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Incontriamo il Popolo U'WA a Massa
Critiche e denunce dal mondo

Una giornata per arricchirci, una giornata per conoscere una cultura antichissima... che sta resistendo e difendendo il suo territorio minacciato dalle escavazioni del petrolio... Questo Popolo è disposto a farsi uccidere e sono in giro per il mondo per farci sapere e così nessuno poi potrà dire che non si sapeva!

Organizza la Pietra Vivente associazione Apuana

Programma della Giornata

Ore 18:00 Incontro con gli Ambasciatori del Popolo U' WA

Un popolo precolombiano che sta cercando di difendere il suo territorio dalla minaccia delle escavazioni del territorio

ROBERTO AFANADOR KUWARIA - sciamano analfabeta , simbolo delle lotte del popolo U'WA contro chi osa profanare il  territorio sacro ( el coraçon del mundo), funzionale all'equilibrio dell'intero pianeta secondo la loro cosmogonia. PREMIO GOLDMAN per la difesa dell'ambiente nel 1998; di età indefinibile ha girato il mondo per informare che il suo popolo millenario è a rischio di estinzione....

DARIS MARIA CHRISTANCHO
- laureata in sociologia , coniuga la cultura tradizionale U'WA con le conoscenze acquisite nelle scuole di tipo occidentale. Porta nel mondo la voce delle donne e trasmette i saperi antichi di questa etnia precolombiana che l'economia degli avidi  sta minacciando ormai da parecchi anni.

Ore 21:00 cena di solidarietà presso la CASA DELLE CULTURE € 20 siete pregati di prenotare a questa mail Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo o al cell.  320 1923859

Incontriamo il Popolo U'WA a Massa

 
Presentazione Aut Out documentario sulla devastazione delle Alpi Apuane
Ambiente Ecologia Sviluppo Sostenibile

Alberto Grossi il regista divenuto conosciuto per una sua toccante perla "Cosa c'è sotto le Nuvole" Torna con un nuovo grande film documentario sempre dedicato alla devastazione delle sue amate Alpi Apuane il film verrà proiettato Venerdì 28 Maggio a Viareggio in VIa Repaci 1/b sede dell' Auditorium Centro Marco Polo. La serata è organizzata dal CAI di VIareggio e sinceramente sono molto impaziente di poter vedere anche questa opera. Inoltre sarà un buon momento per incontrarsi e parlare di una delle più grandi devastazioni ambientali d' Europa.

Vi consiglio vivamente di Partecipare! A seguito il volantino della serata ed il video "Cosa c'è sotto le nuvole"...

Presentazione Aut Out documentario sulla devastazione delle Alpi Apuane

 
Il volo dei desideri. Blowin’ in the wind
Eventi - recensioni - comunicati

Sottopasso
Arte in volo
 
a cura di Olga Gambari e Massimo Fiumanò
da maggio 2009 a settembre 2010
sede: binario 1, stazione ferroviaria di Domodossola
 
 
Nella Stazione Ferroviaria Vigezzina di Domodossola, che collega due culture, due confini, tra la Svizzera e l’Italia, passano ogni anno due milioni di
persone.
 
L’associazione Ingremiomatris ha scelto una postazione nel cuore di questa stazione, per aprire una galleria fuori dal comune. Una storica carrozza degli inizi del '900, dagli elegantissimi e spartani interni in ciliegio, recentemente restaurata e tenuta come un'opera d'arte in sé, ferma sul Binario 1, diventa spazio d’arte dove per 17 mesi sfileranno artisti e opere.  
Osserveranno la gente e proveranno a dialogare, a far fermare qualcuno, a raccontare comunque le loro storie. Useranno il linguaggio visivo, quello del colore, delle emozioni, delle forme, del movimento.
 
