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Remo, lo ricordo ancora: una faccia da giovane Bacco, inghirlandata di riccioli bruni. Un volto spianato, messidoro. Lo vedevo solo a pranzo. Ma mica tanto. Perché, ogni volta che si avvicinava, io alzavo il lembo della tovaglia candidissima fino agli occhi, e lo fissavo in tralice, arrossendo. C’era sempre qualcuno che glielo diceva, a Remo: tu piaci tanto alla Daniela.
E anche lui era lì, sorridente, in un bianco e nero d’una sala infinita, in vapori di confetto, marcato e solare. Il mio amore non era segreto. Ma impossibile. Perché lui aveva diciotto anni e io cinque... Mi trovavo in vacanza a Roseto degli Abruzzi. Lui lavorava come cameriere nell’albergo in cui soggiornavo. Ogni pranzo era per me fonte di delizie. Un giorno m’informò che “c’erano le fragole col limone per la signorina”. Mi parve di toccare il cielo con un dito, servita di fragole dal mio dio, e in quel momento in verità ignoravo cosa mi piacesse davvero, e di più: se lui o i saporiti frutti rossi. Mi giocò uno scherzetto, Remo. Quando giunse con la coppa, compì una giravolta intorno al tavolo, e poi susurrò: “E queste, di chi sono? Me le mangerò io”. Quanto penai in quegli istanti!
Poi finalmente la mia sofferenza terminò e non so dire se, gustando le fragole, pensassi di assaporare lui. O le sue labbra? Un suo bacio mi sarebbe piaciuto, ne sono sicura, anche perché la mia prima esperienza in quel senso sarebbe stata abbastanza precoce: otto anni...
Ma l’apparizione fulminante avvenne in spiaggia: già con la carnagione brunita, largo sulla sdraio, abbandonato al sole, inerte e completo, sazio della sua vigoria e dimentico del mondo, di quella sicurezza un po’ spavalda tipica degli anni illusi, il caravaggesco Remo risplendeva soddisfatto di sé. In una solitudine di sicura attesa. Capii che quello era il suo mondo, e che non mi apparteneva. Lo guardai ancora un attimo, poi tornai ai miei giochi infantili.
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