Dio portò Mosè su un monte alto, lo fece distendere a terra, gli susurrò di chiudere gli occhi e, in quell'istante, accostò le labbra alle sue, e gli rapì l'anima. Poi Dio pianse'". Anche oggi, sul limitare dei santi e dei morti, il cielo si è oscurato. Dio ha trasportato Alda nella sua primavera, e oggi le sue lacrime ci domandano perdono per averla nascosta ai nostri sguardi. |
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Poesie
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Non hai nemmeno detto basta. Ti sei lasciato vivere, trascinato da rutilanti feste, ubriaco di te e della tua vanità. Hai ignorato, sbadatamente, le tranquille corse del cuore, mi hai confinata in bigi stracci di tempo, in autostrade sfilacciate, in rigagnoli immoti, sanza cura, senz'affanno, nella smemorata quiete dell'indifferenza. Hai ucciso il miracolo del giorno, fragile guscio d'uovo che le tue mani hanno profanato. Non così, non così ti volevo. E, anche se non ci sei, anche senza di te, io ora vivo. |
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Poesie
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FILASTROCCHE DI ANNUSCA VENIER LE FILASTROCCHE
Sono talvolta le filastrocche senza senso e anche un po’ sciocche. Da mangiare non sono buone né a merenda né a colazione e, se posso esprimere il mio parere, non sono buone neanche da bere … a me sembrano un po’ come delle bolle di sapone, come quelle hanno un che di inconsistente, dunque non servono proprio a niente … ma tu, sfoglia il libro e, per magia, ti terranno compagnia.

LA VECCHIETTA DELLE FIABE
C’era una volta una vecchia donna che possedeva una sola gonna, sì aveva una sola consunta sottana e solamente uno scialle di lana. Insomma per il tempo bello e per quello brutto aveva una gonna e uno scialle in tutto, ma devo aggiungere che questa vecchietta abitava in una bianca, linda casetta. La madreselva sul muro si arrampicava e con il glicine amoreggiava. Nel cielo limpido, azzurro chiaro come uno zaffiro prezioso e raro dopo la pioggia che talvolta cadeva, coi sette colori l’arcobaleno splendeva. Attorno alla casa c’era un giardino grande appena come un fazzolettino, però pareva un tappeto di fiori: gialli, viola, rossi, rosa … di tutti i colori. Ci abitavano passeri, merli e fringuelli, civette, gufi, tordi e stornelli … ah! dimenticavo: in aggiunta alle altre cose c’era anche un cespuglio di rose. E poi c’era un orticello con carote, zucchine e qualche pisello, con fagiolini, sedano e peperoni, con zucche, cavoli e due o tre meloni. C’era pure un albero di dolci susine ed un’aiuola di fragoline. Per tutta la casa si sentiva profumo di pane. Dal fosso la notte cantavan le rane e nei cespugli volavano le lucciole tanto piccine: sembrano stelle, ma son più vicine. Su un cuscino morbido un bel gatto rosso dormiva e ronfava a più non posso. La vecchietta non possedeva gioielli neanche a parlarne, del resto non avrebbe saputo che farne, ma aveva il sole d’oro e la luna d’argento e tutte le stelle del firmamento e poi sul davanzale c’era una piantina di menta e la vecchietta era sempre contenta. Lei non sapeva cosa fosse la noia, ma ciò che di più le dava gioia era che aveva tante fiabe da raccontare, tante quanti sono i pesci nel mare e se qualcuno andava a trovarla stava per ore ad ascoltarla. Così, anche se aveva una sola sottana ed un solo scialletto di lana, non era povera, ne ho la certezza ed anzi affermo con sicurezza che era una fata, di quelle buone (non sei anche tu della stessa opinione?) perché a tutti donava la sua fantasia che è la cosa più magica che al mondo ci sia.

FILASTROCCA UN POCO BISLACCA
Filastrocca un poco bislacca di un bambino che fa la cacca in un piatto, non nel vasino … e la pipì ? nella bottiglia del vino e chi ne assaggia esclama “Ullallà”, questa sì che è una vera bontà!”

C’ERA UNA VOLTA
C’era una volta una bambina e c’era anche una nonnina che le raccontava a non finire bellissime fiabe per farla dormire. Forte alla bimba batteva il cuore se parlava la nonna di filtri d’amore, di re, di gnomi e di fate o di principesse intrappolate nell’incantesimo di una strega cattiva… e poi,la fiaba come proseguiva ? Che un principe, giovane e bello a cavallo partiva dal suo castello, attraversava la Foresta Incantata con l’aiuto di una buona fata, pericoli affrontava e tormenti pativa tutto per colpa della strega cattiva, infine la fanciulla liberava e il suo amore le dichiarava. Ma le loro pene non finivano ancora: lei, che era bionda come l’aurora, diventava nera come la pece o una verde ranocchia compariva in sua vece oppure a una limpida fonte, bevendo ignara fidandosi di quell’acqua così chiara, cadeva vittima di una magia, si trasformava in rondine e volava via. Ancora la bimba non voleva dormire: e poi la fiaba come andava a finire? Per il principe (poverino, contro di lui si accaniva il destino!) ricominciavano i tormenti, le difficili prove e i patimenti … e quando infine la rondinella ridiventava una fanciulla giovane e bella lui, bevendo del sidro di mele (stregato, è ovvio!) diventava crudele, più non sentiva né gioia né dolore, perché di gelido ghiaccio si era fatto il suo cuore e non ricordava, ahimè, la promessa di amare per sempre la principessa. Ora a lei spettava il “privilegio” di liberarlo dal sortilegio. Fiumi di lacrime doveva versare e durissime prove le toccava affrontare: scalare il Monte di Cristallo calzando fragili scarpette da ballo, le stelle che brillano in cielo contare e tutti i pesci che ci sono nel mare. Senza pronunciare mai una sola parola doveva girare per il mondo da sola e a fare la guardiana di oche era costretta coperta di stracci, poveretta, e poteva fare ritorno solo dopo un anno, un mese e un giorno. Allora con la forza del suo amore liberava il principe sciogliendogli il cuore. Ecco la fiaba come finiva … felice la bimba adesso dormiva. Non c’è più quella nonnina e la bambina non è più una bambina ma spesso ripensa a quelle storie incantate ne ha scelte due o tre e ve le ha raccontate.