Se le gallerie di tutto il mondo lamentano che ormai, dopo la serata dell’inaugurazione, nessuno passa più, quale migliore possibilità di avere un pubblico continuo, ricco, quotidiano, affezionato? La carrozza, ferma sul suo binario, diventerà una galleria a statuto speciale, un esemplare unico. Dai sei grandi finestrini illuminati e orientati verso il marciapiede, le opere saranno visibili dall'esterno, osservabili solo da fuori, da chi passa lì vicino.
Il corpo del vagone sarà chiuso, un luogo a sé un po’ magico. Una galleria come una vetrina, che si protende per cercare il contatto, l’incontro tra opera e spettatore, lo scambio e il contatto tra arte e pubblico.
Una creatività multiforme che abiterà la stazione di Domodossola fino a settembre 2010, con un susseguirsi di mostre, tra personali e collettive, che spazieranno dalla pittura alla fotografia, dalla scultura alla videoinstallazione.
La carrozza sarà insomma un piccolo laboratorio in ebollizione, che andrà a cercarsi il suo pubblico sottoterra, partendo dal sottopasso di una stazione per uscire nel mondo.
 
 
Il 23 aprile 2010 alle 18.30 si inaugurerà una personale di Maria Bruni, a cura di Olga Gambari
 
 
Sottopasso arte in volo-Trasvolata
Arte e Nuovo umanesimo


Se le gallerie di tutto il mondo lamentano che ormai, dopo la serata dell’inaugurazione, nessuno passa più, quale migliore possibilità di avere un pubblico continuo, ricco, quotidiano, affezionato? La carrozza, ferma sul suo binario, diventerà una galleria a statuto speciale, un esemplare unico.
 
Renato è l'unico
Eventi - recensioni - comunicati

Mi sento stanca, di quella stanchezza buona, profonda, lineare, fisicamente intatta e indisturbata, che si compiace del suo molle sopore. L'automobile mi riporta a casa. E' sufficiente socchiudere gli occhi, ed eccomi sola. Con un unico accompagnatore: Renato Zero e la sua musica.

Il mio amore per lui, che dura ormai da oltre trent'anni, nacque in sventagliate oasi di luce: al mare, in estate, lo ascoltai la prima volta; sempre al mare, tempo dopo, lo vidi in tv: ed era proprio Capodanno, un Capodanno del '78 trascorso ancora in famiglia, assieme a un cugino già adolescente. Poi ancora al mare, finalmente dal vivo. Allora esilissimo, irriverente, sfacciato, fin troppo provocatorio, un capolavoro di glam e di follia, il giovanotto nudo, come in seguito l’avrei chiamato, portava avanti una protesta tutta intima dove il sesso celava una spiritualità inattesa, da bimbo ferito.

Quel desiderio di colore non era nato forse in un’anima troppo costretta al buio? Di “anime buie” avevo appunto parlato in un post del maggio scorso ispirato a Salvami, brano antichissimo riproposto anche nell'ultimo tour di Zero, conclusosi poco prima di Natale. Lo scorso dicembre milanese è stato, a tutti gli effetti, un mese "renatesco", iniziato con l’imprevedibile Zero Day allo Iulm e suggellato da tre trionfali concerti. Renato – anche coreografo - ha concepito il palcoscenico come un immenso ventaglio, che si apriva e si chiudeva con la maestosità e la leggiadria di enormi ali di farfalla, dal ritmo cadenzato, solenne e mellifluo insieme; e impreziosito da ologrammi dove comparivano gli antichi costumi di scena e le copertine dei suoi numerosi album. Uno show essenziale ma ricco, di musica e di voce, talora potente talora carezzevole, sofferta e grintosa, ma mai invasiva, sempre calibrata.

Con la maturità Zero, che non è mai stato immune da certi barocchismi, sembra voler rinunciare all’orpello con la consapevolezza che, su quel palco, basta davvero solo lui. E avanza, anche. È significativo che abbia aperto questo suo nuovo percorso con Vivo, tratto da quell’album fatale che, da solo, gli avrebbe comunque regalato un spicchio d’eternità nel mondo della musica moderna: Zerofobia. Si trattava, già dal lontano ’77, d’un manifesto programmatico, tanto più efficace quanto involontario.

