Quel sabato di Settembre, in paese, sembrava essere uno degli ultimi week-end estivi prima dell’incalzare lento e assonnato dell’autunno. Faceva decisamente caldo. Un caldo insolito per Settembre, quasi irreale, che rendeva i movimenti sospesi.
Era già pomeriggio e in piazza ancora nessuno si era fatto vivo, tranne gli stessi vecchietti che ai tavoli del Bar Centrale giocavano a briscola animatamente. Bastava aprire un piccolo spiraglio della porta del bar per poter passare in un batter d’occhio dal silenzio afoso alle urla dei giocatori.
Giulia era arrivata in paese quel Sabato, ma non sempre accadeva. Perché lei si era trasferita a Roma da qualche anno, anche se il suo look sembrava piuttosto parigino, persino l’acconciatura. Possedeva quei tipici movimenti francesi, in particolar modo delle mani e degli occhi, che le davano un’aria diversa da tutti gli altri. Per questo, o forse per la sua naturale propensione alla superficialità, non era molto amata dai compaesani. La sua gemella Tina, invece, aveva elevato l’intelligenza a sistema di vita, per compensare probabilmente quel corpo piccolo e ingobbito dalle sofferenze. . Una cosa sicuramente, negli ultimi tempi, le accomunava: il cancro del padre.
Giulia era entrata al Bar Centrale quando ormai il campanile segnava le 18:05. Era arrivata a piedi, quel Sabato aveva deciso di non prendere la macchina.
Entrando aveva scorto vicino al juke-box Corelli, Rebecca e, poco più in là, Andrea, solitario, che si fumava una sigaretta.
“Hei, guarda chi si vede: la romana!”
Ale era sempre felice di rivederla, gli ricordava tutto quello che non aveva mai avuto il coraggio di fare nella sua vita.
“Dai Ale, non chiamarmi così! Come state voi piuttosto? E tu….ma ti sposi allora?!?”
“Eh, sembra proprio di si!” Rebecca sorrideva sempre con serenità a quella domanda. Per lei il matrimonio non aveva assunto valori morali pseudo-cristiani; per lei era semplicemente un veicolo di diritti che coronava perfettamente il suo sincero amore per Paolo.
“Ho preparato quasi tutto, questo matrimonio s’ha da fare!”
“Che bello Rebecca! Ho già comprato il completo! Niente di che, ma sai che io ho bisogno di rassicurarmi sui vestiti!!!”
“E poi vuoi che non ti chiami la romana!” esclamò Ale un po’ sarcastico ma non pungente “lo vedi che la città e la vita mondana ti creano insicurezze?”
“Ale, prova anche tu ad andare in città….vedrai che sentirai le stesse identiche insicurezze che provi in questo paese di merda!” Rebecca prese le difese di Giulia, ma non tanto per lei quanto per spronare ancora una volta Ale ad uscire da quel suo ostentato torpore.
“Lascialo stare Rebecca, ricomincerà prima o poi…e tu Andrea, verrai al matrimonio?”
Andrea stava in piedi appoggiato con la spalla al bordo della porta e guardava dritto davanti a sé verso un paesaggio ideale, perché lì in realtà c’erano soltanto il bidone della spazzatura e le auto parcheggiare in divieto di sosta.
Il fumo saliva sopra la sua testa mentre Giulia gli parlava. Non si girò; aspettò almeno 30 secondi prima di rispondere:
“Non so se verrò Rebecca”
“E che hai da fare, scusa?”
“Devo ascoltare la nuova compilation dei R.E.M.!”
Solo a quel punto si voltò sorridendo verso gli altri seduti accanto al juke-box.
Tutti in paese pensavano che Andrea avesse due modi opposti di vivere: sapeva ridere e divertirsi in compagnia, ma poi un attimo dopo prendeva la sua macchina e se ne andava in giro chissà dove, anche per più di due giorni. Mai visto con una ragazza, ma neanche con un ragazzo. Aveva bisogno di guidare, ma nessuno era mai venuto a conoscenza delle sue mete.
Stava tirando l’ultimo tratto della sigaretta quando esclamò:
“Invece di parlare di cosa succederà tra due settimane, parliamo di stasera….”
Gli altri si guardarono stupiti quando nel frattempo era anche arrivato Gabri:
“Perché non ci porti a fare un giro con te? O hai paura di farci vedere la tua fidanzatina? Che cos’ha: è bruttina?”
“Gabri, mi mancavi!” Andrea sorrideva, lui che non si offendeva mai delle battute degli altri.
“Vedi Gabri, se tu mi proponi qualcosa di carino può anche darsi che non me ne vada….” Smise all’improvviso di ridere e continuò “….poi stasera a maggior ragione non vorrei portare nessuno di voi con me….”
Giulia aggrottò le sopracciglia e fu assalita da una specie di vampata al petto, simile all’angoscia, sensazione che ultimamente, a causa della malattia del padre, provava spesso.
“Cioè? Io non ho capito….” Rebecca provava a rendere razionale quel momento che di razionale non aveva proprio niente.
“Non ho capito Andrea…”
“Ma lasciatelo stare….è sempre il solito enigmatico….chissà cosa nasconde….forse soltanto il fatto che non ha niente da nascondere….”
Quella frase di Gabriele aveva gelato tutti, ma non Andrea.
Anzi, lui era tornato a sorridere:
“Vabbè, ho capito Gabri, non hai proprio niente di carino da propormi neanche stasera!”
Il campanile, in quel momento, risuonò 7 rintocchi.
Andrea si accese un’altra sigaretta, salutò con una mano e si avviò verso la macchina.
I suoi amici non riuscirono a dirgli niente mentre il juke-box mandava “No woman no cry”.
Gabri si era voltato per iniziare una partita al Malaga, ma non aveva spiccioli in tasca.
“Raga, mi prestate uno spicciolino per giocare?”
Giulia aprì la borsetta di lana essiccata e tirò fuori una moneta. Non si dissero niente per almeno altri 20 minuti.
Ascoltarono la macchina di Andrea che si allontanava dal paese e fecero finta di ricevere al cellulare qualche messaggio importante.
Il 33 giri di Bob Marley al juke-box si interruppe bruscamente.