|
Un racconto fantastico scritto da Silo...
Le attrezzature ed i programmi di spazio virtuale si vendevano bene. Tra i compratori gli studenti di storia e di scienze naturali risultavano i più numerosi. Ma aumentava la richiesta da parte di un pubblico più vasto che preferiva una dose di divertimento alle lunghe passeggiate tra le piramidi egizie o tra la flora e la fauna amazzoniche. Si potevano compiere viaggi solitari, in compagnia o guidati; molti tuttavia preferivano disporre di un selettore che compariva al semplice movimento di un dito. Il catalogo era ricco. Dai rifacimenti di vecchi film, in cui i protagonisti erano gli stessi utenti, si era passati ad adattare i videogiochi che consentivano di combattere nello spazio o di intrattenere storie d’amore con i personaggi-simbolo dell’epoca. Era come partecipare ad un fumetto o ad una storia piena di stimoli; stimoli tanto reali che non erano mancati gli infarti quando alcuni appassionati del terrore avevano usato programmi non raccomandati dal Comitato per la Difesa del Sistema Nervoso Debole. I computer accettavano i programmi più assurdi ed in un’atmosfera come quella erano comparsi pirati che avevano introdotto virus virtuali, provocando dissociazioni della personalità ed incidenti psicosomatici. Era così semplice infilarsi il casco ed i guanti, accendere il computer e scegliere un programma, che i bambini lo facevano ogni giorno nelle ore dedicate agli spostamenti. Una sezione del Comitato per la Difesa del Sistema Nervoso Debole Nella sezione tutti usavano nomi di battaglia. Era una pratica asettica. Alpa organizzava il piano di lavoro e sovrintendeva al Progetto, coordinando le attività dei membri di un gruppo che si era andato costituendo nel corso degli anni. Era stata ingaggiata nelle Alpi per il suo strano modo di allenare grandi sciatori. Mentre altri insegnanti insistevano sullo sforzo fisico prolungato, lei riuniva i propri allievi in una stanza dove proiettava e riproiettava immagini dello slalom gigante o del salto dal trampolino. Presentato lo scenario ed il percorso di ciascuna prova, lasciava la stanza al buio e chiedeva ai partecipanti di immaginare ripetutamente ogni movimento ed ogni spostamento sulla neve. A volte accompagnava questo lavoro con una musica dolce che poi, durante le ore del sonno, invadeva il rifugio. Così accadeva che alcuni, pur senza essere andati in pista prima della gara, vi si muovevano come se avessero sempre vissuto lì. Ténetor III aveva saputo di Alpa attraverso una videocassetta sugli sport invernali. Incuriosito da quel modo di lavorare, era andato a Sils Maria e così era entrato in contatto con lei. L’ultimo membro ingaggiato era stato Seguidor, responsabile del personale addetto ai sistemi di tecnologia avanzata. Questi, con Hurón e Faro, faceva parte di un gruppo che poteva stare insieme solo grazie alle attenzioni dell’ineffabile Jalina, persona particolarmente dotata per la creazione di ambienti umani cordiali. Senza dubbio Ténetor III, in quanto specialista in comunicazione, era l’asse portante di una serie di attività che Alpa definiva caso per caso, ponendo sempre in primo piano il rispetto dei cronogrammi ed il raggiungimento degli obiettivi. L’équipe costituiva una sezione del Comitato per la Difesa del Sistema Nervoso Debole e, grazie al fatto che Ténetor era appunto il direttore di questa istituzione, il gruppo poteva operare tranquillamente. Il Progetto Alla fine del XX secolo, alcuni scienziati guidati da un oscuro funzionario dell’UNESCO erano arrivati alla conclusione che nel giro di pochi decenni l’85% della popolazione mondiale sarebbe stato formato da analfabeti funzionali. Avevano calcolato che l’analfabetismo primario sarebbe stato eliminato in breve tempo, mentre di pari passo grandi masse umane avrebbero sostituito libri, riviste e giornali con la TV, i video, i computer e le proiezioni olografiche. Tutto ciò in sé non costituiva un grave inconveniente perché l’informazione avrebbe continuato a fluire in quantità maggiore