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Un paese come altri E-mail
Scritto da daniela tuscano   

“Oggi Cinzia non si vede arrivare! Di solito è puntuale. Arriva qui, sta 10 minuti a sparare stronzate e poi se ne va!”

“La tonta del paese!” sottolineò Gabriele con la sua solita aria da strafottente.

“Madonna, hai sempre un aggettivo per chiunque, non te ne lasci scappare una, oh!!”

DOMENICA 8 SETTEMBRE 2000

“Oggi Cinzia non si vede arrivare! Di solito è puntuale. Arriva qui, sta 10 minuti a sparare stronzate e poi se ne va!”

“La tonta del paese!” sottolineò Gabriele con la sua solita aria da strafottente.

“Madonna, hai sempre un aggettivo per chiunque, non te ne lasci scappare una, oh!!”

Roberto e Silvia erano seduti sulle stesse sedie di plastica intrecciata da due ore con Gabriele che puntava il dito su tutti, con quelle sue parole secche e affilate. Anche adesso che aveva un figlio. Ma un figlio non è che cambia le persone: può tirar fuori il meglio o il peggio. Dipende.

Il Bar Centrale quella Domenica pomeriggio era identico a tutte le altre Domeniche pomeriggio: le sedie fuori sul marciapiede con qualche tavolinetto sparso qua e là, dentro gli stessi vecchi avvolti da una nube di fumo seduti intorno ai tavoli a giocare a carte con inesauribile veemenza, al bancone la giovane coppia già malinconica e senza motivazioni dopo soli due anni di matrimonio. Nella saletta del retro gli stessi giochino elettronici e lo stesso juke-box.

Tutto filava esattamente come al solito.

“Ecco che arriva Corelli. Certo è passato al capello brizzolato nel giro di un mese! Da quando sta con quella….come si chiama? Quella faccia smorta, secca come un chiodo! Tanto lascia anche lei…che credi! Ale è uno spirito libero, mica come me che sto da 15 anni con la stessa donna….”

Gabriele continuava a sparare sassi su tutti gli abitanti del paese, suoi amici per giunta, mentre Roberto e Silvia sbuffavano per l’ennesima volta, annoiati. Eppure nessuno aveva mai capito per quale strano motivo non se ne andavano via insieme la Domenica pomeriggio invece di sbuffare tutto il giorno al Bar Centrale.

“Ale, tutto a posto oggi? Non sei con la tua donna?” Roberto cercava un’escamotage.

“No, oggi no. Avevo da fare con la moto. Era troppo tempo che non ci mettevo mano!”, Corelli rispondeva sempre con la sua tipica espressione dolce e rammaricata, di un uomo che ama la musica e le moto ma che non sa trovare pace con il resto del mondo.

“Però ora mi prendo un buon caffè ragazzi. Lo volete ve lo offro?”

Così sorseggiarono un caffè tutti e quattro insieme proprio di fianco al Bar Centrale, mentre i rintocchi della campana annunciavano le ore 14:00.

La chiesa di quel piccolo paese immerso nei monti appenninici delimitava la piazza centrale. Una chiesa superba, con un sacerdote superbo, ma che ancora molti ascoltavano.

Anche quella Domenica di Settembre il piccolo supermercato accanto alla salita di via Mestre era aperto e questo aumentava leggermente il via vai di persone lungo la strada.

Di Cinzia ancora niente.

“Allora tra due settimane si sposa Rebecca…” sussurrò Silvia con un’espressione di velata malinconia.

“Un po’ più di entusiasmo amore!!!”. Roberto non sopportava questi cali d’umore. E non solo questi. Per lui si doveva sempre trovare la forza di fare o dire le cose con gioia ed entusiasmo.

“Bhè, quale entusiasmo si dovrà mai esprimere, Roberto? Si sposa, tutto qui. E’ una festa, ma poi fra uno o due anni dovranno fare i conti con il loro rapporto….”

“Sei sempre il solito cinico Gabri! Poi parli proprio tu che stai da 15 anni con la stessa donna….cosa che tra l’altro mi sembra ammirevole!”

“Si Ale, si, lo so!”

Sembrava non volerne parlare. Sembrava voler negare le responsabilità prese, nel bene e nel male, per lasciar maggiore spazio al cinismo e alla apparente frivolezza.

