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Chianciano cambiare alle terme progettare il rilancio della comunità
Eventi - recensioni - comunicati

ASSEMBLEA  PUBBLICA
Sabato 26 marzo 2011 ore 15,30
Salone Hotel Ricci (g.c.)


Il decennale abbandono del comparto termale più specifico di Chianciano (la cura dell'Acquasanta), che ha portato alla perdita di circa 500.000 presenze oltre a quelle delle precedenti gestioni dello Stato, ha fortemente concorso a colpire il tessuto alberghiero e l'intero indotto economico della zona.

Il processo di diversificazione della nostra economia, avviato spontaneamente negli anni '90 e sostenuto poi da progetti importanti ma insufficienti, ha riassorbito solo un terzo delle presenze termali perdute nel decennio.
            
Gli effetti di tutto ciò sono oggi evidenti:

1800 posti di lavoro perduti,
82 alberghi e decine di negozi chiusi
con 600.000 mc di edificato in esubero,
e 300 appartamenti vuoti,
forte riduzione delle entrate comunali
con difficoltà di intervento su manutenzioni e servizi.

 La rinuncia dello Stato ad attuare  la legge 323 sul riordino termale e la rinuncia di fatto della soc. Terme a promuovere azioni possibili di rilancio della principale fonte che porta i maggiori utili all'azienda e numerosa clientela al settore dell'ospitalità, hanno portato all'attuale "stato di crisi".

La mancata attuazione del Piano Industriale del 2005, approvato da Comune e Regione, che prescriveva puntualmente il rilancio del principale comparto curativo, nonché gli ostacoli innalzati alla realizzazione del progetto triennale del Prof. Antonio Fraioli, concordato in Provincia nel 2009, richiamano in modo particolare la responsabilità della soc.Terme.   

 La calcolata rassegnazione dei vertici aziendali a perdere le ultime 250.000 presenze idropiniche introduce motivi di allarme per i prevedibili ulteriori danni al tessuto economico e ambientale di Chianciano Terme e per il rischio di rendere ingestibile il patrimonio alberghiero in esubero.

Il controllo della crisi e il rilancio della Comunità sono ancora possibili,
ma occorrono i cambiamenti necessari e urgenti nella gestione delle Terme.

Il Comitato rivolge invito ai cittadini, ai responsabili delle Istituzioni e delle Associazioni a partecipare all'assemblea  per costruire una risposta unitaria allo stato di crisi fondata sulla pianificazione organica di tutte le risorse disponibili (compresa l'acqua specifica che solo noi abbiamo) e su un drastico risanamento urbanistico eco-sostenibile.

                                                               Comitato Terme, Sanità & Natura, 18 marzo 2011
 
Un altro sviluppo per le Apuane (PIPSEA) approvazione documento
Azione nonviolenta

27 marzo 2011, Costamala di Terrarossa, Centro Icaro, Aulla

  • Ore 9,30 Inizio dei Lavori. Lettura della Carta delle Apuane.
  • ore 9,50 Brevissima illustrazione del Piano Programma di Sviluppo Economico Alternativo delle Apuane (PIPSEA) e delle obiezioni, emendamenti, approvazioni giunte.
  • ore 10,15 Inizio del Dibattito*
  • ore 13,00 Pausa Pranzo
  • ore 14,30 Ripresa del Dibattito.
  • Ore 15,30 Chiusura del Dibattito. Approvazione del PIPSEA emendato e difinitivo. Approvazione di una proposta operativa di presentazione del PIPSEA all'esterno, a partire dalla Regione Toscana.
  • ore 16.00 Proposta di costruzione di un Ufficio Legale e di un Coordinamento degli Eletti (Consiglieri, Assessori, Sindaci, ecc.) di Salviamo le Apuane negli Enti del territorio.
  • ore 17.00 Chiusura dei Lavori.
Il documento che discuteremo si trova a questo link http://www.antsonweb.com/pipsea.pdf

* Il dibattito non sarà un atto formale. Poiché sono giunte varie obiezioni, emendamenti, critiche, assieme a moltissime approvazioni, si invitano tutte le Associazioni Ambientaliste, i Comitati, i Gruppi, le persone singole a intervenire nel dibattito stesso. Il PIPSEA non è, infatti, un documento chiuso ma un contenitore che -salvaguardando la chiarezza- necessita uno sforzo di costruzione e rettifica, laddove necessario, collettiva. Un documento che può anche prevedere delle parti che rimangono aperte e dialettiche, da chiudersi in fasi di maturazione successive. Ciò che deve, però, essere chiaro è che il PIPSEA non potrà essere un contenitore "diplomatico" di tutto e del contrario di tutto.

Salviamo le Apuane

Informazioni
A Costamala si arriva uscendo dal Casello di Aulla e prendendo la SS 62 verso Pontremoli, a un kilometro, sulla destra un bivio prima del Centro Commerciale Conad (metteremo dei cartelli ma aprite gli occhi). Proseguite per la strada uno/due kilometri e, a destra, in discesa troverete un gruppo di pochissime case. Siete arrivati. Seguite, comunque, i cartelli!
Per il pranzo o buffet di lavoro, come è costume, verrà organizzato in loco.
 
http://www.facebook.com/event.php?eid=211648875512550


 
Emergency condanna la guerra in Libia
Critiche e denunce dal mondo
COMUNICATO STAMPA

Ancora una volta i governanti hanno scelto la guerra. Oggi la guerra è “contro Gheddafi”: ci viene presentata, ancora una volta, come umanitaria, inevitabile, necessaria.

