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ALCUNE FILASTROCCHE DELLA POETESSA CHE HO SPOSATO E-mail

FILASTROCCHE DI ANNUSCA VENIER

 

LE FILASTROCCHE

Sono talvolta le filastrocche
senza senso e anche un po’ sciocche.
Da mangiare non sono buone
né a merenda né a colazione
e, se posso esprimere il mio parere,
non sono buone neanche da bere …
a me sembrano un po’ come
delle bolle di sapone,
come quelle hanno un che di inconsistente,
dunque non servono proprio a niente …
ma tu, sfoglia il libro e, per magia,
ti terranno compagnia.


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LA VECCHIETTA DELLE FIABE

C’era una volta una vecchia donna
che possedeva una sola gonna,
sì aveva una sola consunta sottana
e solamente uno scialle di lana.
Insomma per il tempo bello e per quello brutto
aveva una gonna e uno scialle in tutto,
ma devo aggiungere che questa vecchietta
abitava in una bianca, linda casetta.
La madreselva sul muro si arrampicava
e con il glicine amoreggiava.
Nel cielo limpido, azzurro chiaro
come uno zaffiro prezioso e raro
dopo la pioggia che talvolta cadeva,
coi sette colori l’arcobaleno splendeva.
Attorno alla casa c’era un giardino
grande appena come un fazzolettino,
però pareva un tappeto di fiori:
gialli, viola, rossi, rosa … di tutti i colori.
Ci abitavano passeri, merli e fringuelli,
civette, gufi, tordi e stornelli
… ah! dimenticavo: in aggiunta alle altre cose
c’era anche un cespuglio di rose.
E poi c’era un orticello
con carote, zucchine e qualche pisello,
con fagiolini, sedano e peperoni,
con zucche, cavoli e due o tre meloni.
C’era pure un albero di dolci susine
ed un’aiuola di fragoline.
Per tutta la casa si sentiva profumo di pane.
Dal fosso la notte cantavan le rane
e nei cespugli volavano le lucciole tanto piccine:
sembrano stelle, ma son più vicine.
Su un cuscino morbido un bel gatto rosso
dormiva e ronfava a più non posso.
La vecchietta non possedeva gioielli
neanche a parlarne,
del resto non avrebbe saputo che farne,
ma aveva il sole d’oro e la luna d’argento
e tutte le stelle del firmamento
e poi sul davanzale c’era una piantina di menta
e la vecchietta era sempre contenta.
Lei non sapeva cosa fosse la noia,
ma ciò che di più le dava gioia
era che aveva tante fiabe da raccontare,
tante quanti sono i pesci nel mare
e se qualcuno andava a trovarla
stava per ore ad ascoltarla.
Così, anche se aveva una sola sottana
ed un solo scialletto di lana,
non era povera, ne ho la certezza
ed anzi affermo con sicurezza
che era una fata, di quelle buone
(non sei anche tu della stessa opinione?)
perché a tutti donava la sua fantasia
che è la cosa più magica che al mondo ci sia.


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FILASTROCCA UN POCO BISLACCA

Filastrocca un poco bislacca
di un bambino che fa la cacca
in un piatto, non nel vasino …
e la pipì ? nella bottiglia del vino
e chi ne assaggia esclama “Ullallà”,
questa sì che è una vera bontà!”