Loro, come Cinzia, e come tanti altri, si conoscevano da una vita. Erano piccoli nei “favolosi anni ‘80”, quando imperversavano le Timberland, i Monclair e le canzoni di Tracy Spencer e Vanessa Paradis. Quegli anni che sembravano densi di novità, ma che in realtà erano vuoti di ricchezze. Senza spessore.

Quando loro erano piccoli il paese era identico ad ora, forse solo un po’ più vivo e con più persone che arrivavano dalle città per trascorrervi le vacanze estive.

Adesso Rebecca, così bella, simpatica e amata da tutti, stava per sposarsi e ad ognuno questo matrimonio suscitava sentimenti diversi, a volte quasi opposti.

“Raga sono le 4. Che noia anche oggi. Che si fa?”

“Io metto una canzone nel juke-box!”

Ale, il solito nostalgico, digitò E4: “It’s a wonderful world”

Si chiedevano cosa fare una volta ogni mezz’ora circa, ma non si rendevano conto che stavano già facendo qualcosa: passavano il tempo insieme.

“Uuuuhhhh! Senti lui che ha messo! Mamma mia….non ti ricorderà mica qualche vecchio amore eh?!?” Silvia cercava lo scontro, adesso.

“Hei, non rompere! Lo sai che tutte le canzoni mi ricordano qualche vecchio amore!”

“Oh raga! Eccola! Cinzia si è stanata finalmente!”

Gabriele cominciava a prnderla in giro già in lontananza con le sue solite moine, quando ad un tratto si accorsero tutti che Cinzia stava correndo incontro a loro con il viso segnato dalle lacrime e da una sofferenza mai vista!

La loro espressione mutò in un attimo diventando accogliente e preoccupata.

“Cinzia, ma che hai?”

Lei continuava a piangere dopo essersi scaraventata tra le braccia di Silvia.

“Cinzia, se ti ha lasciata l’ennesimo fidanzato puoi cominciare a pensare che forse la colpa è tua, ti do il permesso….”

Cinzia si rivoltò con gli occhi iniettati di sangue:

“Gabri! Non fare lo stupido come sempre. Andrea è morto stanotte in un incidente stradale. E’ morto.”

SABATO 7 SETTEMBRE 2000

Quel sabato di Settembre, in paese, sembrava essere uno degli ultimi week-end estivi prima dell’incalzare lento e assonnato dell’autunno. Faceva decisamente caldo. Un caldo insolito per Settembre, quasi irreale, che rendeva i movimenti sospesi.

Era già pomeriggio e in piazza ancora nessuno si era fatto vivo, tranne gli stessi vecchietti che ai tavoli del Bar Centrale giocavano a briscola animatamente. Bastava aprire un piccolo spiraglio della porta del bar per poter passare in un batter d’occhio dal silenzio afoso alle urla dei giocatori.

Giulia era arrivata in paese quel Sabato, ma non sempre accadeva. Perché lei si era trasferita a Roma da qualche anno, anche se il suo look sembrava piuttosto parigino, persino l’acconciatura. Possedeva quei tipici movimenti francesi, in particolar modo delle mani e degli occhi, che le davano un’aria diversa da tutti gli altri. Per questo, o forse per la sua naturale propensione alla superficialità, non era molto amata dai compaesani. La sua gemella Tina, invece, aveva elevato l’intelligenza a sistema di vita, per compensare probabilmente quel corpo piccolo e ingobbito dalle sofferenze. . Una cosa sicuramente, negli ultimi tempi, le accomunava: il cancro del padre.

Giulia era entrata al Bar Centrale quando ormai il campanile segnava le 18:05. Era arrivata a piedi, quel Sabato aveva deciso di non prendere la macchina.

Entrando aveva scorto vicino al juke-box Corelli, Rebecca e, poco più in là, Andrea, solitario, che si fumava una sigaretta.

“Hei, guarda chi si vede: la romana!”

Ale era sempre felice di rivederla, gli ricordava tutto quello che non aveva mai avuto il coraggio di fare nella sua vita.

“Dai Ale, non chiamarmi così! Come state voi piuttosto? E tu….ma ti sposi allora?!?”

