Di Cristiano mi piacciono le spalle, diritte e sane, d’una forza gentile, e il petto, ampio, sereno e al tempo stesso calmo, confidente. Posarvi sopra la testa mi procura due diverse sensazioni: batticuore e protezione. E fa pensare alla bellezza del corpo umano.
Un amico lo ha associato al mare, ma io non lo vedo così. Sì, certo, lui appartiene anche al mare, però a me piace immaginarlo in un’altra dimensione, più terrestre. Perché Cristiano è l’uomo delle certezze e della natura, non è una persona che fugge, ha una sua solidità non granitica, delicata, malleabile come l’argilla o la creta, venata di rosso e di sole autunnale, come i pampini sulle colline. Com’è assorto nella cattedrale quando prega, così intenso, fiducioso, umile, con l’inquietudine ingenua dei bambini. Un’anima nuda. Per questo ispira un sorriso lento e tenero, fragile, umido. A me piace seguire i suoi passi, mi piace il suo modo di meravigliarsi, di concentrarsi sui piccoli miracoli dell’esistenza. Il male non alberga in lui e i limiti gli scivolano via, così, sulla pelle, non lo trafiggono all’interno. E lui giunge ogni anno puntuale come le stagioni, fedele alla natura, solare d’estate, raccolto e meditativo d’inverno, come ai primordi del mondo, quando l’umanità era innocente. “La vita è un dono” diceva san Francesco, a me sembra proprio la voglia donare, lasciare su una di quelle pietre bianche e rosa delle chiese venete, così aeree e dorate nella loro imponenza di porcellana. E io sono contenta di quei momenti regalati di intatta felicità.
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