Nessuna guerra può essere umanitaria. La guerra è sempre stata distruzione di pezzi di umanità, uccisione di nostri simili. “La guerra umanitaria” è la più disgustosa menzogna per giustificare la guerra: ogni guerra è un crimine contro l’umanità.

Nessuna guerra è inevitabile. Le guerre appaiono alla fine inevitabili solo quando non si è fatto nulla per prevenirle. Se i governanti si impegnassero a costruire rapporti di rispetto, di equità, di solidarietà reciproca tra i popoli e gli Stati, se perseguissero politiche di disarmo e di dialogo, le situazioni di crisi potrebbero essere risolte escludendo il ricorso alla forza. Non è stato questo il caso della Libia: i nostri governanti, gli stessi che ora indicano la guerra come necessità, fino a poche settimane fa hanno finanziato, armato e sostenuto il dittatore Gheddafi e le sue continue violazioni dei diritti umani dei propri cittadini e dei migranti che attraversano il Paese.

Nessuna guerra è necessaria. La guerra è sempre una scelta, non una necessità. È la scelta disumana, criminosa e assurda di uccidere, che esalta la violenza, la diffonde, la amplifica. È la scelta dei peggiori tra gli esseri umani.
Ai governanti che vedono la guerra come unica risposta ai problemi del mondo, rivolgiamo di nuovo l’appello del 1955 di Bertrand Russell e Albert Einstein nel loro Manifesto:

«Questo dunque è il problema che vi presentiamo, netto, terribile ed inevitabile: dobbiamo porre fine alla razza umana oppure l'umanità dovrà rinunciare alla guerra?»

Come ha scritto il grande storico statunitense Howard Zinn: «Ricordo Einstein che in risposta ai tentativi di “umanizzare” le regole della guerra disse: “la guerra non si può umanizzare, si può solo abolire”. Questa profonda verità va ribadita continuamente: che queste parole si imprimano nelle nostre menti, che si diffondano ad altri, fino a diventare un mantra ripetuto in tutto il mondo, che il loro suono si faccia assordante e infine sommerga il rumore dei fucili, dei razzi e degli aerei».

Emergency è contro la guerra, contro tutte le guerre. Ce lo impongono la nostra esperienza, la nostra etica e la nostra cultura, la nostra umanità prima ancora che la nostra Costituzione.
Chiediamo che tacciano le armi e che si riprenda il dialogo, anche attraverso l’invio degli ispettori delle Nazioni Unite e di osservatori della comunità internazionale; chiediamo l’apertura immediata di un corridoio umanitario per portare assistenza alla popolazione libica.
 

Simonetta Gola

Ufficio Stampa e comunicazione EMERGENCY
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Maggio musicale: "Ritardo inaccettabile, messa a rischio la salute dei lavoratori"
Critiche e denunce dal mondo
Comunicato stampa
perUnaltracittà - lista di cittadinanza


Emergano tutte le responsabilità, gravi le pressioni per non tornare a casa
Ecco il testo integrale dell'intervento in Consiglio comunale di Ornella De Zordo


"Oggi deve essere una buona occasione per fare trasparenza su quanto è avvenuto a Tokyo ai lavoratori del Maggio Musicale Fiorentino; non sarà l'unica, come sappiamo, e il bilancio finale della vicenda si comporrà aggiungendo elementi che ancora non sono disponibili. Tuttavia bene che se ne parli in un luogo perto come il Consiglio comunale.

Voglio sgombrare il campo dai molti risvolti sui quali ciascuno di noi può avere la propria opinione, come le dichiarazioni di Zubin Metha sul suo particolare atteggiamento nei confronti dell'emergenza terremoto e il seguente pericolo nucleare: tralascio perciò aspetti di valutazione soggettiva per non inquinare un ragionamento che voglio tenere su un unico filo: quello dei fatti.

Perciò, prima ancora andrà sgombrato il campo, Sindaco, dalla sovrapposizione che lei continua a fare del dramma giapponese, che è ovviamente gravissimo ma distinto e sul quale ben poco noi qui ora possiamo fare, da una vicenda che ci riguarda e verso la quale ci sono responsabilità precise.

Stiamo ai fatti. Cioè a quanto è accaduto ai lavoratori del Maggio musicale fiorentino in Giappone dall'11 marzo fino alla loro partenza per l'Italia e per la Cina. E stiamo soprattutto alle responsabilità che hanno sulla loro sicurezza la sovrintendente Colombo e il sindaco di Firenze, che è anche presidente della Fondazione e con il quale Colombo ha sostenuto di essere stata in costante contatto e insieme al quale afferma di aver preso ogni decisione.

Abbiamo già detto dei ritardi e dei tentennamenti della Farnesina, che certo esce male da questa vicenda, anche in confronto a quello che altri Paesi hanno fatto. E per inciso ci chiediamo se potevano essere fatte maggiori pressioni sul Governo centrale da parte di chi più direttamente avrebbe dovuto sentire la responsabilità di cautelare l'incolumità dei lavoratori del Maggio musicale fiorentino.

Ma torniamo a noi.