FILASTROCCA PIENA DI OCCHI
Filastrocca piena di OCCHI. Nei fossati quanti ranOCCHI e quanti pastrOCCHI in quel quaderno! Cade a fiOCCHI la neve d’inverno. Nella valle c’è una chiesetta piccolina, bianca, bassetta. Al suo fianco, alto e sottile, protettivo il campanile non riesce a vedere l’OCCHIo? Ma nel campanile non c’è la campana con il batOCCHIo? Con tuoni e schiOCCHI scoppia improvviso il temporale altro che petardi di carnevale! Ma poi tra le nuvole, birichino, il sole ti strizza l’OCCHIolino. Che voglia quel piatto di gnOCCHI al sugo! E, poverino! Che pena, il piccolo Ugo: si è sbucciato tutte e due le ginOCCHIa, però poi si consola perché sgranOCCHIa un bel po’ di torroncini, di croccanti e di biscottini e la polenta vuole assaggiare. Tonda, gialla, il sole pare. “Sì, ma non ha gli OCCHI!” Non li vedi? Guarda meglio se non ci credi. E’ fatta con la farina e, come tutti sanno, sono le pannOCCHIe che ce la danno. Ed ecco una zucca panciuta e rotonda “Ma non c’è neanche un OCCHIo che vi si nasconda!” Come no! Una Fata in un batter d’OCCHIo La trasforma in un bel cOCCHIo Per Cenerentola, che con scarpe di cristallo va tutta contenta alla festa da ballo ed il Principe appena l’adOCCHIa ne è innamorato e con OCCHIo di triglia se ne sta imbambolato. Assai mordaci o, meglio, pungenti sebbene non abbiano né becco né denti all’apparenza innocui e tranquilli c’è una manciata di piccoli spilli. Stanno su un cuscinetto di morbida seta, senza di loro la filastrocca non sarebbe completa. “Ma non hanno mani, non hanno piedi e neanche OCCHI!” E’ questo che credi ? e la loro capOCCHIa dove la metti? perciò, come vedi, qui sono perfetti. E infine PinOCCHIo e Lucignolo, due autentici allOCCHI, vanno insieme nel Paese dei BalOCCHI, perché non gli piace studiare: è molto più bello oziare e giocare! Ma la loro avventura non è a lieto fine: si ritrovano con coda e orecchie asinine. Se qualcuno mi ascolta gli dirò a quattrOCCHI che quei due tontoloni, quei due poveri sciOCCHI si credevano furbi, ma non lo erano nemmeno un po’ ed un’ultima cosa aggiungerò: i bambini così non sono rari e tutti si trasformano in somari! “Ma qui, nel finale l’OCCHIo dov’è?” In effetti qui manca, hai ragione, non c’è.

CI SARA’UN INVENTORE ?
Un pettine d’osso alquanto attempato è rimasto del tutto sdentato e i pettini senza denti non vivono contenti . Ci sarà mai un inventore che questo problema prendendosi a cuore trovi il metodo, la maniera di fare al pettine una dentiera ?

L’AQUILA E L’AQUILONE
C’era un’aquila solitaria che se ne stava sempre per aria a guardare il mondo dall’alto in basso, sempre sola, (sai che spasso?). Un giorno mentre volava pigramente da tutto il resto distaccata e sprezzante vide, rosso, verde e arancione, librarsi leggero un aquilone. Era la prima volta che lo vedeva e chi fosse non sapeva perciò chiese “ehi, tu, verde e arancione, chi sei?” “Un aquilone”. ”Dunque saresti un mio parente? Con quei colori non mi piaci per niente.” Commentò con fiero cipiglio. “No, di un’aquila non sono figlio. Un bambino è il suo papà mi hanno fatto, eccoli là - rispose l’altro, di colori variegato, indicando in fondo al prato – e non sono di penne e di piume, ma di carta e cannucce di fiume eppure mi considerano un tesoro, perché insieme a me, un po’ pure loro volano con la fantasia, i loro sogni e la loro allegria. Ed io, legato al filo che tengono in mano, volo in alto, ma non vado lontano.” “Questo non è affatto volare – lo contraddisse l’aquila – vogliamo scherzare ? Io volo, sola, senza catene e nessuno mi trattiene, senza legami qua e là a mio piacere in libertà. Ma tu, come un pagliaccio colorato, ad un filo sei legato e, anche se danzi nell’aria leggero, di quei due sei prigioniero. Spezza dunque le tue catene rompi il filo che ti trattiene. Senza indugi fai come me: il tuo destino decidi da te !” Sorridendo, verde e arancione, gentile rispose l’aquilone” “Non posso imitarti, amica mia, e come te volarmene via. Lo ammetto, sarò sincero, quello che dici è proprio vero: io non posso andarmene qua e là senza meta in libertà, perché a quel bimbo si spezzerebbe il cuore: sì, sono prigioniero, prigioniero d’amore !”

ARCOBALENO
Più prezioso di un cristallo di neve, della rugiada più dolce e più lieve e più ancora dei fiori di melo, sboccia ad un tratto e splende nel cielo. Timido e a un tempo sfacciato, prepotente e delicato. E’ della stessa sostanza di una canzone, di un passo di danza, di un gioco, di una poesia: è un incantesimo, una magia. Ha la grazia fragile di un’ala di fata, è l’eco tremula della sua risata e la fata, gentile, intinge il pennello in quei colori per dipingere farfalle e fiori. Le stelle non le puoi rubare e, pur se ne hai voglia, nemmeno toccare e neanche nei sogni più arditi e più belli le comete le puoi afferrare per i capelli e nonostante ti sforzi, non puoi nemmeno trattenere tra le tue mani un arcobaleno. Come un bel fiore che presto appassisce languido, l’arcobaleno impallidisce ecco, si è spento e più nulla rimane di quel magico incanto.

FILASTROCCA
Filastrocca per l‘agnellino, tenero, bianco e ricciolino e filastrocca per il lupo che se ne sta nel bosco cupo. Per il latte e per il caffè, filastrocca per te e per me, per il lavoro e per il riposo. Filastrocca per il giglio odoroso, filastrocca per l’ortica che, se non la tocchi, non ti punge mica, per il cardo e per la rosa, per la neve silenziosa che piume d’angelo ci offre in dono, (perché i suoi fiocchi è questo che sono !) Filastrocca per il fuoco che basta un sospiro e danza poco, per la proboscide dell’elefante e per la farfalla così elegante da cima a piedi di velluto vestita, per il papavero e la margherita. Per l’inverno e la primavera. Per la notte nel suo manto di seta nera e per l’alba vestita di azzurro chiaro. Per il miele dolce e per il fiele amaro. Filastrocca per l’usignolo che tutti incanta con i suoi assolo e filastrocca per la cornacchia che non gorgheggia, infatti lei gracchia, ma il suo verso non mi pare brutto: io la penso così, e questo è tutto!