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C’ERA UNA VOLTA

C’era una volta una bambina
e c’era anche una nonnina
che le raccontava a non finire
bellissime fiabe per farla dormire.
Forte alla bimba batteva il cuore
se parlava la nonna di filtri d’amore,
di re, di gnomi e di fate
o di principesse intrappolate
nell’incantesimo di una strega cattiva…
e poi,la fiaba come proseguiva ?
Che un principe, giovane e bello
a cavallo partiva dal suo castello,
attraversava la Foresta Incantata
con l’aiuto di una buona fata,
pericoli affrontava e tormenti pativa
tutto per colpa della strega cattiva,
infine la fanciulla liberava
e il suo amore le dichiarava.
Ma le loro pene non finivano ancora:
lei, che era bionda come l’aurora,
diventava nera come la pece
o una verde ranocchia compariva in sua vece
oppure a una limpida fonte, bevendo ignara
fidandosi di quell’acqua così chiara,
cadeva vittima di una magia,
si trasformava in rondine e volava via.
Ancora la bimba non voleva dormire:
e poi la fiaba come andava a finire?
Per il principe (poverino,
contro di lui si accaniva il destino!)
ricominciavano i tormenti,
le difficili prove e i patimenti …
e quando infine la rondinella
ridiventava una fanciulla giovane e bella
lui, bevendo del sidro di mele
(stregato, è ovvio!) diventava crudele,
più non sentiva né gioia né dolore,
perché di gelido ghiaccio si era fatto il suo cuore
e non ricordava, ahimè, la promessa
di amare per sempre la principessa.
Ora a lei spettava il “privilegio”
di liberarlo dal sortilegio.
Fiumi di lacrime doveva versare
e durissime prove le toccava affrontare:
scalare il Monte di Cristallo
calzando fragili scarpette da ballo,
le stelle che brillano in cielo contare
e tutti i pesci che ci sono nel mare.
Senza pronunciare mai una sola parola
doveva girare per il mondo da sola
e a fare la guardiana di oche era costretta
coperta di stracci, poveretta,
e poteva fare ritorno
solo dopo un anno, un mese e un giorno.
Allora con la forza del suo amore
liberava il principe sciogliendogli il cuore.
Ecco la fiaba come finiva …
felice la bimba adesso dormiva.
Non c’è più quella nonnina
e la bambina non è più una bambina
ma spesso ripensa a quelle storie incantate
ne ha scelte due o tre e ve le ha raccontate.


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FILASTROCCA PIENA DI OCCHI

Filastrocca piena di OCCHI.
Nei fossati quanti ranOCCHI
e quanti pastrOCCHI in quel quaderno!
Cade a fiOCCHI la neve d’inverno.
Nella valle c’è una chiesetta
piccolina, bianca, bassetta.
Al suo fianco, alto e sottile,
protettivo il campanile
non riesce a vedere l’OCCHIo?
Ma nel campanile non c’è la campana con il batOCCHIo?
Con tuoni e schiOCCHI scoppia improvviso il temporale
altro che petardi di carnevale!
Ma poi tra le nuvole, birichino,
il sole ti strizza l’OCCHIolino.
Che voglia quel piatto di gnOCCHI al sugo!
E, poverino! Che pena, il piccolo Ugo:
si è sbucciato tutte e due le ginOCCHIa,
però poi si consola perché sgranOCCHIa
un bel po’ di torroncini,
di croccanti e di biscottini
e la polenta vuole assaggiare.
Tonda, gialla, il sole pare.
“Sì, ma non ha gli OCCHI!” Non li vedi?
Guarda meglio se non ci credi.
E’ fatta con la farina e, come tutti sanno,
sono le pannOCCHIe che ce la danno.
Ed ecco una zucca panciuta e rotonda
“Ma non c’è neanche un OCCHIo che vi si nasconda!”
Come no! Una Fata in un batter d’OCCHIo
La trasforma in un bel cOCCHIo
Per Cenerentola, che con scarpe di cristallo
va tutta contenta alla festa da ballo
ed il Principe appena l’adOCCHIa ne è innamorato
e con OCCHIo di triglia se ne sta imbambolato.
Assai mordaci o, meglio, pungenti
sebbene non abbiano né becco né denti
all’apparenza innocui e tranquilli
c’è una manciata di piccoli spilli.
Stanno su un cuscinetto di morbida seta,
senza di loro la filastrocca non sarebbe completa.
“Ma non hanno mani, non hanno piedi
e neanche OCCHI!” E’ questo che credi ?
e la loro capOCCHIa dove la metti?
perciò, come vedi, qui sono perfetti.
E infine PinOCCHIo e Lucignolo, due autentici allOCCHI,
vanno insieme nel Paese dei BalOCCHI,
perché non gli piace studiare:
è molto più bello oziare e giocare!
Ma la loro avventura non è a lieto fine:
si ritrovano con coda e orecchie asinine.
Se qualcuno mi ascolta gli dirò a quattrOCCHI
che quei due tontoloni, quei due poveri sciOCCHI
si credevano furbi, ma non lo erano nemmeno un po’
ed un’ultima cosa aggiungerò:
i bambini così non sono rari
e tutti si trasformano in somari!
“Ma qui, nel finale l’OCCHIo dov’è?”
In effetti qui manca, hai ragione, non c’è.