rispetto a ogni altra epoca ed a velocità crescente. Tuttavia, un aumento dell’incapacità di strutturare i dati non avrebbe avuto conseguenze solo su individui isolati ma avrebbe finito per influire sull’intero sistema sociale. Per quanto riguarda la specializzazione le prospettive erano interessanti, poiché si creavano le condizioni per un lavoro analitico e graduale che ripeteva il modo di funzionare dei computer. Purtroppo però si sarebbe fatta sentire anche l’incapacità di stabilire relazioni globali coerenti. In quel periodo la sfiducia nei confronti delle sintesi nel campo del pensiero era così profonda che qualsiasi conversazione su argomenti generali, protratta oltre i tre minuti, veniva bollata come “ideologica”. In realtà ogni tentativo di arrivare ad un punto di vista globale si concludeva in maniera penosa. Si poteva concentrare l’attenzione solo su temi specifici e, sia nelle istituzioni educative sia nel lavoro quotidiano, tale abitudine diventava sempre più comune. Gli storici studiavano le leghe metalliche degli anelli dell’Etruria per spiegare il funzionamento di quella società mentre gli antropologi, gli psicologi ed i filosofi erano asserviti ai computer che effettuavano analisi grammaticali. Erano tali l’esteriorità ed il formalismo di un pensare e di un sentire concentrato sui dettagli che ogni cittadino cercava sempre il modo di essere speciale ed originale in qualche aspetto dell’abbigliamento. Purché ci fosse progresso nella medicina e nell’industria del divertimento, tutto il resto era secondario; secondario era il destino di quei popoli e di quelle comunità che erano entrate in un processo degenerativo per non essersi adattate al nuovo ordine mondiale; secondaria era la vita delle nuove generazioni che si dissanguavano in una vile competizione all’inseguimento di un miraggio effimero. Del resto erano decenni che la capacità di formulare teorie scientifiche generali era venuta meno per cui tutto si riduceva all’applicazione di tecnologie che, come una mandria in preda alla confusione, correvano in tutte le direzioni. Così il funzionario dell’UNESCO presentò una relazione ed una richiesta di finanziamenti per studiare quella patologia sociale e le sue tendenze a medio termine. Gli fu immediatamente assegnata una sostanziosa somma per la ricerca, forse perché coloro che decidevano avevano inteso che tale sforzo sarebbe servito al perfezionamento di tecniche efficientistiche. Grazie a questo malinteso fu possibile lavorare per diversi anni. Infine venne creato il Comitato con il ruolo di organismo paraculturale abilitato a fare divulgazione ed a fornire consulenza nei paesi che, attraverso le Nazioni Unite, sostenevano l’UNESCO. Alcuni decenni dopo, scomparsa l’UNESCO, il Comitato continuò a funzionare senza che si sapesse bene da chi fosse appoggiato. Comunque era riconosciuto come una istituzione di pubblica utilità sostenuta a livello mondiale da privati di buona volontà. Il Comitato presentò relazioni annuali che nessuno prese troppo sul serio ma oltre a questa attività indirizzò le sue ricerche verso lo sviluppo di un modello di comportamento umano esente dalle difficoltà che si vedevano crescere di giorno in giorno. In quel tempo il Comitato era convinto che un tipo di istruzione e di informazione destrutturata stesse già bloccando certe aree cerebrali, provocando così i primi sintomi di una epidemia psichica che sarebbe risultata incontrollabile. Il “Progetto”, come lo chiamavano i suoi responsabili, doveva prendere in considerazione la possibilità di mettere a punto un “antidoto” capace di sbloccare l’attività mentale. Ma in quel momento non si sapeva ancora se si dovevano sviluppare procedure di addestramento fisiologico, se bisognava sintetizzare sostanze chimiche benefiche o se era necessario dedicarsi alla progettazione di attrezzature elettroniche che avrebbero consentito di raggiungere l’obiettivo. Di sicuro c’era che a poco a poco milioni di esseri umani bloccati si stavano inserendo in attività collettive. Quegli