IL CANNOLO
In questa storia non troverai (almeno credo … non si sa mai) una principessa con i riccioli d’oro un eroe in giro nel mondo a cercare un tesoro, pirati, briganti e brigantini, monete d’oro, smeraldi e rubini. Protagonista della filastrocca (ad alcuni la cosa può sembrare sciocca) è nientemeno che un cannolo alla crema. Nel dirlo la voce mi trema e mi viene l’acqualina in bocca. Ma … come prosegue la filastrocca ? Anzi, meglio, ma com’è che inizia ? C’era una volta una vera delizia, un’autentica prelibatezza insuperabile nella sua squisitezza: in un involucro di pasta sfogliata, leggera, morbida e delicata, una crema dolce con tanti canditi di cedro e ciliegia, i miei preferiti, insomma un dolce e squisito cannolo che era restato nel vassoio da solo , perché nessun’altra pasta insieme a lui era rimasta. Le amiche di mamma, per il tè invitate, tutte le altre avevan mangiate, (erano paste secche e sfogliatine) e a nome di tutte disse una alla fine, presa forse da rimorso … in ritardo: ”Non vorrei trasformarmi in una palla di lardo - e aggiunse con la bocca piena - meglio evitare quel cannolo alla crema: è troppo ricco di calorie. lasciamelo perdere, amiche mie. E’ un sacrificio, ma ne vale la pena, solo a guardarla fa ingrassare la crema!” E così, se pure stracolmo di infinita dolcezza, il cannolo era sommerso dall’amarezza. Ma per fortuna in casa c’erano tre che non avevano partecipato a quel tè e non si sarebbero sentiti in colpa a mettere su un po’ di polpa. Mariella, la bambina, era bionda e ricciolina ”Riccioli d’oro” a volte la chiamava il fratello per ridere, perché era un monello e si divertiva a stuzzicarla, ma era anche pronto ad aiutarla se lei si trovava in difficoltà. Lui era un poco più grande di età, aveva compiuto da poco otto anni e combinava in serie i malanni e talvolta faceva un quarantotto mettendo a soqquadro soggiorno e salotto … ma spesso si trattava di marachelle. Era goloso di caramelle, di lecca-lecca e di granatine di coca-cola e di patatine. Di conseguenza era un po’ cicciottello e si chiamava … Luca … no, no: Marcello. A completare il simpatico trio c’era un cane pieno di brio, anzi aveva l’argento addosso: saltava e correva a più non posso. Dunque il cagnolone bianco, vispo e giocherellone su un occhio aveva una macchia nera. Vuoi sapere il suo nome qual era ? Neve, ma per quella macchia nera era chiamato ”Pirata” e quel soprannome era appropriato anche perchè era sì carino, ma pure tanto malandrino. In contemplazione davanti al cannolo (che peccato che fosse uno solo!) i tre compari se ne stavano e i loro pensieri manifestavano. Un po’ svenevole la bambina (perciò la chiamavano a volte “Principessina”: “Quei canditi rossi e verdini sembrano proprio smeraldi e rubini ” Più concreto suo fratello (ti ricordi ? si chiamava Marcello): “Quella crema deve essere una bontà !” “Pirata” non diceva niente in verità, ma da come scodinzolava si capiva ciò che pensava. Ad un certo punto il bambino, che in aritmetica era bravino, disse ai compagni rivolto (e quelli gli davano ascolto): ”Sentite, un cannolo diviso per tre è troppo poco secondo me. Lasciamolo al babbo che pure ieri è tornato a casa con tanti pensieri - e poi aggiunse – inoltre mi pare che anche noi troppo lo facciamo inquietare”. Rispose la sorellina, che in fondo era una brava bambina: “Spesso combino tanti pasticci e proprio ieri ho fatto i capricci. Alla mia parte rinuncio volentieri, mi comporterò meglio di ieri.” Forse “Pirata” di scrupoli ne aveva di meno, ma anche lui rinunciò al cannolo ripieno. Quella sera, addolcito dalla bontà suprema di quel cannolo farcito di crema e dal gesto dei suoi bambini che erano stati così carini, tutto contento sorrise il papà e disse: “Che bontà! Per ringraziarvi vi dirò una filastrocca e spero che non vi sembri sciocca, perché il protagonista è nientemeno che un cannolo di crema ripieno”

IL CUCCHIAINO D’ARGENTO
C’era una volta, in fondo a un cassetto, un cucchiaino solo soletto, da lungo tempo dimenticato, più da nessuno veniva usato. La sua era stata una famiglia assai numerosa (regalo di nozze per una giovane sposa), ma uno alla volta ogni forchetta, coltello e cucchiaio si era cacciato in qualche guaio e di tanti che aveva di fratelli e cugini (intendo cucchiai e cucchiaini) nessuno più gli era restato: di un intero servizio, lui, scompagnato. Così se ne stava senza far niente e il tempo passava, inutilmente. Senza l’ombra di un sorriso era sempre scuro in viso, di colore verde-bruno - più non lo avrebbe riconosciuto nessuno - invece nei giorni felici (ne aveva avuti, ma erano lontani, per sempre perduti) era allegro e sorridente, terso, lustro, rilucente. Nei giorni amari nulla è più doloroso che ripensare a un passato gioioso e lui ricordava con la morte nel cuore, ed era sommerso da un immenso dolore, che durante la prima colazione era piacevole la sua missione: mentre il fratello maggiore si occupava de tè, lui doveva mescolare un poco il caffè ed era capitato, anche se raramente, che per il miele lo usassero, sbadatamente. E quel tuffo nel miele, che a volte faceva, davvero assai assai gli piaceva, perché era travolto dalla sua carezza: era come annegare in un mare di dolcezza. E ancora lui ricordava - e quanto il ricordo lo rattristava! - quando, tutti stretti, vicini vicini, dormiva abbracciato ai suoi fratellini. Il tempo scorreva inconcludente … Talvolta si affacciava alla mente il ricordo del giorno più eccitante quando per sbaglio lo avevano usato per una salsa piccante. Era una salsa fin troppo pepata che doveva accompagnare mi pare un’orata che era stata cotta nel vino bianco e fatalità lui si trovò proprio al fianco della posata del pesce, così raffinata, eleglei era affascinante o perchè la salsa era proprio piccante lui arrossì, provò un brivido, gli scoppiò quasi il cuore, all’improvviso si sentì infiammare d’amore. Ma la loro storia non fu a lieto fine (non era di fate, di re e di regine !). Il cucchiaino mai più fu usato coi piatti salati e non si rividero i due innamorati però lui continuò a ricordarla con nostalgia: gli pareva la cosa più preziosa che al mondo ci sia. Giorno per giorno il tempo passava, la sua situazione però non cambiava ma alla fine con lui benigno fu il Fato: in fondo al cassetto fu ritrovato! Lo lustrarono amorevolmente così di nuovo fu terso e lucente e siccome era diverso da ogni altra posata, era d’argento e di forma elaborata, gli affidarono una importante mansione: distribuire lo zucchero a bicchieri, tazze e tazzone. Lo metteva nel latte, del tè, nel cappuccino (tornò a sorridere il cucchiaino), nelle spremute d’arancia, di pompelmo e limone ed era una bella soddisfazione. Insomma lo misero a presiedere la zuccheriera così lo usarono mattina e sera. Era fiero del suo ruolo così importante, la vita era ancora per lui emozionante e poi lo zucchero coi suoi granellini gli faceva sentire lungo la schiena dei brividini come un dolce solletico, non fastidioso. Il cucchiaino di nuovo era splendente e radioso e gli altri, coltelli, cucchiai – anche se alla lontana comunque parenti- si dimostrarono davvero contenti perché questo nuovo membro della famiglia svolgeva il suo compito a meraviglia e non c’era nessuno che non lo ammirasse per il suo stile e per la sua classe.

L’UOMO CHE AMAVA LE STELLE
C’era una volta un uomo così sognatore che aveva trascorso gli anni, i mesi, le ore insomma ogni istante, ogni secondo non a vivere le cose del mondo, ma solamente a contare le stelle lontanissime, splendenti e belle e poi le annotava su un quaderno voluminoso senza concedersi mai un po’ di riposo. Ce n’erano a cinque punte, a sei, a sette (erano tutte comunque perfette) e ce n’era qualcuna così piccolina da non avere neanche una sola puntina. Luccicavano tremule nel firmamento e solo guardandole lui era contento: nessun’altra cosa gli stava a cuore nè gli procurava gioia o dolore. Per poterle osservare con più precisione si era fatto costruire un alto torrione (e così in alto arrivava che le nuvole oltrepassava). Quella scala di corsa saliva Giorno per giorno la vita fuggiva e lui sempre lì, a contemplare le stelle che sfavillavano irraggiungibili e belle: gli sembravano quasi dei fiori d’argento e d’oro, non di altri colori, sbocciati in un prato blu come il mare ma non li poteva cogliere e nemmeno annusare. Al principio arrivava in men che non si dica in cima e gli pareva lieve la sua fatica, ma ora era fragile e tutto bianco e ad ogni gradino sempre più stanco, però seguitava ancora a contare le stelle luminose, gelide e belle. Le guardava brillare nel cielo nero e del loro incantesimo era prigioniero, ma un giorno alla fine si arrese, dall’evidenza sconfitto e comprese che il tempo non gli sarebbe bastato a completare ciò che aveva iniziato: non sarebbe riuscito a contare tutte le stelle, che scintillavano insensibili e belle, anche se, tra le più grandi e le più piccoline, gliene mancavano solo poche dozzine, perché i suoi occhi si erano spenti e più non distingueva le stelle lucenti. Ora poteva solo immaginarle e col rimpianto nel cuore sognarle. Sentì che se ne andava ormai la sua vita e prima che fosse del tutto finita con un filo di voce, accorata e sincera, rivolse al Cielo una preghiera. E adesso è il custode di quell’azzurro giardino e finalmente è così vicino a quei fiori d’oro che non serve annaffiare che, non solo li vede, ma li può toccare.