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CI SARA’UN INVENTORE ?

Un pettine d’osso alquanto attempato
è rimasto del tutto sdentato
e i pettini senza denti
non vivono contenti .
Ci sarà mai un inventore
che questo problema prendendosi a cuore
trovi il metodo, la maniera
di fare al pettine una dentiera ?


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L’AQUILA E L’AQUILONE

C’era un’aquila solitaria
che se ne stava sempre per aria
a guardare il mondo dall’alto in basso,
sempre sola, (sai che spasso?).
Un giorno mentre volava pigramente
da tutto il resto distaccata e sprezzante
vide, rosso, verde e arancione,
librarsi leggero un aquilone.
Era la prima volta che lo vedeva
e chi fosse non sapeva
perciò chiese “ehi, tu, verde e arancione,
chi sei?” “Un aquilone”.
”Dunque saresti un mio parente?
Con quei colori non mi piaci per niente.”
Commentò con fiero cipiglio.
“No, di un’aquila non sono figlio.
Un bambino è il suo papà
mi hanno fatto, eccoli là -
rispose l’altro, di colori variegato,
indicando in fondo al prato –
e non sono di penne e di piume,
ma di carta e cannucce di fiume
eppure mi considerano un tesoro,
perché insieme a me, un po’ pure loro
volano con la fantasia,
i loro sogni e la loro allegria.
Ed io, legato al filo che tengono in mano,
volo in alto, ma non vado lontano.”
“Questo non è affatto volare –
lo contraddisse l’aquila – vogliamo scherzare ?
Io volo, sola, senza catene
e nessuno mi trattiene,
senza legami qua e là
a mio piacere in libertà.
Ma tu, come un pagliaccio colorato,
ad un filo sei legato
e, anche se danzi nell’aria leggero,
di quei due sei prigioniero.
Spezza dunque le tue catene
rompi il filo che ti trattiene.
Senza indugi fai come me:
il tuo destino decidi da te !”
Sorridendo, verde e arancione,
gentile rispose l’aquilone”
“Non posso imitarti, amica mia,
e come te volarmene via.
Lo ammetto, sarò sincero,
quello che dici è proprio vero:
io non posso andarmene qua e là
senza meta in libertà,
perché a quel bimbo si spezzerebbe il cuore:
sì, sono prigioniero, prigioniero d’amore !”


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ARCOBALENO

Più prezioso di un cristallo di neve,
della rugiada più dolce e più lieve
e più ancora dei fiori di melo,
sboccia ad un tratto e splende nel cielo.
Timido e a un tempo sfacciato,
prepotente e delicato.
E’ della stessa sostanza
di una canzone, di un passo di danza,
di un gioco, di una poesia:
è un incantesimo, una magia.
Ha la grazia fragile di un’ala di fata,
è l’eco tremula della sua risata
e la fata, gentile,
intinge il pennello in quei colori
per dipingere farfalle e fiori.
Le stelle non le puoi rubare
e, pur se ne hai voglia, nemmeno toccare
e neanche nei sogni più arditi e più belli
le comete le puoi afferrare per i capelli
e nonostante ti sforzi, non puoi nemmeno
trattenere tra le tue mani un arcobaleno.
Come un bel fiore che presto appassisce
languido, l’arcobaleno impallidisce
ecco, si è spento
e più nulla rimane di quel magico
incanto.