esseri, sempre più specializzati e sempre meno adatti a ragionare sulle loro stesse vite, avrebbero finito per disarticolare la società che, priva di obiettivi, si sarebbe dibattuta tra i suicidi, la nevrosi ed un pessimismo crescente. Quell’oscuro funzionario, prima di morire, assunse il nome di Ténetor I e lasciò il Progetto nelle mani dei suoi più stretti collaboratori. L’argilla del cosmo Quando la superficie di questo mondo cominciò a raffreddarsi, venne un precursore che scelse il modello di processo che avrebbe dovuto autosostenersi. Nulla gli parve più interessante che immaginare una matrice con n possibilità progressive divergenti. Allora creò le condizioni per la vita. Con il tempo i tratti giallastri dell’atmosfera primitiva virarono verso l’azzurro e gli scudi di protezione cominciarono a funzionare a livelli accettabili. In seguito il visitatore osservò i comportamenti delle diverse specie. Alcune erano avanzate verso la terra ferma e timidamente vi si erano insediate, altre erano retrocesse di nuovo nei mari. Numerose forme mostruose appartenenti a diversi ambienti erano scomparse mentre altre avevano continuato a trasformarsi liberamente. Qualunque combinazione casuale era stata lasciata evolvere finché era apparsa una creatura di medie dimensioni capace di essere assolutamente discente, adatta a trasferire informazioni ed ad accumulare memoria al di là del suo ciclo vitale. Questo nuovo mostro aveva seguito uno degli schemi evolutivi adatti al pianeta azzurro: un paio di braccia, un paio di occhi, un cervello diviso in due emisferi. In esso quasi tutto era elementarmente simmetrico proprio come i pensieri, i sentimenti e le azioni che erano rimasti codificati alla radice del suo sistema chimico e nervoso. L’ampliamento del suo orizzonte temporale e la formazione di diversi livelli di sensazione nel suo spazio interno avrebbero richiesto ancora altro tempo. Nella situazione in cui si trovava, a malapena poteva differire le proprie risposte o distinguere tra percezione, sogno ed allucinazione. La sua attenzione era erratica e, ovviamente, non rifletteva sulle proprie azioni perché non poteva cogliere la natura intima degli oggetti con cui entrava in relazione. Tutti i suoi sensi erano specializzazioni del tatto primitivo per cui interpretava il mondo in base alla distanza tattile tra sé e gli oggetti; era chiaro che, fino a quando avesse continuato a considerarsi semplice riflesso del mondo esterno, non avrebbe potuto lasciar esprimere la sua intenzione più profonda capace di mutarne la mente stessa. Sui due modi del prendere e del fuggire aveva modellato i suoi primi affetti che si esprimevano quindi come attrazione o rifiuto; questa bipolarità rozza e simmetrica, abbozzata già nelle protospecie, tendeva a modificarsi molto lentamente. Per ora la sua condotta era troppo prevedibile ma sarebbe giunto il momento in cui, autotrasformandosi, avrebbe compiuto un salto verso l’indeterminazione e la casualità. Così, il visitatore era in attesa di una nuova nascita all’interno di quella specie in cui aveva riconosciuto la paura di fronte alla morte e la vertigine della furia distruttiva. Aveva osservato come quegli esseri vibrassero per l’allucinazione dell’amore, come si sentissero angosciati di fronte alla solitudine dell’Universo vuoto, come immaginassero il proprio futuro, come lottassero per decifrare le prime impronte lasciate sul sentiero nel quale erano stati scaraventati. Prima o poi questa specie fatta con l’argilla del cosmo avrebbe intrapreso il cammino che l’avrebbe portata a scoprire la propria origine, ma quel cammino sarebbe risultato imprevedibile. Lo spazio virtuale puro Quel giorno Ténetor III avrebbe provato il nuovo materiale fornito da Seguidor. Si diresse perciò verso la camera anecoica ed entrandovi posò lo sguardo sul rilucente lettino delle prove, al centro di un ambiente vuoto. Con il suo abito aderente, il casco, i guanti e gli stivali bassi, si sentì come un antico motociclista vestito di una tuta di argento. Si distese