Renato è vissuto e sopravvissuto, spingendosi oltre sé stesso, accettando qualche compromesso secondo alcuni suoi detrattori, i quali però ignorano sempre il tributo che l’artista deve pagare all’uomo, soprattutto nel caso di Zero, nel quale i due momenti sono spesso mescolati. Ho percepito onestà in questo spettacolo, che ha voluto essere popolare ma non piacione, ammiccando al pubblico senza però arruffianarselo troppo. Unica concessione al Renato “per tutti” (mi verrebbe da dire: “per famiglie”), I migliori anni della nostra vita, fra l’altro interpretata con classe, e una spruzzata, di cui invero non si avvertiva il bisogno, del Dono con Mentre aspetto che ritorni. Ma chi sperava nei grandi classici da stadio, Cercami, Magari, Amico da intonare sventolando cuoricini luminosi – e sempre prescindendo dalla vena inquieta che quei pezzi pure presentano –, è rimasto a bocca asciutta. Non c’è stato spazio nemmeno per Il cielo, pensata come il naturale compimento di Salvami e sbocciata, inattesa e commossa, da un groppo di sfrenatezze disperate, ma tramutata poi, con gli anni, in una liturgia da stadio, più chiesastica che religiosa; per il Renato “asciutto” che si avvicina ai sessanta, un po’ acciaccato ma con la voglia, ancora disarmante e fanciullesca, di confidarci i suoi timori, simili (auto)celebrazioni non hanno più molto senso.

“Poco zucchero”, direbbe Faust’O; poiché il Renato autentico sta altrove, in un remoto ma mai sopito antro da sibilla. E sa ancora graffiare, irridere e provocare. Non più un’ambigua libellula dalle ali di nerofumo, ma l’ormonauta del sesso senza perifrasi, diretto e prosaico; quindi, inerme. Non un nuovo crooner come ha inopinatamente azzardato qualcuno, ma il soul man che si diverte davvero a duettare con Mario Biondi (Non smetterei più) e Fiorella Mannoia (quest’ultima, interprete anche di una personale versione di Cercami). Un’altra gioventù non è una replica. Renato ha una solidità ancestrale, da bravo figlio della terra. È vitale come un sessantenne, non vispo come un ragazzino. Non gli saremo mai abbastanza grati per questa sua ostinazione a non parodiarsi, a rimanere sempre e comunque ciò che è, nel bene e nel male.

Nonostante abbia già tutto scritto. Giunto al successo nel ’77, il suo in verità era già un approdo. Nella sua precedente gipsoteca musicale, incompiuta, e perciò geniale e fascinosa, aveva ormai affastellato di tutto: il primo (e l’unico) ad aver affrontato in termini appropriati la pedofilia, con un brano restituito in questo tour, grazie al chitarrista Fabrizio “Bicio” Leo, all’originaria matrice rock, nervosa e tragica, cronachistica e smembrante, accompagnato da un video in cui migliaia di occhi infantili dalla consistenza di molluschi si disfacevano sotto mani tramutate via via in artigli e adunchi rami secchi. E, su tutto, il lungo lamento di Renato, straziante ma senza dolorismo, cristallino e lesivo come una vetta aguzza.

Era comparsa la già ricordata Salvami, ma pure bislacchi provini incisi chissà come, un po’ nonsense, un po’ futuristici, un po’ nevrastenici come 113 che qui Renato ha rivestito da canzone “vera”, con accompagnamento carioca e relativo poncho-volant incorporato. E il Cristo che si sfarina di Potrebbe essere Dio risale al 1980.