Ci sono testimonianze dirette - ai giornali, su alcuni siti personali, sulla preziosa pagina Facebook "Tornare a casa" - di alcuni di questi lavoratori che volevano ritornare in Italia (data la situazione drammatica in cui il Giappone si trovava e la ovvia impossibilità di continuare a fare come se ci fosse una normale vita sociale e culturale), e che parlano di clima intimidatorio, di paura per il loro posto di lavoro. In questo contesto ci sono state crisi di panico, svenimenti, persone che si sono sentite abbandonate e prigioniere in un luogo pericoloso. Tanto da far pensare a molti che la priorità non era la sicurezza delle persone ma che prevalesse l'aspetto economico-promozionale della tournée.

Questo è un punto che andrà chiarito. E dovrà esserlo in tutte le sedi necessarie: nelle Commissioni comunali, nel cda della Fondazione, a livello sindacale, e se i diretti interessati lo vorranno, anche presso la Procura della Repubblica; oltre che, necessariamente di fronte all'opinione pubblica cittadina.

Niente può infatti giustificare un simile atteggiamento da parte di chi, per ruolo, doveva al contrario preoccuparsi in primo luogo della salute fisica e psicologica dei lavoratori del Maggio. E anche in mancanza di sensibilità individuale e di una scala di valori, c'era sempre la legge che avrebbe dovuto portare a prendere altre decisioni: cioè quella di far rientrare subito il Maggio, per un semplice principio di precauzione nella impossibilità di prevedere cosa sarebbe successo, per far poi eventualmente proseguire la turnée in Cina dopo qualche giorno di calma e di controlli medici.

Sì, perché la tutela della salute dei lavoratori lo imponevano il testo Unico sulla sicurezza, che all'art 28 parla proprio di stress correlato alle condizioni di lavoro, lo statuto dei lavoratori che all'art. 9 tutela la salute e l'integrità fisica, e persino il Codice civile che all'art 2087 tratta la sicurezza e prevenzione degli ambienti di lavoro.

Perché non si è quindi deciso di far tornare subito il Maggio ma di trattenerlo in una città continuamente sconvolta da scosse di terremoto, Come se il pericolo fosse scampato d'incanto dopo la prima scossa dell'11 marzo? Perché rischiare quando il semplice cambiamento della direzione dei venti avrebbe potuto creare a Tokyo una situazione ancora peggiore?

Quali le motivazioni che hanno fatto perdere giorni preziosi?

Già venerdì 11, alle 11,51 il governo giapponese dichiara emergenza nucleare, sabato 12 alle 8 del mattino a Tokyo c'è l'allarme per rischio black out elettrico e pochi minuti dopo si registra la prima esplosione alla centrale nucleare di Fukushima; dalle 10 gli abitanti di Tokyo si preparano a lasciare la città e si formano code ai distributori di benzina.

Le agenzie di domenica 13 si susseguono con dati sempre più allarmanti ma ancora lunedì all'una la drecisione è quella che il Maggio deve rimanere. Poi, evidentemente, qualcosa si sblocca e il Comune si attiva per il rientrio. Ma prima che i primi arrivino qui deve passare quasi una settimana (arriveranno nella notte tra mercoledì 16 e giovedì 17).
 
Come si può affermare che è stato fatto tutto bene, anzi al meglio?

E come si può accusare chi chiede chiarezza di fare "meschine polemiche"? Nessuno qui vuole fare processi - ce ne guardiamo bene - ma quel che si deve evitare è che emerga un unico racconto di questa vicenda, quello ufficiale che sostiene che tutto è stato fatto al meglio e vengano silenziate le voci dissidenti, le testimoninze critiche. Questo, una volta accertato che il rischio per i lavoratori del Maggio è passato, resta il vero rischio che deve essere sventato."
 
Libia i paradossi di una guerra assurda
Ambiente Ecologia Sviluppo Sostenibile

1) La “No fly zone” anglo americana fece 2000 vittime fra i civili in Iraq e ha fatto stragi di civili pure nei Balcani. Se la risoluzione dell’Onu ha l’obiettivo di difendere la popolazione civile, perché gli anglo-americani stanno uccidendo civili con bombe e missili da aerei e navi?

2) I “vantaggi” di questa guerra per noi italiani saranno: pericolo per anni e anni di attentati terroristici modello Lockerbie o peggio; pericolo imminente di bombardamenti; ondate di immigrati e profughi; aumento del prezzo dei carburanti e del gas.

3) il conflitto interno alla Libia è ben diverso dalle rivolte scoppiate negli altri paesi arabi. In Libia il reddito pro-capite è 6 o 7 volte superiore ai paesi vicini; la Libia attrae parecchia manodopera africana; non ci sono immigrati libici nei paesi europei; non c’è stato un crescendo di manifestazioni popolari né scioperi degli operai nei centri industriali come in Tunisia ed Egitto. C’è in Libia una guerra tribale dei ribelli della Cirenaica che sventolano la bandiera della Monarchia Idriss e chiedono interventi Nato contro il clan tribale tripolitano di un Rais paternalistico, assistenzialista e autoritario. La volontà da parte dei giovani di costruire una vera nazione liberandola definitivamente dal dominio dei clan familiari è purtroppo una minoranza nel Paese.

4) I “crimini” che, insieme a troppa propaganda, ci sarebbero stati, riguardano «tutte le parti in armi» a detta del Procuratore della Corte Penale Moreno Ocampo,

5) Il principio della “protezione internazionale della popolazione civile”, sancito dall’Onu vale a corrente alternata: non vale per lo Yemen e il Bahrein che stanno sparando sulla folla disarmata, non vale per gli F16 dell'aviazione israeliana che rasero al suolo il Libano o Gaza uccidendo migliaia di civili innocenti; non vale per i droni di Obama che un giorno sì e l’altro pure fanno strage fra i civili in Pakistan.