in un attimo con fare deciso ma poi preferì un’altra posizione nella quale l’attrezzatura gli si modellò come un sedile morbido, leggermente inclinato all’indietro. Adesso avrebbe osservato faccia a faccia la natura di un nuovo fenomeno senza le proiezioni dei programmi artificiali. In ogni caso il suo corpo avrebbe fornito i battiti ed i segnali che avrebbero popolato un ambiente senza interferenze. E se tutto avesse funzionato a dovere, avrebbe visto la traduzione del suo spazio mentale ottenuta grazie alla tecnologia dello spazio virtuale. Era il punto a partire dal quale il Progetto avrebbe trovato la sua via di realizzazione. Abbassò il visore e rimase al buio. Toccando un tasto del casco collegò il sistema: poco a poco cominciarono ad apparire i contorni illuminati che delimitavano la faccia interna del visore. Si trattava di uno schermo posto a circa venti centimetri dai suoi occhi. All’improvviso il suo corpo apparve sospeso all’interno di un ambiente sferico riflettente. Spostò lo sguardo in varie direzioni e riuscì a monitorarlo con precisione. L’effetto ottenuto non gli sembrò di particolare interesse, considerato che i suoi nervi ottici trasmettevano segnali all’interfaccia collegata al processore centrale. Muovendo gli occhi verso destra, le immagini correvano in senso inverso fino a occupare il centro dello spazio visivo; facendolo verso l’alto la proiezione scendeva e così via in tutte le combinazioni che provò. Indirizzò lo sguardo verso la punta del suo stivale destro, lo mise a fuoco sforzandosi appena di coglierne i particolari ed a quel punto lo zoom avvicinò l’oggetto sempre di più fino a che questo occupò tutto lo schermo. Poi, riaccomodando il cristallino, indietreggiò fino a vedersi come un piccolo punto che brillava al centro dell’ambiente riflettente. Il programma ottico aveva la capacità di ingrandimento e di definizione dei migliori microscopi elettronici ed aveva anche la capacità di avvicinamento dei telescopi più sofisticati, per quanto questa possibilità fosse al momento non utilizzabile poiché non si poteva vedere niente del mondo astronomico nella proiezione fornita dal casco. Oggi le cose avrebbero potuto migliorare se avessero funzionato i rivelatori che Seguidor aveva collocato sulla superficie interna degli indumenti sensibili. L’informazione doveva apparire sullo schermo man mano che gli impulsi nervosi attivavano i diversi punti del corpo. Toccò il secondo tasto collocato sul casco e subito una colonna alfanumerica cominciò a scorrere nella zona sinistra del visore, mentre nell’angolo destro appariva un piccolo rettangolo in cui era ripresa la sua mano appoggiata sul casco. Abbassò lentamente il braccio e la colonna ricominciò a fornire dati mentre nel riquadro l’immagine del suo braccio si spostava in basso. Deglutì ed i dati ricominciarono a scorrere. Nel riquadro apparve l’interno della sua bocca e poi l’esofago che si muoveva appena. Durante una nuova prova pensò a Jalina ed il rettangolo fece apparire il suo cuore che batteva a una velocità maggiore di quella normale; poi i polmoni si dilatarono un po’ ed apparve il sesso il cui colore tendeva ad un rossiccio chiaro. La colonna intanto, forniva informazioni su diversi fenomeni intracorporei: pressione, temperatura, acidità, alcalinità, composizione di elettroliti nel sangue e percorso degli impulsi. Mise a fuoco lo sguardo davanti a sé e lui stesso ricomparve sullo schermo, sospeso nella camera sferica. Era evidente che si guardava da un punto di osservazione esterno, un po’ deformato, come avviene quando ci si guarda in uno specchio concavo. Allora cominciò a respirare in modo lento e profondo. Poco dopo i rivelatori cominciarono a funzionare a regime. Ancora un istante e rallentò il ritmo della respirazione rendendolo simile a quello del sonno profondo e così, a poco a poco, vide che l’immagine si avvicinava fino ad apparire fuori dallo schermo, che si accostava sempre di più ai suoi occhi finché dopo averli toccati scompariva in una sorta di fusione