Tutto si conclude con Gli unici, una dedica al pubblico, o anche a sé stessi, per essere ancora qui, soddisfatti e ammaccati, ma tutto sommato integri. E curiosi della vita. Con Mi vendo, nel modo in cui l’aveva presentata, Renato avrebbe potuto benissimo chiudere la sua avventura artistica: in effetti, in seguito, nulla è rimasto più uguale nella musica italiana. Ma quel personaggio che poteva vivere, o ansimare, solo di frenesia (M. Del Papa), che "piaceva ai camionisti" come lui stesso ha ricordato, era necessariamente destinato a durare nei cupi bagliori d’una notte, dopo averne assorbito i miasmi incrostati e bituminosi. “Ho sempre avuto la sensazione che se fossi arrivato fino ai 18 anni avrei avuto un mazzo così – ha dichiarato Renato in una recente intervista -, poi, quando ho visto che arrivavo a trenta, ho detto sarò come Gesù, me ne andrò a 33. passati i 33, mi sono reso conto che stava succedendo qualcosa di strano. Poi, ora che ho festeggiato i 59 anni, non so più spiegarmelo”. E grazie al cielo resta questo stupore, e la grandezza e la fatica del tempo che avanza. Senza che il Nostro sia diventato un umorista. Intanto, sono giunta a casa. Ho concluso il mio viaggio e mi sono accorta di non essere affatto sola, come pensavo all'inizio; con me ho portato volti, ma anche case, marciapiedi, fermate del metrò, rimpianti. Vapori. Lo devo a lui, agli amici che hanno condiviso questa mia passione, nonché ai compagni di viaggio di Renato (Giampiero, Roberto, Mariano) che mi hanno permesso di condividere con tanti questa nuova, erratica avventura.

http://dimelaltra.blogspot.com/2009/12/renato-e-lunico.html

 
Tutto è compiuto
Eventi - recensioni - comunicati
Non è la Befana. Bensì l'Epifania. Manifestazione, annuncio della Pasqua, Magi simbolo di gente lontana. Ma, soprattutto, festa dei bambini. Bambini fisici, completi, totali, non i dolciastri angioletti plasticati di certe nostre insoffribili oleografie. Oleografie, lo dice la parola stessa, untuose, false, indigeste, menzognere, fallaci.
La Chiesa aggiunge, o meglio precisa, qualcosa a questa festa così bistrattata (quasi un... Natale povero) dedicandola all'infanzia missionaria. Si badi bene, non semplicemente all'infanzia santa, ma missionaria: in grado cioè, esattamente come i Magi, di portare Dio ai lontani, sia geograficamente, sia spiritualmente.
Ma come può un bambino, specie un piccolissimo bambino, essere missionario, cioè martire, nel significato originario di "testimone"? Come può testimoniare Dio chi è quasi inconsapevole quasi di esistere?
Lo possono, se una delle festività immediatamente susseguenti il Natale, il 28 dicembre, è quella dei Santi Innocenti Martiri, preceduta dal primo di tutti i martiri, l'adulto Stefano. "Che voce avrai tu più, se vecchia scindi/da te la carne, che se fossi morto/anzi che tu lasciassi il 'pappo' e 'l 'dindi',/pria che passin mill'anni? ch'è più corto/spazio a l'etterno, ch'un muover di ciglia/al cerchio che più tardi in cielo è torto", spiega Dante (Purg. XI). Il grande poeta, che pure non mostrava una particolare predilezione verso i bambini, non esitò a collocarli nell'Empireo, a stretto contatto con Dio, nel seno di quest'ultimo. Lo possono, e ben lo comprese il papa Giovanni Paolo II che, una quindicina d'anni fa, dedicò loro una memorabile Lettera ai bambini.
Ma il bambino è missionario e testimone, non per la sua innocenza intatta, e così breve. Sempre Dante, incontrando Adamo (Par. XXVI), scopre che il progenitore ha vissuto nell'Eden circa sette ore; chi c'impedisce, oggi, di situare quelle sette ore nello spazio fuggevole dei primi tre anni di vita? Un "corto spazio" di cui, peraltro, è segnata l'intera vita, cui si cementa qualche legame insondabile con un linguaggio eterno che, in seguito, fatichiamo a rintracciare. L'epoca in cui Dio è "I", uguale per tutti, uomini, bestie, oggetti, in cui le razze non esistono, in cui i credi non hanno senso. Il bambino è missionario e testimone nella sua presenza senza perifrasi. Perché non differisce da un nidiaceo, perché è muto, e contempla dietro gli occhi d'un sonno più vasto, sfere celesti e aure arcane. E' piovuto spargolo e lontano, ignorante e già gravato di sé. Conserva un profumo di paglia e di piume. La sua forza è balbettante e incrinata, pencola sul baratro, si sbuccerà, si ricreerà, ma la traccia di quel "prima", di quell'attimo senza tempo e senza esistenza, sempre verrà rimpianta. E' magica poltiglia minerale, impastata con acqua e in briciola di trascendente. E, mentre s'avanza nel mondo, brama di tornare alla sua sfera. "I tuoi nemici - scriveva Lutero contemplando il suo ultimogenito - sono il peccato e il diavolo: ma tu suggi il latte senza badare a nulla".

