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Gina e la bicicletta E-mail

Non doveva essere poi molto diversa, la Niguarda di sessant'anni fa. Perché quelle zone non sono mai cambiate davvero. Via Hermada, via Graziano, via Passerini; il centro è lontano, ancora si odono, lieti e inconsapevoli, gli starnazzi dell'aia, e quei muri cotti dal sole - un sole crudele e di guerra, nudo e spietato - ruvidi, pregni, scabri, sono ancora lì, testimoni scrostati e dolenti di un'Italia schietta e contadina, diuturna, tenace. Una città aperta dove di aperto c'era solo il viso fresco, aulente, rigoglioso di pastosità mantovana, di Gina.


Nome di battaglia Lia, come ricorda oggi una pièce teatrale di Renato Sarti allestita in suo onore. Partigiana, comunista, incinta di otto mesi, venne falciata da mitra tedeschi in fuga, mentre stava portando medicinali e provviste ai compagni. Chissà cosa vide, Lia-Gina, nel momento in cui la vita le scivolava via, sbilanciata e incerta come le ruote della bicicletta che s'avvitava sbilenca, due o tre mesti girotondi, poi il buio, per lei e la creatura che portava in grembo.

Gina-Lia morì il 24 aprile, appena un giorno prima della Liberazione. Non vide, dunque. O forse, mentre veniva avvolta in quell'attimo incandescente che avrebbe dovuto inchiodarla sempre lì, rigida, alla bicicletta nera e alle scarpe ortopediche, le scorse davanti tutto. Troppo. Un bagliore, un respiro potente di campi arati, cirri luminosi, chiome marezzate, capelli fluenti, biondi, liberi, seni rigogliosi, segreti di donne umiliate, riscatto dei deboli e degli sfruttati. Quasi anticipando un sogno psichedelico, essa vide e capì, mentre diventava luce pura, le donne di domani, i cittadini e le cittadine orgogliose di camminare finalmente abbracciati, e il suo passo invisibile a fianco dei cortei femministi, delle immigrate e degli immigrati, dei vecchi e nuovi emarginati che, anche grazie a lei, avrebbero avuto la forza di attuare la ribellione. Vide. Capì. Ci insegnò che occorre andare oltre. Che siamo tutti essenziali, e nessuno indispensabile. Che vale la pena credere, anche trascendendosi. Senza che occhi umani possano giungere ad alzare il velo. Segreto velo.


Per questo è immortalata così, con la sua bicicletta nera, nel vortice di un'opera immanente ed eterna. E noi una come Gina, Gina-Lia, non la dimenticheremo mai.


Daniela Tuscano

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