trasparente. Tutto rimase al buio come se il sistema fosse stato disattivato. Allungò un braccio e l’ambiente oscuro sembrò lacerarsi lasciando intravedere una luce lontana. Immaginò di avvicinarsi alla luce mentre sui bordi del visore la colonna ed il riquadro segnalavano le modificazioni fisiche corrispondenti al suo processo mentale. Così si sforzò di sentire che avanzava nei cunicoli materiali dello spazio virtuale. Nella galleria in penombra la sensazione di estraneità cominciò a svanire perché aveva riconosciuto la vivida dimensione delle grotte scavate nei monti, gli odori umidi che ridestano ricordi di emozioni gradevoli, la resistenza della pietra, le rugosità e le distanze tra le cose. Negli indicatori vide un camminare lento e, in successione, le diverse parti del suo corpo a mano a mano che si attivavano. Davanti a lui apparve una figura incappucciata ma presto vide nel riquadro che quell’immagine era la traduzione di piccoli movimenti dei muscoli della lingua nella caverna della sua bocca. Socchiudendo gli occhi vide delle luci tutt’intorno ma comprese che si trattava di semplici scariche nervose amplificate che stimolavano i muscoli delle palpebre. Gli indumenti sensibili rivelavano bene anche i movimenti corporei infinitesimali corrispondenti alle immagini mentali. La situazione, comunque, era quella di un’allucinazione. La figura incappucciata gli porse un recipiente e lui prendendolo tra le mani ne bevve il contenuto che sentì passare nella gola con la stessa realtà che ha l’acqua fresca nell’arsura del deserto. Adesso era in grado di attraversare la caverna e di uscire nello spazio esterno... Il Comitato si organizza Dopo la morte di Ténetor I nel Comitato sopraggiunse una crisi profonda. Tutti i membri erano d’accordo sul fatto che il comportamento umano andava peggiorando sotto molti aspetti. Riconoscevano anche che l’esplosione della tecnologia forniva ogni giorno nuove possibilità. Due posizioni si scontravano nell’interpretazione dei fatti. Da una parte gli “scientifici” osservavano che, negli insiemi umani, comportamenti sociali ripetuti modificavano le aree di lavoro cerebrali. Questo generava un tipo particolare di sensibilità e di percezione dei fenomeni. Di conseguenza, tanto i direttori delle multinazionali quanto i formatori di opinione al loro servizio davano al processo sociale una direzione in accordo con i codici in cui loro stessi si erano formati. Analogamente i pedagoghi, nel loro sforzo di migliorare l’istruzione e l’insegnamento, cadevano in un circolo vizioso che rialimentava le loro particolari credenze. Gli “scientifici” ritenevano impossibile un mutamento di direzione restando all’interno di un processo meccanico che chiamavano il “Sistema” e rimanevano legati ad una vecchia tesi einsteiniana che sosteneva: “All’interno di un sistema, nessun fenomeno può evidenziarne il movimento”. Richiamavano in continuazione l’esempio di questo vecchio maestro, che aveva insegnato che se un viaggiatore collocato nel vagone di un treno in movimento a 120 chilometri orari fa un salto sul posto in cui è seduto non per questo cade su un altro vagone del treno. In un sistema inerziale, sia che si tratti del treno preistorico che di un veicolo spaziale, il salto all’interno del sistema non avrebbe alcun effetto. In ogni caso bisognerebbe impadronirsi della guida del treno o della nave per cambiarne la direzione. A tutto ciò gli “storici” rispondevano dicendo che coloro i quali avessero assunto la guida del veicolo lo avrebbero deviato seguendo i criteri con i quali si erano formati.E si chiedevano: “Qual’è la differenza tra le guide precedenti e quelle nuove se tutte agiscono sulla base dei paesaggi in cui si sono formate, sulla base delle loro aree cerebrali più attive? La differenza starebbe solo negli interessi specifici di coloro che vogliono guidare il veicolo”. Partendo da queste considerazioni gli “storici” puntavano su processi di più ampio respiro, ispirandosi ad altri momenti storici nei quali, per motivi di sopravvivenza, gli