http://cdv.splinder.com/post/22000113/Tutto+%C3%A8+compiuto
 
Maggiorenni senza te (A Freddie Mercury, 1991-2009)
Eventi - recensioni - comunicati
Vitalità? Tanta. Frenesia? Ancor di più. Innocenza? Forse. Ma un'innocenza ambigua, sfuggente e arcana come il San Giovanni di Leonardo. Quindi, magari, in ultima analisi. Non tanto innocente. Ma nel contempo bella, forte, barocca, icona dei nostri tempi sommossi. Eccessiva, sicuramente. Eri tu, Freddie, quello delle tutine sgargianti, perché così mi apparisti, in un televisore ancora in bianco e nero, malgrado fossi l'emblema dei colori. Colori forti, senza contrasti, aggressivi, perché simbolo di un'età svagheggiante, neopagana e divertita. Un uomo sexy, finalmente, che non temeva la fisicità; e che del suo corpo aveva fatto il veicolo per trasmettere, semplicemente, gioia e piacere. Dicevi che i Queen erano i Cecil B. De Mille del rock, per me eravate il liberty eclettico d'una stagione dove queste commistioni erano possibili. Dove il cielo sembrava raggiungibile, anzi, si era steso sulla terra con la sua fantasmagoria di astri. E noi potevamo srotolarci sopra, allegri e spensierati.

Il messaggero degli dèi, col suo agglomerato di citazioni (allucinazioni?) pittoriche, letterarie, cinematografiche e più smaccatamente pop (News of the world, che contrasto: nome d'una rivista e livida copertina alla Fritz Lang!), aveva in realtà un compito prometeico: portare il fuoco agli uomini. Tu ce ne hai regalato veramente tanto. Lo hai reso vulnerabile, e noi fiammanti. Eri inglese? Armeno? Persiano? Rock? Disco? Classico? Etero o gay? Oh, che noia, avresti tagliato corto, e lo dicesti anche. "Definirmi? Tutti commenterebbero: pure Freddie che si dichiara, per avere un po' di titoli sui giornali". Eh no, malgrado tutto non eri proprio uomo da titoli urlati. Perché soffrivi il peso d'un universo rotante che contenevi tuo malgrado. Avevi tante cose da dire e da cantare ancora, è vero; ma chissà come ti saresti trovato qui e ora, in questi anni, non più semplici ma facili, troppo cinici per la malizia e l'ambiguità. Forse, per te, non ci sarebbe stato più spazio. Non è tempo d'artisti, questo.

Ma, sparendo, ci hai costretti a un risveglio penoso. Siamo stati obbligati a crescere senza il tuo aiuto. Senza la tua compagnia, i tuoi giochi. Che, come tutti i giochi, sottendevano un cupo rimpianto. Una tragica melodia. Ma di piccole, carnali tragedie è trapunto il cammino umano. Rimasti così, in preda a fantasmi amorfi, diventati adulti senza esser stati grandi, ci siamo sentiti privare dell'aria. Come bimbi in un campo giochi vuoto. In periferie grigie della nostra debole fantasia. Però la tua musica, quella è rimasta, quella c'infonde ancora rabbia, e voglia di mandare al diavolo l'ingiustizia che ti ha strappato a noi. L'ingiustizia, l'ingiustizia. Questo sentimento è ancora, pertinace, uno sguardo oltre la periferia, oltre il vuoto di quel campo. E' un grido di riappropriazione. Tu eri eccezionale, insostituibile. Ma ci hai insegnato che ciascuno di noi può esserlo, e rinunciare a questa speranza, allora sì, sarebbe tradirti e dimenticarti per sempre.
 