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FILASTROCCA

Filastrocca per l‘agnellino,
tenero, bianco e ricciolino
e filastrocca per il lupo
che se ne sta nel bosco cupo.
Per il latte e per il caffè,
filastrocca per te e per me,
per il lavoro e per il riposo.
Filastrocca per il giglio odoroso,
filastrocca per l’ortica
che, se non la tocchi, non ti punge mica,
per il cardo e per la rosa,
per la neve silenziosa
che piume d’angelo ci offre in dono,
(perché i suoi fiocchi è questo che sono !)
Filastrocca per il fuoco
che basta un sospiro e danza poco,
per la proboscide dell’elefante
e per la farfalla così elegante
da cima a piedi di velluto vestita,
per il papavero e la margherita.
Per l’inverno e la primavera.
Per la notte nel suo manto di seta nera
e per l’alba vestita di azzurro chiaro.
Per il miele dolce e per il fiele amaro.
Filastrocca per l’usignolo
che tutti incanta con i suoi assolo
e filastrocca per la cornacchia
che non gorgheggia, infatti lei gracchia,
ma il suo verso non mi pare brutto:
io la penso così, e questo è tutto!


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IL CANNOLO

In questa storia non troverai
(almeno credo … non si sa mai)
una principessa con i riccioli d’oro
un eroe in giro nel mondo a cercare un tesoro,
pirati, briganti e brigantini,
monete d’oro, smeraldi e rubini.
Protagonista della filastrocca
(ad alcuni la cosa può sembrare sciocca)
è nientemeno che un cannolo alla crema.
Nel dirlo la voce mi trema
e mi viene l’acqualina in bocca.
Ma … come prosegue la filastrocca ?
Anzi, meglio, ma com’è che inizia ?
C’era una volta una vera delizia,
un’autentica prelibatezza
insuperabile nella sua squisitezza:
in un involucro di pasta sfogliata,
leggera, morbida e delicata,
una crema dolce con tanti canditi
di cedro e ciliegia, i miei preferiti,
insomma un dolce e squisito cannolo
che era restato nel vassoio da solo ,
perché nessun’altra pasta
insieme a lui era rimasta.
Le amiche di mamma, per il tè invitate,
tutte le altre avevan mangiate,
(erano paste secche e sfogliatine)
e a nome di tutte disse una alla fine,
presa forse da rimorso … in ritardo:
”Non vorrei trasformarmi in una palla di lardo
- e aggiunse con la bocca piena -
meglio evitare quel cannolo alla crema:
è troppo ricco di calorie.
lasciamelo perdere, amiche mie.
E’ un sacrificio, ma ne vale la pena,
solo a guardarla fa ingrassare la crema!”
E così, se pure stracolmo di infinita dolcezza,
il cannolo era sommerso dall’amarezza.
Ma per fortuna in casa c’erano tre
che non avevano partecipato a quel tè
e non si sarebbero sentiti in colpa
a mettere su un po’ di polpa.
Mariella, la bambina,
era bionda e ricciolina
”Riccioli d’oro” a volte la chiamava il fratello
per ridere, perché era un monello
e si divertiva a stuzzicarla,
ma era anche pronto ad aiutarla
se lei si trovava in difficoltà.
Lui era un poco più grande di età,
aveva compiuto da poco otto anni
e combinava in serie i malanni
e talvolta faceva un quarantotto
mettendo a soqquadro soggiorno e salotto
… ma spesso si trattava di marachelle.
Era goloso di caramelle,
di lecca-lecca e di granatine
di coca-cola e di patatine.
Di conseguenza era un po’ cicciottello
e si chiamava … Luca … no, no: Marcello.
A completare il simpatico trio
c’era un cane pieno di brio,
anzi aveva l’argento addosso:
saltava e correva a più non posso.
Dunque il cagnolone
bianco, vispo e giocherellone
su un occhio aveva una macchia nera.
Vuoi sapere il suo nome qual era ?
Neve, ma per quella macchia nera era chiamato
”Pirata” e quel soprannome era appropriato
anche perchè era sì carino,
ma pure tanto malandrino.
In contemplazione davanti al cannolo
(che peccato che fosse uno solo!)
i tre compari se ne stavano
e i loro pensieri manifestavano.
Un po’ svenevole la bambina
(perciò la chiamavano a volte “Principessina”:
“Quei canditi rossi e verdini
sembrano proprio smeraldi e rubini ”
Più concreto suo fratello
(ti ricordi ? si chiamava Marcello):
“Quella crema deve essere una bontà !”
“Pirata” non diceva niente in verità,
ma da come scodinzolava
si capiva ciò che pensava.
Ad un certo punto il bambino,
che in aritmetica era bravino,
disse ai compagni rivolto
(e quelli gli davano ascolto):
”Sentite, un cannolo diviso per tre
è troppo poco secondo me.
Lasciamolo al babbo che pure ieri
è tornato a casa con tanti pensieri -
e poi aggiunse – inoltre mi pare
che anche noi troppo lo facciamo inquietare”.
Rispose la sorellina,
che in fondo era una brava bambina:
“Spesso combino tanti pasticci
e proprio ieri ho fatto i capricci.
Alla mia parte rinuncio volentieri,
mi comporterò meglio di ieri.”
Forse “Pirata” di scrupoli ne aveva di meno,
ma anche lui rinunciò al cannolo ripieno.
Quella sera, addolcito dalla bontà suprema
di quel cannolo farcito di crema
e dal gesto dei suoi bambini
che erano stati così carini,
tutto contento sorrise il papà
e disse: “Che bontà!
Per ringraziarvi vi dirò una filastrocca
e spero che non vi sembri sciocca,
perché il protagonista è nientemeno
che un cannolo di crema ripieno”