LA MATITA
C’era una volta una matita che in fondo a un cassetto era finita, ormai molto corta, per giunta, era rimasta senza la punta. Ma sebbene l’avessero mandata in pensione non si era lasciata vincere dalla disperazione e non si era fatta venire l’esaurimento nervoso per colpa di quel forzato riposo. Anzi era contenta di potersi riposare. Nel domani continuava a sperare senza smettere mai. Lì nel cassetto c’era un continuo via vai: ci capitavano tipi modesti oppure importanti, comunque tutti assai interessanti. Un vasetto con un fondo di colla, una presa per il bucato senza la molla, una scatoletta con tre puntine molto argute e chiacchierine. Una stilografica, piena di acciacchi e dolori che sputacchiava, ma lo faceva anche nei tempi migliori, un fermacarte leggermente scheggiato, la penna verde di un pappagallo impagliato, un bottone di vetro di color ciclamino, sussiegoso (si credeva un rubino). Poi c’erano un Asso di coppe e un sei di bastoni e due spartiti di vecchie canzoni e per un certo periodo c’era stato perfino, sempre mogio mogio, un cucchiaino … Così, stando in compagnia, la matita non conosceva né solitudine né malinconia. E’ vero: più nessuno la usava per disegnare, ma con tanti amici non si poteva annoiare. Con tutti stava volentieri, ma, ad essere sinceri, aveva una speciale ammirazione, anzi, un’autentica venerazione, per il fermacarte che per modestia se ne stava in disparte. Aveva all’interno tanti color che rilucevano in mille bagliori, ma, pur avendo un aspetto così appariscente, non si montava la testa per niente. Per questo la matita lo stimava e grande rispetto gli riservava. Tra gli altri inquilini di quel cassetto c’era pure, non so se l’ho detto, una gomma piccola e consumata, pareva che l’avessero sbocconcellata. Di solito una gomma e una matita, pur trascorrendo insieme la vita, non sono amiche per niente e si detestano cordialmente. E la causa di questo astio mi pare che facilmente si possa spiegare. Alla matita ogni segno che traccia, di rispetto pare degno, invece la gomma, passando qua e là tutto cancella senza pietà e in men che non si dica disfa il lavoro dell’altra, la sua fatica. Ma a dire le cose, così come stanno non è che la gomma faccia del danno, perché non distrugge i capolavori bensì solamente i pasticci e gli errori ! Ma alla matita, che non è obiettiva, l’altra sembra comunque cattiva. La matita di questa storia però non odiava la gomma neanche un po’, non nutriva per lei nessun rancore, anzi, l’aveva scelta come amica del cuore. La gomma di carattere era un poco lagnosa, la rincuorava la matita, più spiritosa, insomma erano molto affiatate anche perché entrambe anziane e malandate. Un giorno arrivò nel cassetto con gli auguri di Pasqua un biglietto. Portava scritte le parole seguenti (sconcertati rimasero tutti i presenti): Tanti auguri dal tuo caro amicho Martino (di sicuro a scriverlo era stato un bambino). Si capiva il messaggio senza alcun intoppo, ma c’era comunque qualcosa di troppo e quella parola sbagliata fece scoppiare il bottone in una sprezzante risata, la coppa dell’Asso si mise a ridere con grande spasso e a furia di ridere si rovesciò. La stilografica tossendo sputò (anche a causa del suo guasto) quel po’ d’inchiostro che le era rimasto. La penna del pappagallo si sentì così scossa che, da verde che era, diventò rossa. Le tre puntine con battute pungenti fecero ridere tutti i presenti. Imbarazzato, il fermacarte si mise a guardare da un’altra parte e alla gomma, per colpa di quell’errore, venne quasi un colpo al cuore. Per quell’”acca”, che voleva mandar via, fece quasi una malattia, ma era stato usato un pennarello così resistente che, nonostante i suoi sforzi, non potè fare niente. In lacrime all’amica “Ma ti rendi conto ? Quel Martino deve essere tonto ! “ La matita, più tollerante: Be’, sì, è un po’ ignorante però, coraggio, non disperare, vedrai che se studia potrà migliorare. E comunque, se ti fa piacere ora ti dico il mio parere: se un giorno sui giornali del mondo intero e non fosse una frottola, ma proprio vero, fosse scritto : “IN NESSUN ANGOLO DELLA TERRA NON C’E’ PIU’ L’ODIO, NON C’E’ PIU’ LA GUERRA E FRA TUTTI E’ NATA LA VERA AMICHIZIA” be’, sarebbe comunque una gran bella notizia !

GELO
Alfine è venuto, di soppiatto, col suo passo sinuoso di gatto. E’ giunto dal Nord senza fare rumore, come guida la luna, col suo chiarore. Ha sparso sui prati brillanti di brina e negli orti con quelle gemme ricama una trina poi copre …di zucchero ? i tetti e ancora ai rami appende festoni e merletti di candido pizzo inamidato del più prezioso e delicato. In punta di penna disegna quei ghirigori che mette al posto delle foglie e dei fiori ma prima di tutto quel gran burlone gioca subito un tiro birbone all’acqua del fosso imprigionandola sotto un coperchio spesso e, poiché lui non ne ha voglia, la fontana più non gorgoglia e non è certo per caso se nemmeno le gocciola il naso ! Le guance le ha rosse, due mele croccanti, gli occhi, schegge di vetro, pungenti, puntute le orecchie, puntuto il mento; fa una capriola e ridacchia contento: ciò che con dita sottili ha sfiorato rimane da un incantesimo intrappolato. E’ leggero come una piuma, pare che danzi, come un raggio di luna o che guizzi come fa il fuoco eppure, sotto i suoi passi, il terreno scricchiola un poco. Ora canta una filastrocca che trillando esce dalla sua bocca. Ad ogni battito delle sue ciglia rabbrividisce la terra e sbadiglia e a quella tiritera sempre più lenta non sa resistere e si addormenta. Lampeggia il suo sguardo di gatto, si frega le mani, è soddisfatto: adesso che prigioniera tiene la terra, che in suo potere, in sua balia la rinserra fa una giravolta e una piroetta perché ogni cosa gli appare perfetta. Questa notte si rimboccherà la trapunta che di stelle sfavilla, lo cullerà, gelida, la luna tranquilla.