6) Perché questo paradossale imponente impiego di forze, spropositato in rapporto alle capacità militari del regime di Gheddafi? Si tratta solo di una operazione militare o di una corsa all'oro nero libico creando un regime fantoccio?

7) L'Onu dovrebbe prevenire i conflitti fra gli Stati, ma ha varato una decisione che sta allargando e diffondendo la guerra, sta provocando un attacco contro la famiglia di Gheddafi, sta tracimando in una invasione neocolonialista contro un Paese che ha diritto alla propria indipendenza e autodeterminazione.

8) Il piccolo Sarkozy solo pochi mesi fa offriva aiuti militari a Ben Alì per soffocare nel sangue l’inizio della rivolta tunisina. Gli apparecchi libici che volavano bombardando i ribelli in Libia sono gli stessi jet francesi venduti a Gheddafi proprio da Sarkozy con molte insistenze.

9) la risoluzione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite a detta del giurista internazionale  Fabio Marcelli non può evidentemente di per sé travolgere il presidio normativo contenuto nella prima parte dell’art. 11 della nostra Costituzione

10) il centrosinistra con l’elmetto ogni volta si schiera col potente di turno, rendendosi  complice delle guerre “umanitarie” e della  “democrazia”  dei bombardamenti

11) L’Italia dei Valori appoggia la risoluzione 1973 dell’Onu ed è (nota congiunta dei parlamentari Fabio Evangelisti, Leoluca Orlando e Stefano Pedica, membri della commissioni Esteri) “nettamente contraria ad un nostro intervento militare attivo in Libia”. Ma i nostri Tornado stanno volando bombardando la Libia!

12) È paradossale vedere tanti cattolici con l’elmetto. Si salva padre Alex Zanotelli.

13) “Tripoli sarà italiana, sarà italiana al rombo del cannon!”. È paradossale a 60 anni dagli avvenimenti del colonialismo italiano che provocò la morte di 100mila persone, rivedere un attacco militare italiano: la storia non ci ha insegnato niente?
 

IL NOSTRO SILENZIO CI FA DIVENTARE COMPLICI DELLE FUTURE STRAGI DI CIVILI.

FUORI L’ITALIA DA QUESTA NUOVA E SCIAGURATA GUERRA.

SOSTENIAMO OGNI AZIONE LEGITTIMA CHE CONTRIBUISCA A FERMARE LO SPARGIMENTO DI SANGUE E A TROVARE UNA SOLUZIONE POLITICA ALLA CRISI.

 
CON IL POPOLO LIBICO, CONTRO IL DITTATORE, CONTRO LA GUERRA
Critiche e denunce dal mondo
Chi rifiuta la guerra ed è per i diritti - umani, civili, sociali - delle persone e dei popoli non può che stare dalla parte di coloro che in Libia si sono ribellati contro un regime dittatoriale al potere da quarant'anni e si stanno battendo per intraprendere un nuovo corso, su basi democratiche, in quel paese

Sappiamo bene che la liberazione e l'autodeterminazione di un popolo non possono che essere frutto delle lotte condotte da quello stesso popolo e che la democrazia non si può importare con i bombardamenti e le guerre cosiddette umanitarie.

Ma siamo anche convinti che fra l'interventismo bellico, sostenuto da quanti hanno interessi economici e di potere nell'area in cui intendono intervenire (e naturalmente da rifiutare con forza), e l'indifferenza, o il limitarsi a qualche dichiarazione di generico sostegno a chi si ribella, stanno molte possibili azioni concrete, che il variegato mondo dell'associazionismo, del volontariato, delle varie e tante espressioni della società civile e delle realtà di base operanti sul terreno della solidarietà e della difesa dei diritti, quello stesso che costituì l'ossatura, qualche anno fa, del grande movimento contro la guerra in Iraq, può condurre unitariamente.

Occorre infatti:
  • ribadire il proprio no ad ogni tipo di intervento armato;
  • sollecitare il riconoscimento del Consiglio Nazionale Transitorio libico;
  • richiedere che l'ONU operi per garantire le libertà democratiche e per proteggere la popolazione civile, per porre fine, tramite osservatori internazionali ed un'azione di intermediazione, ai combattimenti, per giungere, tramite la trattativa, all'uscita di scena di Gheddafi e della sua corte;
  • dare sostegno, con fondi e competenze, alle forze democratiche libiche (ed anche alle organizzazioni tunisine che accolgono i profughi dalla Libia);
  • impegnarsi per la revisione dei trattati iniqui fra gli stati europei ed il regime libico che hanno fatto di quest'ultimo il gendarme che blocca e imprigiona chi cerca di migrare dall'Africa in Europa;
  • promuovere l'accoglienza in Italia delle persone che arrivano dalla Libia e, più in generale, dal Nord-Africa, contrastando la politica governativa fatta di respingimenti e di negazione del diritto di asilo;
  • attivare rapporti forti e continuativi con i movimenti per la democrazia che si sono sviluppati negli ultimi mesi in Tunisia, in Egitto, in Libia, in altri paesi arabi, e che avranno un momento di notevole interesse nel seminario internazionale promosso dal Forum Sociale del Maghreb in programma ad aprile a Tunisi;
  • intervenire sulle forze politiche e sulle istituzioni, nazionali e locali, affinchè operino nella direzione che abbiamo qui sinteticamente indicato.