esseri viventi avevano modificato le loro abitudini e si erano trasformati. Ma riconoscevano anche che molte specie erano scomparse per la difficoltà ad adattarsi. Era una discussione che non si sarebbe mai conclusa. In quella situazione la gestione del Comitato fu assunta da Ténetor II, scelto per la sua equidistanza dalle posizioni in conflitto. Ténetor II stabilì come obiettivi del Progetto la ricerca delle migliori produzioni umane e su questo sia gli “scientifici” sia gli “storici” si trovarono d’accordo. Postosi all’opera, mise insieme un’immensa raccolta di quelle conoscenze scientifiche ed artistiche che avevano apportato un miglioramento del processo umano rendendo possibile il superamento del dolore e della sofferenza. Dalla sua posizione di guida del Comitato diede un forte impulso alla selezione del personale incaricato di formare le nuove leve in base alle idee del Progetto. Si trattava di un compito arduo che seguí personalmente, individuando persone capaci di uscire dalle credenze e dai modelli consolidati dal Sistema e che gestivano la propria vita in base a valori e comportamenti considerati atipici dal punto di vista dell’efficientismo in voga. Quando quel singolare drappello fu pronto, chiamò l’organizzazione “Comitato per la Difesa del Sistema Nervoso Debole”, il quale funzionava come un’istituzione impegnata a salvare e proteggere individui intellettualmente inadatti perché incapaci di adattarsi al Sistema. Inoltre divise il Comitato in sezioni specializzate, una delle quali si dedicò ad elaborare materiali educativi per i disadattati di tutto il mondo. Parallelamente mise a punto programmi di protezione ed antivirus per le ditte produttrici di software che lottavano contro i pirati dell’informatica. Ténetor II si stabilì in Mesopotamia per portare avanti uno studio sul campo, mantenendosi in contatto permanente con la sede del Comitato. Ma un bel giorno, mentre si stava spostando tra i fiumi Tigri ed Eufrate, i suoi segnali si interruppero. Poche ore dopo, con una spedizione di salvataggio, Faro e Hurón arrivavano sul posto ma trovarono solo la sua macchina, i suoi strumenti di misura ed un cristallo informativo. Da quel momento in poi non si ebbero piú notizie dell’esploratore. I caratteri viventi Ténetor III si fermò nella caverna. Era in grado di uscire nello spazio esterno. “Quale spazio esterno?”, si domandò. Sarebbe bastato togliersi il casco per ritrovarsi seduto nella camera anecoica. Alle prese con questo dubbio, ricordò la scomparsa di Ténetor II e l’informazione incoerente che il cristallo aveva fornito quando era stato attivato: una monotona olografia in cui l’esploratore appariva cantando qualcosa che somigliava ad un lungo lamento. Questo era tutto. Ma ricordò anche la voce del suo maestro; udì i versi che tanto tempo prima questi aveva fatto ondeggiare come brezza marina; ascoltò la musica d’archi ed il suono dei sintetizzatori; vide le tele fosforescenti ed i dipinti che crescevano sulle pareti di manganese flessibile; sfiorò di nuovo con la sua pelle le sculture sensibili... Da lui aveva ricevuto la dimensione di quell’arte che toccava gli spazi profondi, profondi come gli occhi neri di Jalina, profondi come quel tunnel misterioso. Respirò forte ed avanzò verso l’uscita della grotta. Era un bel pomeriggio in cui i colori sembravano esplodere. Il sole tingeva di rosso i profili delle montagne mentre i due fiumi lontani serpeggiavano tra bagliori di oro ed argento. Allora Ténetor III assistette alla scena che l’olografia aveva mostrato in modo frammentario. Lì stava il suo predecessore che cantava rivolto alla Mesopotamia: Oh, Padre, trai dal recondito le lettere sacre. Avvicina quella fonte in cui ho sempre potuto vedere i rami aperti del futuro! E mentre il canto si moltiplicava in echi lontani, in cielo apparve un punto che si avvicinava velocemente. Ténetor regolò lo zoom su quella distanza ed allora vide chiaramente delle ali ed una testa d’aquila, un corpo ed una coda di leone, un volo maestoso da