Poi, d'improvviso, lo sguardo divenne prigioniero. Un portone, un cancello, un vallo interrompeva il dipanarsi teneramente monotono dell'alba terrestre. Un capolavoro di trina battuta, suasivamente inutile. Oltre l'assurdo confine, ancora un verde prato. Ma perché cintarne una parte, quando se ne aveva così tanto a disposizione?
Scorse allora una targa sul muricciolo: "Il Giardino della Conoscenza". Cosa doveva conoscere, che non sapesse già? L'erba era erba, il sole era il sole, i fiori erano fiori. Ciascun elemento trovava spiegazione nella sua semplice esistenza. Rifuggiva ogni ardita tautologia.
Il portone si socchiuse, insinuando un muto invito. La bambina mosse un passo incerto. Fu percorsa da uno strano brivido di possesso, da una febbre d'esclusione.
Poi il gioco di due rondoni la distrasse. Agili come dardi al sole, le rapirono gli occhi abbacinati. Sorrise, come ritemprata di nuova freschezza, compiuta nella sua piena soddisfazione. Fu luminosa, come un fanciullo antico. Divenne pietra e acqua, ramo e pulviscolo, atmosfera e vento. Poi chiuse le palpebre.
Davanti a lei, nient'altro che un rigo d'orizzonte nel carminio dei colli muschiosi. Si sentì più libera e trionfante. Procedette sicura e senza fretta. Il Giardino della Conoscenza era sparito.