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Le mani di Ramzi E-mail

Il gran momento era arrivato. Un fremito di sudore sotto la pelle. Come la prima volta. Malgrado la carne cedevole e molle, raffinata, quasi friabile, profumata di talco. Colore d'azzurro, simile a certe albe che, anni addietro, lo sorprendevano lente. Sbiadendo nel loro scialle vaporoso le vastità inaridite delle stoppie, la puntuta desolazione dei ciottoli argillosi. Le notti folli e ribelli.

Quelle notti che lui, bambino, non vedeva mai. Il corpo stremato si arrendeva prima, al termine d'una fuga spiritata e rovente, dopo la quale, sempre, era certo di tornar lassù. In cielo. Se lo meritava.

 


Le sue mani, allora, erano spesse e callose. Ma le esibiva come un trofeo. Mani che afferravano e scagliavano pietre, mani di giustizia, mani da intifada. Mani mitiche, severe e senza scampo. Mani di Dio. E le volte che stramazzava a terra, davvero moriva a sé stesso e a quella parodia di vita. Per rinascere nel cielo degli eroi.


Poi, però, tornava puntualmente quel chiaretto d'orizzonte. L'occhio baluginava, incerto e tremulo, e respirava fresche, remote armonie. Ma quando si ridestava del tutto, riecco l'inganno. Nessun paradiso, nessun eroe, nessuna Urì. La solita terra martoriata e terribile. Il solito corpo di bimbo sradicato. Eppure in quegli istanti svanenti, sfiorato dalla tenerezza cosmica, non poteva trattenere le lacrime. Gli scivolavano giù per le guance, sul petto, fino alle piccole mani brune e riottose. Provava commozione. Si sentiva femmina. Intollerabile.


Che quasi gli veniva da urlare contro Dio, e non poteva, e allora tornava a sfogarsi coi sassi, che lo attorniavano come un talamo, muti ex-voto del suo vano sacrificio, e li lanciava contro quel lindore imprevisto. "Maledetti, maledetti" ripeteva, non sapeva bene a chi.


Finché, una volta, qualcuno aveva amato le sue mani bagnate. E lui stesso aveva imparato a non temerle più. Si era rappacificato con l'armonia nascosta dell'alba. Non provava più vergogna nel confessare il suo amore per lei. Usava le dita per accarezzare. Non più ciottoli, ma corde di violino. Il suo maestro, del suo stesso popolo. Un rifugiato. E un altro maestro, appartenente al popolo che opprimeva i suoi. Ma non era popolo. Era uomo. Solo gli uomini esistono, i popoli sono un'idea. Il vecchio glielo ripeteva sempre, e lui se n'era convinto. La musica univa tutti; disarmava carri armati, rendeva inutili le pietre silenti.


"Andiamo". La voce di Layla risuonò dolce e ferma. La sua notte catturata. Fu poi lì, dietro di lui. Di fronte, gli appariva il coro delle genti lontane. Un'immensa celebrazione. Il Libro fatto carne. Le mani di Ramzi si distesero. Strinsero quelle del vecchio musicista. Una promessa e una consegna, come ai primordi del mondo.

 

(Dedicato a Ramzi Aburedwan - qui a lato, ai giorni nostri e, sopra, a 8 anni - e ai suoi maestri: Mohamed Fadel e Daniel Barenboim)

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