“Eh, sembra proprio di si!” Rebecca sorrideva sempre con serenità a quella domanda. Per lei il matrimonio non aveva assunto valori morali pseudo-cristiani; per lei era semplicemente un veicolo di diritti che coronava perfettamente il suo sincero amore per Paolo.

“Ho preparato quasi tutto, questo matrimonio s’ha da fare!”

“Che bello Rebecca! Ho già comprato il completo! Niente di che, ma sai che io ho bisogno di rassicurarmi sui vestiti!!!”

“E poi vuoi che non ti chiami la romana!” esclamò Ale un po’ sarcastico ma non pungente “lo vedi che la città e la vita mondana ti creano insicurezze?”

“Ale, prova anche tu ad andare in città….vedrai che sentirai le stesse identiche insicurezze che provi in questo paese di merda!” Rebecca prese le difese di Giulia, ma non tanto per lei quanto per spronare ancora una volta Ale ad uscire da quel suo ostentato torpore.

“Lascialo stare Rebecca, ricomincerà prima o poi…e tu Andrea, verrai al matrimonio?”

Andrea stava in piedi appoggiato con la spalla al bordo della porta e guardava dritto davanti a sé verso un paesaggio ideale, perché lì in realtà c’erano soltanto il bidone della spazzatura e le auto parcheggiare in divieto di sosta.

Il fumo saliva sopra la sua testa mentre Giulia gli parlava. Non si girò; aspettò almeno 30 secondi prima di rispondere:

“Non so se verrò Rebecca”

“E che hai da fare, scusa?”

“Devo ascoltare la nuova compilation dei R.E.M.!”

Solo a quel punto si voltò sorridendo verso gli altri seduti accanto al juke-box.

Tutti in paese pensavano che Andrea avesse due modi opposti di vivere: sapeva ridere e divertirsi in compagnia, ma poi un attimo dopo prendeva la sua macchina e se ne andava in giro chissà dove, anche per più di due giorni. Mai visto con una ragazza, ma neanche con un ragazzo. Aveva bisogno di guidare, ma nessuno era mai venuto a conoscenza delle sue mete.

Stava tirando l’ultimo tratto della sigaretta quando esclamò:

“Invece di parlare di cosa succederà tra due settimane, parliamo di stasera….”

Gli altri si guardarono stupiti quando nel frattempo era anche arrivato Gabri:

“Perché non ci porti a fare un giro con te? O hai paura di farci vedere la tua fidanzatina? Che cos’ha: è bruttina?”

“Gabri, mi mancavi!” Andrea sorrideva, lui che non si offendeva mai delle battute degli altri.

“Vedi Gabri, se tu mi proponi qualcosa di carino può anche darsi che non me ne vada….” Smise all’improvviso di ridere e continuò “….poi stasera a maggior ragione non vorrei portare nessuno di voi con me….”

Giulia aggrottò le sopracciglia e fu assalita da una specie di vampata al petto, simile all’angoscia, sensazione che ultimamente, a causa della malattia del padre, provava spesso.

“Cioè? Io non ho capito….” Rebecca provava a rendere razionale quel momento che di razionale non aveva proprio niente.

“Non ho capito Andrea…”

“Ma lasciatelo stare….è sempre il solito enigmatico….chissà cosa nasconde….forse soltanto il fatto che non ha niente da nascondere….”

Quella frase di Gabriele aveva gelato tutti, ma non Andrea.

Anzi, lui era tornato a sorridere:

“Vabbè, ho capito Gabri, non hai proprio niente di carino da propormi neanche stasera!”

Il campanile, in quel momento, risuonò 7 rintocchi.

Andrea si accese un’altra sigaretta, salutò con una mano e si avviò verso la macchina.

I suoi amici non riuscirono a dirgli niente mentre il juke-box mandava “No woman no cry”.

Gabri si era voltato per iniziare una partita al Malaga, ma non aveva spiccioli in tasca.

“Raga, mi prestate uno spicciolino per giocare?”

Giulia aprì la borsetta di lana essiccata e tirò fuori una moneta. Non si dissero niente per almeno altri 20 minuti.

Ascoltarono la macchina di Andrea che si allontanava dal paese e fecero finta di ricevere al cellulare qualche messaggio importante.

Il 33 giri di Bob Marley al juke-box si interruppe bruscamente.








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