Youssef aveva trascorso la notte in un’ansia febbrile, per abbandonarsi solo al tocco fra le lenzuola un po’ ruvide. E pensare che i suoi amici italiani, per la maggior parte, si erano mostrati insofferenti; soprattutto Giacomo, il quale, agitando le grosse mani, ripeteva in continuazione: “È una rottura bella e buona.
Qualcosa devo portarle, sennò si offende; però i miei regali non le piacciono mai. E poi dài, mi sento una femmina anch’io, a entrare nel negozio per scegliere quei ridicoli oggettini”. I colleghi risero di gusto, alzando a mo’ di calici i bicchierini di plastica del caffè espresso. Giacomo crollò il capo, tornando ai comandi della gru. Ma Youssef si limitava a sorridere piano, calando sugli occhi nerissimi le tende enigmatiche delle lunghe ciglia. Era il suo modo per celare una fugace, pudica vergogna. Perché, a lui, le ricorrenze di fidanzamento piacevano. La gente gli sembrava più gentile. E anche la fioraia sotto casa, quando il suo arrivo era stato annunciato dal trillo di mille campanellini disordinati, l’aveva accolto con un sorriso tra il complice e il materno: “Li hai trovati, i biglietti, Youssef?…”. Perché quella era la novità, due cartoncini plastificati ch’egli sentiva palpitare tra le mani, quasi fossero vivi. Quei cartoncini significavano condurre Stefania molto lontano da lì, in una casa dai mattoni rossi che la stava aspettando con quieta curiosità e un po’ d’apprensione. Ascoltare lo scalpiccìo di passi all’unisono sulla ghiaia candida d’una strada familiare. Che conosceva i suoi segreti, che aveva visto, talvolta sopportato, i suoi fantasiosi e riflessivi giochi – ogni tanto Youssef si fermava a meditare, attorniato da voci senza tempo – e che ora l’avrebbe visto tornare, sempre leggero, adulto, essenziale, con una bionda creatura al fianco. L’immaginava proiettare sulla ghiaia i contorni luminosi e sfumati, e avrebbe detto, di fronte al lampo screziato degli occhi caldi: “Niente paura, son qua io”. Youssef scrisse semplicemente: “A Fès, 2007. Ti amo”. Poi fece sparire la busta tra i fiori che l’attendevano pazienti e festosi. Uscì dal negozio col suo fantasmagorico mazzo ridente di youyou, carezze e suoni.
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