Se vogliamo dare impulso a queste iniziative è necessario che tutte le energie disponibili si mettano insieme e si coordinino.

Per questo riteniamo importante l'incontro in forma autoconvocata proposto dall'ARCI Nazionale, previsto a Roma il 27 marzo, per la protezione temporanea dei profughi, contro le deportazioni e le detenzioni dei migranti, per il riconoscimento del processo di liberazione e delle forze democratiche in Libia e contro ogni ipotesi di intervento militare (sarebbe opportuno che incontri del genere si svolgessero anche a livello locale).

E' compito di chi vuole costruire un'alternativa all'attuale degrado politico italiano, che ha portato, fra l'altro, a perdere di vista ciò che accade nel mondo, ricercare con tenacia i metodi, non violenti, per sostenere le azioni condotte dalle diverse espressioni della società civile attiva contro totalitarismi, dittature, regimi oppressivi, avendo sempre come punti saldi per le proprie iniziative il rifiuto netto della guerra, da un lato, il sostegno pieno all'affermazione dei diritti - umani, civili, sociali - di ogni persona, dovunque, dall'altro.

Da ciò che sta accadendo nei Paesi del Nord Africa può venire una forte spinta per impostare finalmente su basi nuove ed eque, non eurocentriche, la prospettiva di un Mediterraneo non più barriera fra i popoli, bensì mare di incontro, di interscambio, di affermazione dei diritti e di migliori condizioni di vita, di libertà, di pace.

Comitato Fiorentino Fermiamo la Guerra

Firenze 12 marzo 2011
 
Libia l' intervento umanitario è guerra imperialista
Critiche e denunce dal mondo

Riceviamo e pubblichiamo!

Da tempo si poteva intuire, e negli ultimi giorni è diventato chiaro: nel tardo pomeriggio di sabato 19 marzo, con il primo attacco aereo, la guerra contro la Libia è iniziata ufficialmente.
Quello che ci si presenta davanti è uno scenario che conosciamo bene. A chi negli anni si è opposto alle guerre che hanno insanguinato il pianeta, è chiaro che quella delle guerre umanitarie è solo retorica. La strategia degli attacchi mirati e delle bombe intelligenti in nome della salvaguardia dei diritti umani, altro non è che un modo per giustificare agli occhi dell’opinione pubblica la difesa di interessi economici e geopolitici.

Gli stessi interessi che hanno fatto cadere un silenzio assordante sulle vicende di Egitto e Tunisia quando è entrata in scena la Libia. Nei due paesi del Maghreb lavoratori, studenti e disoccupati hanno rivendicato un proprio protagonismo riuscendo a far cadere regimi filo-occidentali in piedi da decenni e scatenando una sorta di “effetto domino” negli altri paesi arabi. Benché al vertice ci sia stato un semplice cambiamento di facciata, la composizione delle proteste era molto diversa da quella libica.

Se le prime manifestazioni contro Gheddafi avevano un approccio condizionato dall’influenza degli esempi di Tunisia e Egitto, nonostante la differente situazione economica e sociale del Paese, gli sviluppi successivi hanno rapidamente cambiato lo scenario. Come dimostrato dalla compromissione del Consiglio Nazionale Transitorio Libico con le scelte francesi e da alcune prese di posizione dello stesso in merito alla “No fly-zone”, ad oggi sembra configurarsi più uno scontro tra due fazioni etniche e territoriali che una rivolta popolare.

Schierarsi contro la guerra in Libia non vuol dire appoggiare Gheddafi, ma allo stesso tempo sarebbe superficiale fare proprie le posizioni di chi oggi sta fornendo una sponda all’ingerenza dell’imperialismo americano e europeo nel Maghreb.

Dal canto suo il governo italiano, dopo qualche tentennamento iniziale, ha dichiarato di voler condurre questa guerra da protagonista. Ha messo numerose basi a disposizione della “coalizione dei volenterosi” armando i propri stormi, facendo salpare le proprie navi e offrendo Napoli come luogo di direzione per le operazioni militari NATO. Il capitale italiano, intimorito dalle possibili conseguenze della crisi libica a causa dei forti interessi e legami, ha spinto sul governo per imporre una presa di posizione decisa. Il dinamismo di Francia, Inghilterra e USA ha obbligato il governo italiano a partecipare per non venire esclusa da una futura spartizione della torta.

La questione libica è riuscita anche ad offrici una ottima dimostrazione di “unità italiana”: in continuità con l’impegno nella guerra in Jugoslavia il Partito Democratico ha scelto di sostenere con convinzione le scelte belliche del governo Berlusconi. Ancora una volta ci ritroviamo a fare i conti con la realtà: in Italia non esiste una forza politica capace di rappresentare un’alternativa allo sfruttamento e alla guerra, se non quella, tutta da costruire, di chi si vuole opporre in modo determinato allo stato attuale delle cose.

 

Presidio contro la guerra in Libia
 Martedì 22 marzo alle ore 18.00
 sotto la prefettura in Via Cavour
 
 Centro Popolare Autogestito Firenze Sud
Collettivo Politico Scienze Politiche
Rete Collettivi Studenteschi Fiorentini
Unione degli Studenti di Firenze
Fondo Comunista
 
Referendum Acqua bene comune comitato provinciale di Lucca
Azione nonviolenta
Referendum Acqua bene comune provincia di LuccaCare amiche e cari amici,
 
dopo il grande risultato di 7.750 firme raccolte nel dispersivo territorio della provincia di Lucca, è il momento di ripartire con slancio e riattivare le nostre reti nel percorso che ha visto una partecipazione diffusa, un'esperienza plurale e democratica di tante persone e movimenti uniti da un'esigenza: l'acqua è e deve rimanere un bene comune.