FILASTROCCA NINNA NANNA
Filastrocca di terrore che ti senti il batticuore poi però viene la mamma che ti canta la ninna-nanna. Filastrocca di spavento, forte forte ulula il vento, gonfio di pioggia il cielo è scuro ma con la mamma tu sei al sicuro. Filastrocca con la pelle d’oca questa luce è troppo fioca “E se viene un brutto drago ?” “La mamma lo lega con lo spago” Filastrocca cupa e nera proprio come questa sera “Può capitare che una strega venga ” “Se c’è la mamma non c’è strega che tenga” Filastrocca del buio più cupo “E se dal buio uscisse un lupo ?” Direbbe la mamma: “Non venire qua vicino, non si tocca il mio bambino !” Filastrocca nera come l’inchiostro “E se comparisse un brutto mostro ?” “Non temere, non c’è problema: la mamma in un lampo lo sistema” Filastrocca di fifa e di strizza “E se un’orchessa grassa e rubizza come un cappone vuole ingrassarmi per poi, rosolato ben bene, mangiarmi ?” “Svelta la mamma con decisione fa fare all’orchessa un bel ruzzolone e poi: questo bimbo così bello bianco, rosa e tenerello mi dispiace, non è da mangiare, giù le mani, non c’è niente da fare e poi, sia detto tra noi, non è pane per i denti tuoi !” Filastrocca petulante “E se un orco (oppure un gigante) da sotto il letto uscisse piuttosto ?” “Ci penserebbe la mamma a farlo stare al suo posto” “E se, mettiamo, da sotto il letto uscisse strisciando un grosso insetto ?” Direbbe la mamma: “Vattene via, con me non hai scampo, parola mia” “E se da dietro l’armadio compare un orso che vuole darmi qualche morso ?” direbbe la mamma “Via, brutta peste, o ti concio per le feste !” Filastrocca di brividi piena “Se per mangiarmi a pranzo o a cena o al posto della merenda sbucasse un cannibale da dietro la tenda ?” Direbbe la mamma “Non t’hanno insegnato l’educazione ? non venire qui a far colazione : vai al ristorante com’è d’uso se non vuoi un pugno sul muso !” “E se invece subito dopo dal cuscino uscisse un topo ? o dal lampadario sul più bello, scendesse volando un pipistrello ?” direbbe la mamma “Resterete con l’amaro in bocca perché il mio bambino non si tocca!” Filastrocca un po’ meno scura è quasi passata la paura ad una ad una ogni stella si accende e nel cielo la luna risplende. Filastrocca che sbadiglia un pochino quanto sonno ha il mio bambino ! Filastrocca di dolci confetti … già si chiudono quegli occhietti Filastrocca di caramelle e di tutte le cose più belle. Filastrocca di sonno piena, ora la notte è tranquilla e serena perché i mostri sono spariti, grazie alla mamma sono fuggiti. Filastrocca quieta e in pace tutto quanto intorno tace. Dormono tutti anche il mio tesoro mentre fa bei sogni d’oro.