nave, un metallo vivo, un mito e una poesia in movimento che rifletteva i raggi del sole calante. Il canto continuava mentre si delineava la figura alata che allungava le sue forti zampe di leone. Allora si fece silenzio ed il grifone celeste aprì l’enorme becco d’avorio per rispondere con un grido che, rotolando per le vallate, ridestò le forze del serpente sotterraneo. Alcune pietre alte si sgretolarono sollevando nella caduta nuvole di sabbia e di polvere. Ma tutto si placò quando l’animale si posò dolcemente a terra. Allora un cavaliere saltò giù davanti all’uomo che ringraziò dentro di sé per l’arrivo tanto atteso del padre. Ed il cavaliere tirò fuori da una bisaccia appesa al grifone un libro grande, antico come il mondo. Poi, seduti sul suolo pietroso dai mille colori, padre e figlio respirarono il tramonto; si guardarono a lungo ed aprirono il vecchio volume. Ad ogni pagina si affacciavano sul cosmo; in una sola lettera videro muoversi le galassie a spirale, gli ammassi globulari aperti. I caratteri danzavano sulle antiche pergamene ed in essi si leggeva il movimento del cosmo. Quindi i due uomini (ammesso che fossero uomini) si alzarono in piedi. Il più vecchio, con i suoi lunghi abiti scomposti e mossi dall’arbitrio del vento, sorrise come nessuno aveva mai potuto sorridere in questo mondo. Nel cuore di Ténetor III risuonarono le sue parole: “Una nuova specie si aprirà all’Universo. La nostra visita è terminata!”. E nient’altro. Nient’altro. Davanti agli occhi di Ténetor stavano i fiumi che serpeggiando tra bagliori di oro e argento si trasformavano a momenti nelle ramificazioni arteriose e venose che irroravano il suo corpo. Nel rettangolo del visore apparivano i suoi polmoni che rivelavano l’ansimare della respirazione e questo gli fece comprendere da dove veniva il battito delle ali del grifone. Ed in un angolo della sua memoria seppe ritrovare le immagini mitiche che aveva visto plasmarsi con tanto realismo. Decise di tornare alla grotta mentre osservava la colonna alfanumerica che scorreva su un lato dello schermo. Immediatamente il riquadro mostrò il movimento che, in maniera quasi impercettibile, le sue immagini gli inducevano nelle gambe e cosí penetrò nella caverna. “So quel che faccio,” pensò, “so quel che faccio!”. Ma queste parole dette tra sé rimbombarono all’esterno, giunsero al suo udito dal di fuori. Guardando la parete rocciosa sentì frasi che si riferivano ad essa... Stava infragendo la barriera delle espressioni verbali in cui si incrociano i vari sensi; forse per questo ricordò quei versi che il suo maestro recitava: A noir, E blanc, I rouge, U vert, O bleu: voyelles. Je dirai quelque jour vos naissances latentes 1 Poi vide una pietra le cui punte si aprivano come fiori colorati ed in quel caleidoscopio comprese che stava rompendo la barriera della visione. Ed oltrepassò tutti i sensi come fa l’arte profonda quando arriva a toccare i limiti dello spazio dell’esistenza. Sollevò il casco e si ritrovò nella camera anecoica ma non era solo. Per qualche motivo l’intera sezione gli stava attorno. Jalina lo baciò dolcemente mentre l’impazienza dei presenti si faceva sentire con forza. - Non dirò niente! - furono le scandalose parole di Ténetor. Ma poi spiegò che si sarebbe subito dedicato ad elaborare un rapporto che gli altri non avrebbero dovuto conoscere fino a quando ciascuno non avesse fatto la propria parte. Così si decise che, uno dopo l’altro, i membri della sezione avrebbero fatto il viaggio nello spazio virtuale puro. Alla fine i dati privi di influenze reciproche sarebbero stati elaborati e soltanto allora sarebbe arrivato il momento di cominciare a discutere. Perché se tutti avessero riconosciuto lo stesso paesaggio nello spazio virtuale puro, il Progetto si sarebbe realizzato. Ed in che modo lo si sarebbe fatto arrivare a tutto il mondo? Nel modo utilizzato per qualunque tecnologia. Inoltre i canali di distribuzione erano stati aperti da quella rete di persone eccezionali che erano andate oltre il guscio di esteriorità