A C.
…E non voler lasciare un senso di pace così dolorosamente guadagnato,
lo sguardo trasognato, l’aurora lenta e maestosa,
la voglia santa e maledetta di abbandonarsi,
di sentirsi deboli e cullati,
la fecondità solare di un mattino rinnovato e bianco,
il nitore di una fede viva, vera e pura,
cattedrali che sorgono tenui e gravi come donne incinte
e rosoni e cuori trafitti d’oro nelle navate
e amore casto e bizantino,
la rinnovata freschezza di un corpo bello e redento,
trasfigurato e lussureggiante.
Nostalgie di vite psichedeliche e albe grigie di pavimenti metropolitani,
uomo del futuro e gioco estatico della prima età.
I colori squillanti e aromatici di un’improbabile cittadina africana,
i suoi ritmi da bistrot e il fumo di una nuvola d’incertezza sessuale,
le tende verdi da cucina, le piastrelle che trasudano ore quotidiane,
di amori e di frittura,
e padelle quaderni libri pantofole sorrisi femminili e padri esploratori con sguardi dolenti, tentativo di fughe esotiche, sogno di un Eden accarezzato e orfano,
un continente da creare,
un porto sepolto da abbracciare,
una luna che custodisca, complice e indulgente,
tutte le nostre solitudini.
Non voglio perder/ti…
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