Crocifisso e poveri cristi
Critiche e denunce dal mondo
Poveri cristi, minuscoli e con la minuscola, sono le nuove vittime di quell'indecenza ribattezzata con svergognato eufemismo "processo breve". Pugno di ferro contro costoro, contro gli immigrati clandestini la cui condizione è equiparata ipso facto alla delinquenza; e, per salvare uno solo, via libera ai responsabili della tragedia della Thyssen-Krupp e a signori come Fazio, Tanzi, Brega-Massone. I primi tre rimandano a vicende efferate ancora ben impresse nella mente degli italiani; il quarto, forse era pure riuscito nell'intento di farsi scordare. E allora riconsegniamogli la "meritata" notorietà: il suo cognome è legato alla clinica Santa Rita di Milano, e chissà che questa povera canonizzata non rievochi qualcosa in più. I parenti delle vittime, altri poveri cristi dalla memoria tragicamente lunga, ringrazieranno. Ma ai poveri cristi è riservato sempre lo stesso ruolo: quello dei "pauvres chrétiens", poveri cretini. Non c'hanno i soldi? Peggio per loro. >> continua a leggere
 
Sul limitare
Poesie
"Sono nata il 21 a primavera". E sullo straziante inganno di ieri, il crepuscolo di ieri, Alda Merini ha lasciato questo mondo. Perché ieri novembre ha voluto sorridere, inondando di sole la campagna lombarda. Non sembrava, non era, l'estate fredda dei morti, ma un tocco di rinascita. Questo clima così bislacco, che ormai muta pelle, e dipinge inquieti arcobaleni. E invece, semplicemente, lo spirito le stava preparando una casa degna. Una casa felice: debordante, come la felicità troppo invadente per quel fragile corpo. Quanto doveva arrabbiarsi, Alda Merini, nel sentir descrivere i matti come individui tristi. Lei lo era diventata, matta, dopo il primo parto, gravata dall'eccesso di vita che sentiva scoppiarle dentro. Il suo sguardo, infatti, non era né mesto né dolente. Era uno sguardo di gloria, di vette, di alture. Uno sguardo di viandante, di note orientali. Alda Merini ha segnato il limite di Dio. La vetta l'aveva ormai raggiunta, col passo cadenzato e placidamente sicuro. Dio stesso le aveva addobbato quel giorno. Aveva fatto confezionare per lei ingressi di Scritture sacre: l'eunuco redento di Isaia, il padrone di casa che invita storpi, ciechi, mendicanti, folli. Era il Dio dei diversi che aveva sempre cantato, impossibilitata a costringerlo dentro un rito, poiché Egli stesso era rito. Era il Dio escluso e degli esclusi, che in quel fatale giorno, in quello ieri, le lastricava la strada dorata delle nuvole di grano, degli anni miti.
Ma era, anche, il Dio impotente di fronte al dramma dell'umanità. Ben consapevole della tragedia che il suo troppo amore, la sua squassante gelosia, avrebbe prodotto in noi, poveri naufraghi terrestri. Destinati, d'improvviso, a piagge vaste e deserte. Perché senza Alda Merini saremmo stati davvero tutti più orfani, defraudati.
Dio incatenato dal nostro destino di finitezza, che lui pure ha prodotto, è lo stesso Dio della leggenda ebraica, turbato dalle preghiere del suo popolo per l'imminente morte di Mosè, il primo dei suoi viandanti: "'O Signore e Dio nostro, noi amiamo il corpo puro e santo di Mosè e ti supplichiamo di lasciarlo in vita'. Allora Dio portò Mosè su un monte alto, lo fece distendere a terra, gli susurrò di chiudere gli occhi e, in quell'istante, accostò le labbra alle sue, e gli rapì l'anima. Poi Dio pianse'". Anche oggi, sul limitare dei santi e dei morti, il cielo si è oscurato. Dio ha trasportato Alda nella sua primavera, e oggi le sue lacrime ci domandano perdono per averla nascosta ai nostri sguardi.
 
I Suq: i colori, i sapori e gli odori della storia.
Eventi - recensioni - comunicati
 
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