a cui il genere umano era stato ridotto. Ora egli sapeva di esistere e che tutti gli altri esistevano e che questa era la prima di una lunga serie di priorità. Nessun appoggio alle colonie planetarie! - Buongiorno, signora Walker. - Buongiorno, signor Ho. - Immagino che abbia letto il rapporto del mattino. - Sí, certo. - Suppongo anche che, rispondendo alla richiesta quotidiana di opinioni, avrà deciso di far sentire la sua voce sul tema delle colonie planetarie. - Proprio così, signor Ho. Proprio così. Nessuno su questa Terra potrà incoraggiare un progetto così costoso sino a che un solo essere umano riamarrà al di sotto - e questo mi sembra mostuoso - dei livelli di vita di cui tutti godiamo. - Come mi rallegra ascoltarla, signora Walker. Come mi rallegro! Ma mi dica, in quale momento tutto è cominciato a cambiare?... Quando ci siamo resi conto che esistevamo e che, quindi, esistevano anche gli altri? Adesso so che esisto, che sciocchezza! Non è vero, signora Walker? - Non è affatto una sciocchezza. Io esisto perché lei esiste e viceversa. Questa è la realtà, tutto il resto è una sciocchezza. Credo che i ragazzi di... come si chiamava? Qualcosa di simile a “L’Intelligenza Lenta”? - Il Comitato per la Difesa del Sistema Nervoso Debole. Nessuno li ricorda, per questo ho dedicato loro dei versi. - Sì, sì. Bene, i ragazzi si sono dati da fare per mettere le cose in chiaro. In verità non so come abbiano fatto ma lo hanno fatto. Altrimenti ci saremmo trasformati in formiche od in api od in trifinus melancolicus! Non ci saremmo accorti di niente. Almeno per un po’ di tempo; forse noi non avremmo vissuto quello che stiamo vivendo. Mi dispiace solo per Clotilde e Damián e per tanti altri che non sono riusciti a vedere il cambiamento. Erano davvero disperati e la cosa piú grave è che non sapevano perché. Ma guardiamo al futuro. - E’ così, è così. Tutta l’organizzazione sociale, se possiamo chiamarla così, sta crollando. In così poco tempo si è completamente sfaldata. E’ incredibile! Ma questa è una crisi che vale la pena di essere vissuta. Alcuni si spaventano perché credono che perderanno qualcosa, ma che cosa potranno perdere? Proprio adesso stiamo dando forma ad una società nuova. E quando avremo sistemato per bene la nostra casa, faremo un nuovo balzo in avanti. Allora sì che potremo dedicarci alle colonie planetarie, alle galassie ed all’immortalità. Non mi preoccupa il fatto che in futuro potremo commettere qualche nuova sciocchezza perché ormai saremo cresciuti e, a quel che sembra, la nostra specie riesce a cavarsela proprio nei momenti più difficili. - Hanno cominciato con i programmi dello spazio virtuale. Li hanno montati in modo tale che tutti hanno voluto mettersi a giocare e così ben presto le persone si sono rese conto di non essere delle figure piatte ritagliate. Si sono resi conto di esistere. I ragazzi sono stati il fermento di qualcosa che sicuramente doveva accadere, altrimenti non si spiegherebbe la rapidità della cosa. La gente ha preso tutto nelle proprie mani, era ora! La conclusione della storia è stata spettacolare, perché l’ottantacinque per cento della popolazione mondiale ha sognato o ha visto il leone alato ed ha anche sentito le parole del visitatore che tornava nel suo mondo. Io l’ho visto, e lei? - Io l’ho sognato. - E’ la stessa cosa... Visto che questa è la prima volta che parliamo, le sembrerà troppo se le chiedo un grande favore? - Su, avanti, signora Walker. Stiamo vivendo in un mondo nuovo ed ancora facciamo fatica a trovare modi più aperti di comunicazione. - Mi leggerebbe le sue poesie? Immagino che siano inefficienti, arbitrarie e, soprattutto, confortanti. - Proprio così, signora Walker. Sono inefficienti e confortanti. Gliele leggerò, quando lei vorrà. Le auguro una bellissima giornata. ------------------------- 1 “A nera, E bianca, I rossa, U verde, O blu: vocali, io dirò un giorno le vostre nascite latenti”. Arthur Rimbaud, Vocali, in Opere in versi e in prosa; trad. it. di Dario Bellezza. Garzanti, Milano 1989.
|