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IL CUCCHIAINO D’ARGENTO

C’era una volta, in fondo a un cassetto,
un cucchiaino solo soletto,
da lungo tempo dimenticato,
più da nessuno veniva usato.
La sua era stata una famiglia assai numerosa
(regalo di nozze per una giovane sposa),
ma uno alla volta ogni forchetta, coltello e cucchiaio
si era cacciato in qualche guaio
e di tanti che aveva di fratelli e cugini
(intendo cucchiai e cucchiaini)
nessuno più gli era restato:
di un intero servizio, lui, scompagnato.
Così se ne stava senza far niente
e il tempo passava, inutilmente.
Senza l’ombra di un sorriso
era sempre scuro in viso,
di colore verde-bruno
- più non lo avrebbe riconosciuto nessuno -
invece nei giorni felici (ne aveva avuti,
ma erano lontani, per sempre perduti)
era allegro e sorridente,
terso, lustro, rilucente.
Nei giorni amari nulla è più doloroso
che ripensare a un passato gioioso
e lui ricordava con la morte nel cuore,
ed era sommerso da un immenso dolore,
che durante la prima colazione
era piacevole la sua missione:
mentre il fratello maggiore si occupava de tè,
lui doveva mescolare un poco il caffè
ed era capitato, anche se raramente,
che per il miele lo usassero, sbadatamente.
E quel tuffo nel miele, che a volte faceva,
davvero assai assai gli piaceva,
perché era travolto dalla sua carezza:
era come annegare in un mare di dolcezza.
E ancora lui ricordava
- e quanto il ricordo lo rattristava! -
quando, tutti stretti, vicini vicini,
dormiva abbracciato ai suoi fratellini.
Il tempo scorreva inconcludente …
Talvolta si affacciava alla mente
il ricordo del giorno più eccitante
quando per sbaglio lo avevano usato per una salsa piccante.
Era una salsa fin troppo pepata
che doveva accompagnare mi pare un’orata
che era stata cotta nel vino bianco
e fatalità lui si trovò proprio al fianco
della posata del pesce, così raffinata,
eleglei era affascinante
o perchè la salsa era proprio piccante
lui arrossì, provò un brivido, gli scoppiò quasi il cuore,
all’improvviso si sentì infiammare d’amore.
Ma la loro storia non fu a lieto fine
(non era di fate, di re e di regine !).
Il cucchiaino mai più fu usato coi piatti salati
e non si rividero i due innamorati
però lui continuò a ricordarla con nostalgia:
gli pareva la cosa più preziosa che al mondo ci sia.
Giorno per giorno il tempo passava,
la sua situazione però non cambiava
ma alla fine con lui benigno fu il Fato:
in fondo al cassetto fu ritrovato!
Lo lustrarono amorevolmente
così di nuovo fu terso e lucente
e siccome era diverso da ogni altra posata,
era d’argento e di forma elaborata,
gli affidarono una importante mansione:
distribuire lo zucchero a bicchieri, tazze e tazzone.
Lo metteva nel latte, del tè, nel cappuccino
(tornò a sorridere il cucchiaino),
nelle spremute d’arancia, di pompelmo e limone