Il Comitato referendario provinciale di Lucca è chiamato a proseguire nella difesa dell'acqua pubblica
e a costituirsi in Comitato referendario provinciale 2 SI per l'Acqua Bene Comune
aderendo così alle articolazioni regionali e nazionali.

L'Osservatorio per la Pace conferma la disponibilità a garantire il supporto logistico per la nostra provincia. La sfida è quella di estendere la mobilitazione in tutto il territorio, con un'opera capillare di informazione e sensibilizzazione e con iniziative creative capaci di attrarre l'interesse generale.

Domani 16 marzo il Comitato Referendario Nazionale 2 Sì per l'Acqua Bene Comune incontrerà i giornalisti per presentare la manifestazione nazionale del 26 marzo a Roma che sarà il primo grande appuntamento in vista dei referendum in cui inviteremo a votare Sì per l'Acqua Bene Comune, Sì per fermare il nucleare, per la difesa dei beni comuni, dei diritti, della democrazia.

Sarà l’occasione per ribadire con forza la richiesta di far coincidere la data dei referendum con quella delle elezioni amministrative, per favorire la più ampia partecipazione dei cittadini al voto ed evitare di buttar via  400 milioni di euro, una spesa ingiustificata e vergognosa in un periodo di tagli indiscriminati alla scuola pubblica, alla sanità e alla cultura.

Noleggeremo dei pullman per facilitare la partecipazione alla manifestazione nazionale.
Chi è interessato a partecipare è invitato a PRENOTARSI TEMPESTIVAMENTE rispondendo a questa mail o telefonando ai seguenti recapiti: tel. 0583 428440 - cell. 320 4249602

Per programmare la campagna referendaria è convocata la
riunione del Comitato referendario provinciale di Lucca

Lunedì 21 marzo ore 21,15
Sala riunioni del Comune di Capannori
(di fronte al municipio)

con il seguente ordine del giorno:
  • costituzione e articolazione del Comitato referendario provinciale 2 sì per l'Acqua Bene Comune
  • distribuzione del materiale promozionale (se consegnatoci dal Comitato toscano)
  • partecipazione alla manifestazione nazionale del 26 marzo
  • programmazione prossime iniziative

Inviatiamo nel frattempo tutti i soggetti aderenti al Comitato referendario provinciale di Lucca ( o comunque interessati ad aderire alla Campagna referendaria) a confermarci la propria adesione al Comitato referendario provinciale 2 sì per l'Acqua Bene Comune e ad estendere l'invito alle proprie reti.

Un abbraccio
per il Comitato referendario provinciale di Lucca
Elena, Matteo, Sara e Anna
 
La festa della decrescita - di Paolo Cacciari
Ambiente Ecologia Sviluppo Sostenibile

 

La giornata di lavoro sulle “buone pratiche”, per come è stata preparata attraverso le schede di autopresentazione (un vero scrigno di idee), per il metodo coinvolgente che è stato seguito con gli otto laboratori e la restituzione dei risultati in plenaria, per la vastissima partecipazione, costituisce una novità importante, non solo per il Friuli Venezia Giulia. 
L’obiettivo di mettere in relazione la galassia di esperienze in atto di socializzazione del vivere è stato raggiunto. E’ iniziato un lavoro di autoinchiesta e di mappatura che potrebbe già condensarsi in una edizione di “pagine arcobaleno” (così come sono state chiamate in Trentino, a Reggio Emilia e in altre città italiane) dell’economia e dei servizi solidali, cooperanti, sostenibili. Una carta geografica del nuovo FVG che vuole vivere in modo diverso, più ricco di relazioni umane, più consapevole e solidale.

Le esperienze concrete in atto hanno messo a dura prova le “8 R” di Serge Latouche. Le “r” si sono moltiplicate – come lui stesso auspica – e vi è stato bisogno di ricorrere anche ad altre lettere dell’alfabeto: A, come armonizzare, B e C, come beni comuni, D, come donare… S, come simpatizzare… Z, come zeri: rifiuti, emissioni, esternalità negative.
Come è stato ricordato il prefisso reiterativo “ri/re” indica una ricorsività: fare/rifare, spingere/respingere. Evoca l’idea del life cycle che regola ogni processo naturale; indica l’azione necessaria per “chiudere il cerchio” della vita, per restituire ciò che abbiamo utilizzato e preso in prestito. Un movimento costante, una rivoluzione, per l’appunto, che è culturale, economica, sociale, scientifica, istituzionale, antropologica. Individuale e sociale; materiale e cognitiva. Perché la decrescita è una direzione di marcia che va praticata, non enunciata. Non è una nuova ideologia, nemmeno una teoria generale che pretende di stabilire quanto grande e luminoso sarà il “sol dell’avvenire”. La decrescita è davvero solo un movimento concreto, misurabile passo dopo passo, verificabile individualmente e socialmente. 

Noi sappiamo che è “necessaria” (come è scritto nel documento della ResFVG che convoca questa iniziativa) per evitare all’umanità le gravissime crisi sociali, ambientali, economiche che stiamo attraversando, ma sentiamo anche che è auspicabile e che dovrebbe diventare desiderabile. In fin dei conti è sempre la aspirazione allo stare meglio, la ricerca del buen vivir, della jouà de vivre, della felicità che spinge ogni essere umano ad agire e a tentare di cambiare. 

