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Di mattina molto presto, mi ero messo a girare tra gli uffici delle ditte importatrici che avevano le loro sedi nel mercato. Barek-el-Muftala era scomparso e nessuno sapeva darmi informazioni su di lui...
Di mattina molto presto, mi ero messo a girare tra gli uffici delle ditte importatrici che avevano le loro sedi nel mercato. Barek-el-Muftala era scomparso e nessuno sapeva darmi informazioni su di lui. Ma un vecchio venditore di frutta mi aveva detto di aver visto Barek lasciare la zona gialla della città tre giorni prima e di aver sentito notizie confuse su di lui. Nel biglietto che mi aveva messo tra le mani aveva indicato un punto di Malinkadassi. Così mi sono incamminato verso la piazza principale evitando venditori di yogurt, vasai e commercianti; poi mi sono riposato in un bar bevendo cha e ho rifiutato narghilé e caffè; quindi mi sono diretto verso la stazione degli autobus dove ho trovato un taxi. Dopo un lungo percorso, la macchina mi ha lasciato davanti a una costruzione a un piano, dove una targa di bronzo diceva: “Casa di transito”. All’ingresso ho avuto l’informazione che cercavo. “E’ dentro,” mi hanno detto. Facendomi strada tra una folla dolente, sono riuscito ad arrivare in una stanza enorme. Un grande cerchio umano stava intorno alla bara aperta che, con il coperchio appoggiato a un bastone di legno, somigliava quasi a un pianoforte a coda. Accanto al feretro un uomo grasso recitava preghiere ad alta voce; di tanto in tanto, gli altri rispondevano alle giaculatorie. Il tizio, ricorrentemente, poneva la mano destra nella bara come se cercasse di sistemare la veste o forse il sudario del defunto. Visto questo mi sono avvicinato, fermandomi quasi al centro della scena. Allora ho capito che l’officiante cercava di calmare il presunto morto che lottava per sollevare il capo. Barek-el-Muftala era davanti ai miei occhi con il capo fasciato e si lamentava debolmente. A quel che sembrava aveva subito un grave incidente e agonizzava. Gli eventi sono precipitati. E’ arrivato un ragazzo con un recipiente e lo ha consegnato all’uomo grasso che, senza scomporsi, lo ha stappato. Aperta la bocca di Barek, ve ne ha rovesciato il contenuto. Poi con una mano ha premuto la mandibola e con l’altra ha stretto le narici dell’agonizzante. Non è stato un movimento brusco, ma dolce e soave. Guardando un gruppo di parenti, l’officiante scuoteva il capo di Barek a destra e a sinistra tenendolo per il naso. Dopo un po’ è salito su una sedia che gli avevano portato e, in equilibrio instabile, si è chinato profondamente verso l’interno della bara. E’ rimasto così, per compiere le sue verifiche, finché ha deciso di scendere. Poi si è allontanato da quel luogo con la soddisfazione di chi ha fatto bene il suo lavoro; con il portamento e con la gravità che si addicono a tali eventi. E’ stato il segnale che ha rotto la diga delle emozioni causate dalla morte di un carissimo amico. Mentre il pianto diventava generale ho assunto un atteggiamento solenne, ma senza smettere di osservare i verdi occhi inumiditi della figlia di Barek. Lei, in quanto sua unica discendente, aveva autorizzato l’eutanasia del padre e tra i diversi programmi di estinzione aveva saputo scegliere quello più squisito.
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