ed era una bella soddisfazione.
Insomma lo misero a presiedere la zuccheriera
così lo usarono mattina e sera.
Era fiero del suo ruolo così importante,
la vita era ancora per lui emozionante
e poi lo zucchero coi suoi granellini
gli faceva sentire lungo la schiena dei brividini
come un dolce solletico, non fastidioso.
Il cucchiaino di nuovo era splendente e radioso
e gli altri, coltelli, cucchiai – anche se alla lontana comunque parenti-
si dimostrarono davvero contenti
perché questo nuovo membro della famiglia
svolgeva il suo compito a meraviglia
e non c’era nessuno che non lo ammirasse
per il suo stile e per la sua classe.


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L’UOMO CHE AMAVA LE STELLE

C’era una volta un uomo così sognatore
che aveva trascorso gli anni, i mesi, le ore
insomma ogni istante, ogni secondo
non a vivere le cose del mondo,
ma solamente a contare le stelle
lontanissime, splendenti e belle
e poi le annotava su un quaderno voluminoso
senza concedersi mai un po’ di riposo.
Ce n’erano a cinque punte, a sei, a sette
(erano tutte comunque perfette)
e ce n’era qualcuna così piccolina
da non avere neanche una sola puntina.
Luccicavano tremule nel firmamento
e solo guardandole lui era contento:
nessun’altra cosa gli stava a cuore
nè gli procurava gioia o dolore.
Per poterle osservare con più precisione
si era fatto costruire un alto torrione
(e così in alto arrivava
che le nuvole oltrepassava).
Quella scala di corsa saliva
Giorno per giorno la vita fuggiva
e lui sempre lì, a contemplare le stelle
che sfavillavano irraggiungibili e belle:
gli sembravano quasi dei fiori
d’argento e d’oro, non di altri colori,
sbocciati in un prato blu come il mare
ma non li poteva cogliere e nemmeno annusare.
Al principio arrivava in men che non si dica
in cima e gli pareva lieve la sua fatica,
ma ora era fragile e tutto bianco
e ad ogni gradino sempre più stanco,
però seguitava ancora a contare le stelle
luminose, gelide e belle.
Le guardava brillare nel cielo nero
e del loro incantesimo era prigioniero,
ma un giorno alla fine si arrese,
dall’evidenza sconfitto e comprese
che il tempo non gli sarebbe bastato
a completare ciò che aveva iniziato:
non sarebbe riuscito a contare tutte le stelle,
che scintillavano insensibili e belle,
anche se, tra le più grandi e le più piccoline,
gliene mancavano solo poche dozzine,
perché i suoi occhi si erano spenti
e più non distingueva le stelle lucenti.
Ora poteva solo immaginarle
e col rimpianto nel cuore sognarle.
Sentì che se ne andava ormai la sua vita
e prima che fosse del tutto finita
con un filo di voce, accorata e sincera,
rivolse al Cielo una preghiera.
E adesso è il custode di quell’azzurro giardino
e finalmente è così vicino
a quei fiori d’oro che non serve annaffiare
che, non solo li vede, ma li può toccare.