La decrescita, quindi, è un atto di “rottura dell’ordine simbolico e fattuale” (come diceva Cornelius Castoriadis), si declina attraverso le esperienze, le sperimentazioni concrete di socializzazione, di ricostruzione di un fare consapevole e responsabile. L’economia sociale, equa e solidale, alternativa e sostenibile, relazionale , orizzontale, inclusiva, comunitaria, civile, “sostanziale”… (chiamiamola come vogliamo) è contigua alla decrescita. Ha scritto Latouche: “In ogni caso, il progetto di buona economia, se portato avanti seriamente, apre prospettive che non possono non interessare il sostenitore della decrescita e arricchire il suo progetto” (Come si esce dalla società dei consumi, Bollati Boringhieri, 2011).

Lo scorso anno è stato il centenario della morte del grandissimo Leo Tolstoj che amava affermare: “Fa quel che devi, accada quel che può”. Come dire: siamo mossi da una scelta etica, interiore, dobbiamo contare sulle nostre forze, sulla nostra capacità di discernere il bene dal male senza avere alcuna garanzia anticipata del risultato che otterremo. Nessuna teoria generale può assicurarci un avvenire sicuro. Anzi, dovremmo diffidare da coloro che pretendono di avere in tasca evoluzioni lineari e predeterminate. Una signora che è intervenuta in un laboratorio ha detto: basterebbero pochi valori chiari di riferimento capaci di regolare il vivere assieme. Io sono sicuro che noi questi valori noi li abbiamo individuati e che cerchiamo di seguirli. Ma il problema che abbiamo di fronte è duplice: come consolidare le nostre buone pratiche, senza chiuderci in tanti piccoli conventi; b) come espanderle, sapendo che viviamo in un ambiente ostile che non lascia spazi per l’autonomia e l’autogoverno. E non si tratta solo di condizionamenti mentali: spesso, burocrazia statale e finanziarizzazione economica soffocano anche le esperienze più valide.

Dovremmo prendere in mano gli studi sulla gestione collettiva dei beni comuni della Elison Ostrom (premio Nobel per l’economia 2009) per spiegare ai nostri governanti che spesso le gestioni comunitarie sono non solo più democratiche ma anche più efficienti ed efficaci nel creare e distribuire equamente ricchezza. Così come dovremmo prendere in mano il rapporto Stiglitz sul Pil definito “misura sbagliata delle nostre vite” (edizioni Etas) per spiegare al mondo degli affari che l’ossessione per il profitto e l’accumulazione monetaria ci sta portando non ad aumentare la ricchezza per tutti, ma alla all’autodistruzione. 

Ma non basta migliorare e consolidare i nostri Gas, le banche del tempo, l’uso dei software liberi, i sistemi di scambio locale, le filiere corte, i last minute market, gli orti urbani, il fair trade, le Mag, le monete locali, la mobilità condivisa, il cohausing, gli eco villaggi, i green public procurement, le transitinon towns, la raccolta differenziata, il vegetarianesimo, i trustee fiduciari, gli usi civici… fino alle (ancora pochissime, però) esperienze di vera cooperazione e autogestione delle produzioni. E’ necessario rivolgere lo sguardo e l’interesse a chi è ancora prigioniero dell’immaginario della crescita, omologato nei comportamenti consumistici, incapace di sottrarsi all’eteronomia totalizzante del mercato. Per riuscirci – come è stato più volte affermato – è necessario che ogni gruppo del mondo dell’altra economia e della solidarietà riesca a fare un doppio movimento: da un lato uscire dall’autoreferenzialità a cui spesso porta il sapere di “sapere far bene” (dobbiamo liberarci da ogni presunzione di superiorità verso chi non sa o non c’è ancora arrivato, svestirsi da ogni atteggiamento aristocratico, non siamo l’espertocrazia dell’etica) e, dall’altro lato, mettersi in rete, creare sinergie, colleganze, prendere parola nella società, confrontarsi con le istituzioni.

Il valore pedagogico dei buoni esempi è forte, ma non scatta automaticamente. Dovremmo cercare di essere molto più umili e non perdere il contatto con il mare grande dentro cui è immersa l’umanità. Per “diventare maggioranza” (e solo così, in realtà, potremmo sperare di salvarci) dovremmo comprendere le ragioni profonde che portano gli esseri umani a farsi schiavi inconsapevoli, ma più spesso volontari, di un sistema che produce dosi sempre maggiori di infelicità, angoscia, insicurezza, precarietà, psicopatie. Lo scorso anno, nel pieno della più grave crisi economica dal 1929, sono diminuiti i consumi di frutta e verdura, ma non quelli per i telefonini. Per le famiglie diventa più “facile” risparmiare sul “necessario” che non sul “superfluo”. Ma chi decide cosa è necessario e cosa superfluo? In realtà ci dimentichiamo che i bisogni sono correlati ai desideri e tutti (sia quelli dettati dalle necessità biologiche, sia quelli immaginati, sia il “pane” che le “rose”) sono sempre socialmente determinati. Pensiamoci: se fosse dipeso solo dal “benessere materiale”, in Russia ci sarebbe ancora l’Unione sovietica, visto che oggi la stessa aspettativa di vita media è diminuita spaventosamente. In realtà nella scala di valori necessari al nostro immaginario anche avere la libertà di scegliere, comunicare e muoversi liberamente, far festa, giocare e, in qualche misura, avere un’eccedenza da poter sprecare, sono necessità fondamentali per dare un senso alla vita, per superare una condizione di mera sopravvivenza, che è la peggiore delle esistenze possibili.