ULTIMA FILASTROCCA
Per congedarmi, per finire, le parole più…dolci voglio dire e formano una filastrocca che si squaglia, si scioglie in bocca. E’ fatta di zucchero, a velo e filato, di pan di Spagna e di mandorlato, di caramelle e di torroncini, di lecca-lecca e di cioccolatini, di sciroppo di ribes e lampone, di torte farcite e di zabaione, di bignè e di sfogliatine, di babà e di focaccine, di sorbetti di frutta e di panpepato, di panna montata e di cioccolato, di gelato di tutti i gusti e di tutti i sapori e perciò anche di tanti colori: bianco, rosa, violetto, arancione, giallo, nocciola e poi marrone, verde spento oppure brillante di sfumature ce ne sono tante credo che siano più o meno trenta dipende se il gelato è di kiwi o di menta, di mirtillo o di limone di fragola o di melone dunque: di gelati, di granatine e … le ho nominato le praline? Di cannoli alla crema e alla marmellata, e poi di miele e marronata, di biscotti e di sfogliatine, di frittelle e di gelatine, di meringhe e di pasticcini di “galani” e di croccantini, di composta di frutta e di frutta candita così dolce da leccarsi le dita… Di tutto questo è fatta la filastrocca (ma la senti l’acquolina in bocca?) e poi c’è uno spicchio d’aglio no! quello non c’entra! è qui per sbaglio: solo per colpa di una svista è finito in questa lista! Ma da nominare ancora che resta? La regina della festa, quella che primeggia in una compagnia così bella la mia preferita: la Nutella!
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Buonenuove buone notizie dal mondo
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Oggi, 2 ottobre 2009, a 140 anni dalla nascita del Mahatma Gandhi, giornata internazionale della Nonviolenza, in Oceania, a Wellington, iniziamo la Marcia Mondiale per la Pace e la Nonviolenza. La Nuova Zelanda, il paese più orientale del pianeta, è un riferimento per il mondo, per la sua lotta per la pace e il disarmo, perché gli neozelandesi si sono liberati dal peso delle basi straniere e delle armi nucleari. Da questo luogo estremo e lontano dai centri di potere iniziamo questa azione mondiale. Arriviamo da ancora più a est, dalle isole Chatham (Rekohu), il luogo che riceve i primi raggi del sole, con cui inizia il giorno sul pianeta. Là, con gli amici delle culture ancestrali, i moriori, abbiamo iniziato questo viaggio dal valore simbolico. Questa marcia mondiale, che alcuni hanno definito la più grande manifestazione mai realizzata per la Pace e la Nonviolenza, passerà per più di 100 paesi dei cinque continenti, un evento mai realizzato prima nella storia, e terminerà il 2 gennaio 2010 nel Parco di Studio e Riflessione di Punta de Vacas, ai piedi del monte Aconcagua, il tetto dell'occidente. Aspiriamo al fatto che, così come qui inizia il giorno per il pianeta, inizi per tutta l'umanità un nuovo giorno con un mondo senza armi nucleari e senza guerre. Amici, come voi tutti sapete, oltre che a Wellington, oggi anche in molte altre città, paesi e piccoli villaggi, inizia questa grande marcia con tantissime azioni. Un grande saluto agli amici dell'Australia, dei paesi asiatici, dell'Africa, agli amici dell'Europa, agli amici dell'America del Nord e agli amici dell'America del Sud. |
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Eventi - recensioni - comunicati
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Intervista a Del Papa, autore di Ti vivrò accanto. La favola infinita di Renato Zero
Massimo Del Papa (Milano, 1964), giornalista ("no, sono uno che scrive", corregge lui), è seduto di fronte a me, spettinatissimo, con un orecchino nuovo fiammante al lobo sinistro. “Di' che gesticolo molto, rido spesso, mi agito e bevo a piccoli sorsi un misterioso liquido ambrato”, mi suggerisce, sornione. In realtà basta il suo sguardo attento, la sua sagoma dinoccolata e scomposta a catturare l’attenzione.
- Ricordo quando mi accennasti per la prima volta al libro. Per scriverlo, hai impiegato una trentina d’anni… Aggiungo: si sente. È un libro che hai scritto per te: ed è una delle ragioni del suo fascino.
- E pensare che se non fosse stato per Marinella Venegoni, una persona speciale che ha scritto una prefazione molto lucida, non l’avrei mai pubblicato. Tu sai che Renato ha reso sé stesso un ponte per la vita di tanti. Ha stravolto il suo talento da fine a mezzo, per incidere, per cambiare molte vite.
- Inconsapevolmente…
- Certo, come dev’essere per ogni vero artista. E qui sta la sua forza. Ho conosciuto un’infinità di gente che mi ha detto: lui non ti molla, è presente davvero, diventa persino invadente se decide di starti vicino. Bene, questo libro ha preso qualcosa della storia che racconta.
- All’inizio volevi intitolarlo Un anarchico conservatore. Poi hai optato per Ti vivrò accanto, molto più suggestivo…
- Ti vivrò accanto è uno dei versi più belli del suo canzoniere; volevo anche raccontare una favola, come recita il sottotitolo, infinita perché di questa vicenda umana si parlerà ancora fra cent’anni. Lui, Zero, può essere tutto ma non risulta mai mediocre. In un Paese che di mediocrità vive, e se ne vanta. Non dimentichiamolo: a 27 anni ne aveva già addosso 14 di gavetta, quattro dischi, l’Orfeo 9, i giri per Roma con Fellini, Ruzante in teatro, le coreografie di Don Lurio, Rita Pavone, l'Hair di Patroni Griffi, il Piper e tutta quella vita… ed era già tanta vita.
- Taluni, però, potrebbero equivocare: “Ti vivrò accanto”, cioè: sono uno di voi…
- No, Renato non è affatto “uno di noi”. Ti sfiora, ti passa vicino, ma le sue coordinate sono troppo diverse: non sta in te, e tu non sei in lui. I sorcini, che lo hanno cristologizzato, se ne facciano una ragione. È un anarchico conservatore, propone modelli che vanno bene per la società, ma lui se ne esorbita, sta altrove. Ti vive accanto, ma non lo puoi afferrare, fare tuo. Con la sua arte ha fatto più di mille convegni, ha sdoganato le diversità (non solo quella sessuale). Quando nelle scuole parlo di lui, come di Zappa e di altri esempi illustri di anarchici conservatori, mi riferisco all’individualità, alla specificità, che comprende la diversità, il coraggio di non conformarsi.
- Qualche purista sobbalzerà leggendo il nome di Zero accanto a quello di Zappa. Ma io rammento bene che, sul finire dei ’70, si indicava come possibile erede di Renato un nostro talentuoso concittadino, Faust’O, che gli somigliava un po’ anche fisicamente, così emaciato e spettrale, e anch’egli portabandiera d’un rock all’avanguardia, anticipatore del punk, con testi disinibiti e iconoclasti.
- Certo, ma tu pensi che oggi potrebbe nascere un Renato Zero? Dicono: Renatino, tutto cuore… Ma era durissimo, fortissimo quel ragazzo. Con una incrollabile fiducia in sé stesso. Una macchina da guerra con un cuore. La gente non lo sospetta, non ha gli strumenti analitici per uscire dalla soggezione: mi piace=bello, non mi piace=brutto. Io ho tentato una chiave di lettura diversa, gli sono… vissuto accanto [risate], senza bisogno di fregole, di gossip. Vincenzo Incenzo ha notato: “Lo conosci meglio tu, che non l’hai mai incontrato, di tanti che gli vivono intorno”. Ma bastava ascoltarlo. Non esiste artista più autobiografico, più sincero. Dove lo trovi uno che ti dice che si sente un fallito, che si è inventato un circo “per non essere così”, per non ammettersi altrimenti? Non puoi chiedere di più a un artista. Il suo canzoniere è un po’ come l’Ecce homo di Nietzsche.
- Volevo restare su quell’aggettivo, “conservatore”, che si presta anch’esso a grandi equivoci. Mi è capitato persino di leggere che la critica all’aborto contenuta in Tragico samba (fra l’altro un brano piuttosto cinico e disincantato, come hai osservato tu, molto “lacero”, metropolitano, con persino un accenno a un fratello incestuoso, alla faccia della santità della famiglia…) era motivata dalla... fede cattolica di Renato.
- Ma figuriamoci! Conservatore non significa mica reazionario. Il vero ribelle non può che essere conservatore, perché gli stanno a cuore i temi ultimi, i punti nodali dell’esistenza. Che sono sempre quelli, da che mondo è mondo. E, al tempo stesso, sempre in movimento.
- La passione etica, come in Pasolini, altro anarchico conservatore…
- Esatto.
- Conservatore anche perché, mentre da un lato lo si additava come scandaloso, dall’altro lo si accusava di barare, dall’altro ancora di presentare una figura di “diverso” sempre sofferente, quindi, in ultima analisi, rassicurante per la società “normale”. A me non pare. Il solo fatto di aver infuso coraggio in tante persone mi darebbe ragione, ma i suoi brani sono “a tutto tondo”: non si limitano a denunciare l’emarginazione, hanno dimostrato che l’amore può nascere ovunque e per chiunque, e hanno descritto la bellezza di questi amori. Anche i loro limiti, certo, perché la sua visione è realistica, mai idealizzata.