Sarebbe paradossale che proprio noi, i portatori del pensiero più “anti-economico” che vi sia (la decrescita, appunto), dovessimo sostenere le ragioni del nostro pensiero utilizzando gli argomenti dell’utilitarismo e dell’economicità. La decrescita non è “risparmio” in nome di una maggiore produttività, nemmeno lotta allo spreco in nome di una maggiore efficienza. Non è una questione (solo) di misura, di scala, di equilibrio… ma di indicatori diversi, perché abbiamo bisogno di misurare valori incommensurabili (pensiamo solo al concetto di “sufficienza” quali e quante implicazioni soggettive necessita per definirlo) con gli strumenti che usa correntemente chi ci governa: valori relazionali, estetici, spirituali. Non tutto è quantificabile e, soprattutto, non tutto è quantificabile con il denaro. Quanto vale l’ultimo albero dell’ultima foresta? E la fiducia reciproca? E l’amicizia, in quale banco del mercato la si vende? Siamo sicuri che la coesione sociale sia possibile mantenerla con la retorica nazionale tanto al chilo ogni anniversario dell’Unità d’Italia? Quanti altri esempi (a partire dalla istruzione e dalla salute) potremmo fare di beni e servizi che andrebbero scorporati e resi indipendenti dai sistemi regolatori del mercato e del denaro?

C’è una irriducibilità alla logica del mercato di alcuni valori che riteniamo costituenti di una società civile. 
La decrescita la vogliamo per vivere meglio, per migliorare le condizioni materiali e psichiche. Quindi non è “rinuncia” a nulla che ci serve, anzi, è nuove acquisizioni. Non è impoverimento, ma arricchimento personale e collettivo. Non è conservazione, ma cambiamento e innovazione, rifinalizzazione della scienza e della tecnica per “economizzare il tempo di lavoro e il dispendio di energie necessarie al fiorire della vita” (André Gorz)..
In attesa e in preparazione di questo grande processo di trasformazione, dobbiamo quindi essere non solo indulgenti, ma capaci di capire che quella cultura consumistica - che giustamente critichiamo - in realtà copre bisogni profondi. E’ ad essi che noi dovremmo riuscire ad offrire una alternativa, se non vogliamo che la decrescita sia un modo di vita valido solo per esseri umani perfetti, per asceti, per i “dodicimila santi per ciascuna generazione” (il massimo numero possibile di seguaci di Cristo che Dostroevskij fa dire al Grande inquisitore, in un passo de I fratelli Karamazov, magnificamente commentato da Franco Cassano in: L’umiltà del male, Laterza, 2011).
La penna biro che faceva andare in visibilio i ragazzi nei paesi del “socialismo reale”, l’automobile per i cinesi, gli ipermercati outlet da noi... coprono – in luoghi e tempi diversi - un bisogno di riconoscimento sociale e di relazioni che va intercettato e soddisfatto in altro modo. Se ci fermiamo solo a criticarlo, a criminalizzarlo, a esorcizzarlo… non riusciremo mai ad allargare il nostro piccolo mondo virtuoso. Come diceva madre Teresa di Calcutta: “non serve imprecare contro l’oscurità, accendiamo una candela!”.

La decrescita è un’azione, assieme e contemporaneamente, di decolonizzazione dell’immaginario, di smaterializzazione dell’economia, di demercificazone della società, di destrutturazione degli apparati istituzionali funzionali alla crescita… attraverso cui incunearsi e far spazio ad altri valori di riferimento: relazioni umane fiduciarie, auto-organizzazione (empowerment, ricordava Blasutig), partecipazione, cooperazione, condivisione, reciprocità, cura, affettività, creatività…

Io penso che noi dovremmo avere più coraggio nel proporre ciò che facciamo e nell’allargare il cerchio delle solidarietà, più consapevolezza del fatto che quello che facciamo è importante davvero e rappresenta l’unica via di uscita dalla decadenza e dalla crisi di civiltà che attraversiamo.
Dovremmo riuscire a mettere tutti i nostri piccoli, malformati, spigolosi, incasinati ma coloratissimi e trasparenti frammenti di buone pratiche dentro un caleidoscopio e farli girare in continuazione offrendo al mondo immagini meravigliose di futuro.

Fonte: http://resfvg.blogspot.com/2011/03/la-festa-della-decrescita-di-paolo.html

 
Festa della Decrescita a Trieste
Ambiente Ecologia Sviluppo Sostenibile
500 persone presenti al convegno di Serge Latouche, oltre 150 partecipanti alla Festa della Descrescita a Trieste lo scorso fine settimana, dove i lavori dei gruppi di lavoro articolati secondo le 8R di Latouche hanno saputo produrre una notevolissima mole di spunti e di proposte relative alle azioni concrete da intraprendere sul territorio, in direzione di una migliore qualità della vita.

Oltre alle riflessioni puntuali di Paolo Cacciari, trovate altri documenti di sintesi degli incontri sia sul blog della RESFVG Rete di Economia Solidale del Friuli Venezia Giulia http://resfvg.blogspot.com (iscrivetevi alla nostra mailinglist!), sia sulla nostra pagina Facebook http://www.facebook.com/pages/Rete-di-Economia-Solidale-del-Friuli-Venezia-Giulia-RESFVG/303022745331?ref=nf 
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