- La maledizione di questo Paese è che tutti militano, stanno chiusi non nei barattoli ma nelle categorie. Io, per esempio, non reggo più quei giornalisti che anche seduti sul cesso fanno i giornalisti. Non c’è altro posto al mondo dove tutti ripetono: ah, io non sono come gli altri, io sono particolare e anche pazzo (che è una trovata miseranda per dire: sono egoista, stronzo e viziato, e voi dovete prendermi così). Però, al dunque, tutti si infilano in qualche militanza. Non voti a destra, “sei” di destra. Non voti a sinistra, firmi una cambiale a vita con la sinistra, qualsiasi cosa accada. Non sei uno con qualità sue, sei un gay, una lesbo, un macho, una velina, un terrone, un padano o quel che ti pare. Ma come si fa a vivere così? Come andare in un negozio di musica e chiedere: mi dà una chitarra ritmica, me ne dà una solista? Ma compra una maledetta chitarra e poi suonala! Zero andava in giro con una gallina al guinzaglio, che è molto meglio della scimmia sulla schiena. Anche perché, alla fine, la gallina te la mangi! L’importante è non tradirla mai, quella gallina, e io credo che, in fondo, Renato non l’abbia mai tradita. Devi adattarti, in qualche misura, ma alla fine penso che lui sia sempre lui. Come si dice: immorale nelle cose piccole, morale in quelle grandi. Sai perché alla fine gli si perdonano anche le scivolate retoriche, quell’andare a parlare di povertà francescana ad Assisi, con il parco macchine e la villa su piazza di Spagna? Perché alla fine lui dà molto di più di quel che riceve. Ha fatto felici milioni di persone per quarant’anni. Ha dimostrato, in particolare, che le provocazioni, le tutine, gli zatteroni, non erano fini a sé stesse, ma armi con cui scardinare certe incrostazioni. Ha mandato letteralmente a quel paese l’industria discografica e tu sai che queste cose, in Italia, si pagano. Poi è “imperfetto”, sicuro. Dicono che ha sempre recitato? E chi non lo fa? Io a muovermi sul palco ho imparato da lui. Da lui e da Keith Richards! Alla fine, non è più recitare. È liberare la parte più profonda e pericolosa.
- E, anche, il rapporto con le donne, sicuramente molto complicato, spesso conflittuale, sempre sofferto. Però non mi sembra corretto parlare di misoginia riguardo al primo Zero, i suoi pezzi al contrario di brani eseguiti da altri non mi hanno mai offesa, ho sempre avuto l’impressione si rivolgesse non all’intero genere femminile, ma solo a specifiche persone.
- La misoginia del Renato degli esordi somigliava molto da vicino a quella di Mick Jagger, che non a caso è stato uno dei suoi modelli.
- Insisto: in questa prima fase nessuna visione stereotipata, ma storie di vita (sue o altrui), donne singole e molto reali, corpi e non miti, rapporti paritari. Insomma, e per fortuna, nessuna Bella senz’anima in casa Zero, nemmeno nella canzone che tu ritieni più violenta, L’ambulanza. - Sì, molto violenta.
- E, come violenza, lo si potrebbe avvicinare a Jim Morrison, a Iggy Pop. Visto comunque che abbiamo citato Tragico samba vorrei rimanere su Zerofobia. Come sai io adoro quel disco, lo ritengo la carta d’identità di Renato. È un disco “di cronaca”: più precisamente, di cronaca nera. Mi ricorda certe riviste, o rivistacce, degli anni ’70, in bianco e nero. A ciò affianco un libro uscito nel ’78 per Savelli, Lo scarico, ambientato naturalmente nelle borgate romane. Era il diario-verità (con tanto di nomi e cognomi, oggi in nome della privacy sarebbe impubblicabile) di Marco e Maria, “adolescenti ‘diversi’ del ghetto metropolitano” recitava la quarta di copertina. Violenza, degrado, squallore ma anche desiderio di riscatto, imprecisa ma concreta voglia di uscire dall’inerzia e di “entrare nella storia”, per dirla sempre con Pasolini…
- Zerofobia? Lo amo! Contiene lo spirito del tempo. Se vuoi capire cos'erano gli anni ‘70, devi ascoltare Zerofobia... di qualsiasi cosa parli! C'è qualcosa di malsano lì dentro, e non voglio neanche sapere come sia stato messo insieme. È uno dei pochi, veri dischi rock in Italia. Ma, dopotutto, uno dei talenti di Renato è sempre stato quello di cogliere il momento in cui viveva. Lui non è mai fuori sincrono, i suoi dischi sono utili a capire l'epoca da cui sgorgano ed è per questo che li ho scelti come filo conduttore per il mio lavoro, che poi è un libro su mezzo secolo di storia italiana. Basta saperli leggere in controluce. Prendi anche Zerolandia, l’album più pornografico della sua carriera…
- E anche il più allegramente amorale (mi riferisco almeno a certi pezzi), oggi si sente molto la mancanza di dischi così. A Matrix un brano come Triangolo aveva messo d’accordo tutti: donne, uomini, cristiani, musulmani, pagani… Ammiccavano divertiti e liberatori a quelle note maliziose.
- Lui aveva compreso che la gente s’era rotta di tutta quella violenza, quel sangue, e non parlo delle borgate adesso, ma degli anni di piombo. Non se ne poteva più. Ricordo i mondiali d’Argentina… tutta quell’euforia assurda. Ma avevano appena ammazzato Moro e si voleva dimenticare tutto. Lui reagiva a modo suo. Con una polemica in apparenza stralunata, in realtà affilatissima. Ah, voi volete la guerra politica? E io vi do le ammucchiate e le scopate con i trans! Sbattiamoci, quella era pericolosa davvero. Ma a molti ha fatto comodo prenderla come uno scherzo: “Ah, Zero, quel depravato!”. In fondo, è sempre lo stesso gioco. Fin da quando il “Times” titolava, a proposito dei Rolling Stones sbattuti in galera: Chi spezza le ali a una farfalla?. Per dire, sono solo dei ragazzi, non sono un nostro problema. Invece lo erano, eccome! E lo era Renato Zero all’epoca. Poteva scatenare comportamenti di massa, rivolte di massa, poi se n’è reso conto e a un certo punto ha chiesto "Tregua". Ma a Fantastico se n’è ricordato nuovamente: Viva la Rai, e arriva bardato come una drag queen: “State attenti, borghesucci da sabato sera, che se solo voglio, vi tolgo ancora il sonno!”. Oggi chi è capace di scatenare maree collettive? Un pivello uscito dal serraglio della De Filippi?
- Tu scrivi che Zerofobia, l’album “maledetto” di Renato, si conficca nel cuore dei fans ben deciso a restarci. Io non sono del tutto d’accordo. Molti, per esempio, sostengono che il capolavoro di Renato sia Amore dopo Amore. E, in un recente sondaggio, la terza canzone più rappresentativa di Zero, almeno secondo certi fans, sarebbe I migliori anni della nostra vita.
- Beh, sì, ascoltano Amore dopo Amore o I migliori anni (che ho definito "brano infingardo") e dicono: mio Dio. Ma perché amano venir soggiogati dalla quantità, da una proposta eclatante. Non hanno memoria storica. Lui, Zero, in questo è memoria storica e ha ragione a dire “è la memoria che ci rende interessanti”. Basta che sia memoria però, che non diventi presente, che non se lo mangi. Alcuni miei colleghi sono rimasti agli anni ’70. Non li sopporto, mi sembrano deficienti. Per me Renato Zero ha fatto bene a un certo punto a piantarla con le piume e le trombette. Non duri per sempre, non puoi fare a sessant’anni quello che ti riusciva a venti, e non solo per limiti fisici: se sei un artista intelligente non ti basti più, prosegui. Torniamo ai Rolling Stones. Io potrei uccidere a richiesta di Keith Richards [risate]. Ma vederli sempre uguali a sé stessi, condannati a danzare anche dopo morti, come pupazzi ossuti e macabri, mi preoccupa. Renato Zero ha compiuto questa magia, un successo spropositato nei ’70, la perdita di questo successo, il rinnovato trionfo con gli interessi nei ’90: il tutto, rimescolando gli ingredienti. Prima c’era un matto che con parole matte diceva cose di buon senso. Poi è arrivato questo “saggio”, vestito di scuro, che ogni tanto lascia balenare l’antica follia: “C’è sempre un cobra che dorme, eh eh!”. Lui è un maestro in questo…
- Si potrebbe facilmente obiettare che la saggezza può sconfinare, talvolta, nella retorica e nel perbenismo. Non mi sembra che Renato ne sia rimasto sempre immune. Fra l’altro, l’ha ammesso lui stesso: il pubblico mi segue per quegli anni là…
- Sbaglia. Conosco centinaia di fans convinti che lui abbia cominciato con I migliori anni… e lo amano! Si emozionano, provano gli stessi sentimenti che provavamo noi. Poi certo, io gli mostro, oppure scoprono da soli, su Youtube, di cos’era capace venti, trent’anni prima e… scatta la zeromania, la zerofobia e la zeroisteria. A ritroso! Presso le giovani generazioni di zerofolli parte come una caccia al tesoro, ma non è determinante, è solo un amore in più. Lo vogliono anche cominciando da oggi, e questo è degno di nota. Vado in giro e mi dicono: trattacelo bene Renato, ci appartiene, è nostro. E io: cazzo, uomo, ho fatto un libro su di lui! [risate] Comunque sì, lui ormai è una istituzione e questo è il suo attuale pericolo. Nessuno più lo contesta, lo mette in crisi, mentre lui è un uomo da battaglia.
- Piera Degli Esposti, dopo aver assistito alla commedia Quattro dischi e un po' di whisky, scritta da Roberto Biondi e ispirata ai brani del Nostro, ha dichiarato che quel testo mette in evidenza la solitudine di Renato.
- Non ho visto lo spettacolo ma, nel mondo attuale, un artista come Renato Zero non può che essere solo. Del resto, la solitudine è il tema che lui affronta di più, da sempre. L’Italia non ti perdona il tuo essere tu, ti vuol definire, cioè ridurre. E Zero a me sembra sempre un uomo solo, con dentro certe cose, certi esami di coscienza che, per quanto ne canti, non può davvero sperare che qualcuno colga fino in fondo. Perché credo pure che lui sia condannato a riesaminarsi di continuo. E che lo faccia con una certa lealtà. Siamo computer, o meglio, i computer sono stati costruiti a nostra somiglianza. Capita di usare gli stessi programmi per anni, poi ne scopri di nuovi… e l’approccio cambia. A volte poi ti devi “resettare”, pulire un po’ la memoria, per ricominciare. Io non scrivo come dieci o vent’anni fa, tu nemmeno… La scrittura cambia e così la musica. Questo, tra parentesi, è stato uno dei problemi del libro, perché ho cominciato a buttarlo giù, come dicevamo all’inizio, per motivi del tutto privati, molto prima di darlo alle stampe. Così, dentro non c’è sempre lo stesso stile, e ho dovuto renderlo omogeneo. Come lavorare sulla produzione, o sulla post-produzione, di un disco.
- Renato ama rifarsi a figure mitologiche, come Icaro e Prometeo, sempre legate al fuoco. E c’è anche un brano che s’intitola Ancora fuoco. Perché, secondo te?
- Icaro e Prometeo sono due tragedie: quando sono io, quando volo, quando vivo e ti do il fuoco… non me lo permettono. Mi uccidono. Lui spinge sempre al massimo, in tutta la sua vita, e a un determinato punto deve anche imparare a dosarsi, a non lasciarsi travolgere da sé stesso. “Successo, sei falso pure tu!”. E torna, ed è un uomo cambiato, pieno di cicatrici. Già questo a me fa venire la pelle d’oca, e la voglia di raccontare tutto, affinché non vada disperso.
- Poco fa ti è uscita una frase: “Basta che la memoria non diventi presente”. È arrivato il momento di parlare dell’ultimo album…
- Presente è un buon disco, lo ascolto ancora dopo quattro mesi. Per essere un capolavoro, però, gli manca un elemento molto importante: le chitarre. Per avere un’idea di cos’avrebbe potuto essere, ascoltati Muoviti. Lì c’è un assolo strepitoso. E la fine de Il sole che non vedi è sprecata. C’è una coda orchestrale, tutta tuoni e fulmini, che ripete il tema in modo pedissequo. Lui ha improvvisato sopra un parlato, perché mancava la chitarra. Ma resta un buon disco. Involuto. Dove si parla spesso di speranza, ma partendo sempre dalla disperazione. Per me è un valore aggiunto: a 45 anni non mi va di venire illuso da uno di 58. Mi aspetto che Renato Zero mi faccia pesare la sua troppa vita, le troppe morti, le troppe lacrime, il troppo di tutto. Mi aspetto d’essere inquietato. Perché ho anche io da dire che sono disperato, che non vedo spiragli. Se Pasolini aveva cancellato la parola speranza, io ho archiviato anche la disperazione. Mi guardo intorno, e mi limito a ghignare di disperazione. E vado nelle scuole, e raggiungo le persone, ma la verità è che ci troviamo in una deriva irreversibile. Così, Renato Zero ci ha regalato un disco maturo, leale, rischiava tutto, poteva infilare dieci successi annunciati e invece perfino la cifra lirica ne esce compressa: lui vuole dire di più, smette le rime, le assonanze chiamate e trova echi, rimandi fra parole. Devi ascoltarle molte volte, quelle liriche, per apprezzarle. Vincenzo Incenzo, che è un grande, ha lavorato molto bene con lui. A suo parere Renato è molto propositivo e rispetta le proposte di chi gli sta vicino. È una fonte continua, un gioco che si rigenera sempre. So che Renato litiga con tutti: forse è questione di personalità, di non voler farsi travolgere. Io penso che un artista debba avere un pessimo carattere, anche perché alla fine la faccia è la sua, la voce è la sua, sul palco ci va lui. Gli artisti democratici non li capisco, sono solo dei cialtroni. Vincenzo mi ha detto: “Ogni tanto improvvisa qualcosa di cui non sono affatto convinto. Poi va sul palco, la esegue… e mi debbo ricredere, funziona”. Io sostengo che Renato ha il coraggio della retorica. Anche perché ha imparato a governarla, almeno su disco. Prima gli sfuggiva di più. Sì, certo, a volte diventa palloso con le sue esortazioni alla preghiera, al pane, alla domenica… ma, come ripeto, se lui decide di starti accanto, lo fa per davvero. Sarà uno dei vantaggi della crescita [risate].
- Come vedi Renato “da grande”?
- Non so, credo che una bella vecchiaia per Zero sarebbe quella di prendere certi classici letterari e ricavarne delle personalizzazioni musicali. Lui è l’unico che può farlo, perché ha saputo miscelare una vita vissuta su coordinate impensabili a un istinto artistico sensibile. Lui potrebbe tirar fuori qualcosa d’imprevedibile, e di davvero valido, da Leopardi, da Nietzsche o da chi gli pare. Perché sarà anche vero che “non basta solo la cultura”, ma non basta nemmeno la strada, eh no. È la cultura (da non confondere con l’erudizione) a dimostrarti che quello che hai colto, che hai scoperto, sta già da qualche parte: l’eterno ritorno e, come sai, non c’è quasi niente di davvero inedito. Io penso che uno come Zero potrebbe, in questo momento, porsi come veicolo di suggestioni culturali e artistiche in modo ancor più scoperto, deciso di prima. Tanti giovani hanno bisogno di scoprire qualcosa di antico, ma senza il tramite giusto non lo faranno mai.
- Per concludere: come è stato accolto il tuo libro?
- Questo libro ha uno strano karma. Hanno capito che non li prendevo in giro. L’ho scritto col massimo rispetto e gli stronco la metà delle canzoni! Ma non importa, quelle buone bastano e avanzano. La prima copia l’ho portata a una ragazzina ricoverata in psichiatria (a torto, peraltro: ero lì con lei e mi veniva in mente Depresso, le facili soluzioni d’una società che spegne i sogni e le curiosità di un’adolescente troppo sveglia). o altri amici, giovani, che, in mezzo a un momento difficile, si sono entusiasmati alla storia di Zero, hanno scoperto tutti i suoi dischi e, se non superato, hanno comunque assorbito la crisi. E di fatti curiosi, ne accadono. Una volta, nella Marche, un professore serissimo, culturalmente rigoroso, ascoltando Il cielo, al passaggio su “...gli spermatozoi, l’unica forza tutto ciò che hai”, è “partito” e s’è messo a zereggiare: “Ricordatevi che gli spermatozoi di Renato sono nostri, dalle Marche sono partiti e nelle Marche torneranno… sempre!!!”. Un’altra volta presento il libro, cinquanta copie e nemmeno una persona. In un’altra occasione ancora, la libreria era gremita ma mancavano i volumi. Tornate domani, prego! Una sera lo presento a mezzanotte e penso: sarà un miracolo se arriveranno quattro gatti. Me ne sono ritrovati quasi seicento! È sempre diverso, perché parlo di Renato ma, sotto sotto, anche di me. A quindici anni ascoltavo eroZero e mi affacciavo dalla mia finestra di via Monte Nevoso, a Milano, di fronte al covo brigatista col memoriale Moro. Poi cambia tutto, mi ritrovo nelle Marche, la regione di mio padre, e per anni quei vecchi dischi sono le mie madeleines. Scrissi la prima poesia quando uscì Soggetti smarriti. Adesso allestisco spettacoli di poesie, scrivo anche le musiche, e in qualche modo lì dentro c’è qualcosa di quei dischi. Presente l’ho ascoltato, e ne ho scritto il relativo capitolo, il pomeriggio che è uscito: sentivo, scrivevo, mi tornavano alla mente i giri per Milano in furgone, con mio padre, e dentro l’autoradio con le cassette di Icaro. Sarebbe stato contento, di un libro su Renato Zero.
Tanta gente, me compreso, non ha mai vissuto un mondo senza Renato Zero. Spunta la luna, spunta il sole e ogni due anni spunta un disco di Renato. Da lui ho imparato una cosa: uno spettacolo riesce se il pubblico ignora cosa farai fra un attimo. Ama avere paura.
(pubblicato, con qualche modifica, anche da Babysnakes) |
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