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LA MATITA

C’era una volta una matita
che in fondo a un cassetto era finita,
ormai molto corta, per giunta,
era rimasta senza la punta.
Ma sebbene l’avessero mandata in pensione
non si era lasciata vincere dalla disperazione
e non si era fatta venire l’esaurimento nervoso
per colpa di quel forzato riposo.
Anzi era contenta di potersi riposare.
Nel domani continuava a sperare
senza smettere mai.
Lì nel cassetto c’era un continuo via vai:
ci capitavano tipi modesti oppure importanti,
comunque tutti assai interessanti.
Un vasetto con un fondo di colla,
una presa per il bucato senza la molla,
una scatoletta con tre puntine
molto argute e chiacchierine.
Una stilografica, piena di acciacchi e dolori
che sputacchiava, ma lo faceva anche nei tempi migliori,
un fermacarte leggermente scheggiato,
la penna verde di un pappagallo impagliato,
un bottone di vetro di color ciclamino,
sussiegoso (si credeva un rubino).
Poi c’erano un Asso di coppe e un sei di bastoni
e due spartiti di vecchie canzoni
e per un certo periodo c’era stato perfino,
sempre mogio mogio, un cucchiaino …
Così, stando in compagnia,
la matita non conosceva né solitudine né malinconia.
E’ vero: più nessuno la usava per disegnare,
ma con tanti amici non si poteva annoiare.
Con tutti stava volentieri,
ma, ad essere sinceri,
aveva una speciale ammirazione,
anzi, un’autentica venerazione,
per il fermacarte
che per modestia se ne stava in disparte.
Aveva all’interno tanti color
che rilucevano in mille bagliori,
ma, pur avendo un aspetto così appariscente,
non si montava la testa per niente.
Per questo la matita lo stimava
e grande rispetto gli riservava.
Tra gli altri inquilini di quel cassetto
c’era pure, non so se l’ho detto,
una gomma piccola e consumata,
pareva che l’avessero sbocconcellata.
Di solito una gomma e una matita,
pur trascorrendo insieme la vita,
non sono amiche per niente
e si detestano cordialmente.
E la causa di questo astio mi pare
che facilmente si possa spiegare.
Alla matita ogni segno
che traccia, di rispetto pare degno,
invece la gomma, passando qua e là
tutto cancella senza pietà
e in men che non si dica
disfa il lavoro dell’altra, la sua fatica.
Ma a dire le cose, così come stanno
non è che la gomma faccia del danno,
perché non distrugge i capolavori
bensì solamente i pasticci e gli errori !
Ma alla matita, che non è obiettiva,
l’altra sembra comunque cattiva.
La matita di questa storia però
non odiava la gomma neanche un po’,
non nutriva per lei nessun rancore,
anzi, l’aveva scelta come amica del cuore.
La gomma di carattere era un poco lagnosa,
la rincuorava la matita, più spiritosa,
insomma erano molto affiatate
anche perché entrambe anziane e malandate.
Un giorno arrivò nel cassetto
con gli auguri di Pasqua un biglietto.
Portava scritte le parole seguenti
(sconcertati rimasero tutti i presenti):
Tanti auguri dal tuo caro amicho Martino
(di sicuro a scriverlo era stato un bambino).
Si capiva il messaggio senza alcun intoppo,
ma c’era comunque qualcosa di troppo
e quella parola sbagliata
fece scoppiare il bottone in una sprezzante risata,
la coppa dell’Asso
si mise a ridere con grande spasso
e a furia di ridere si rovesciò.
La stilografica tossendo sputò
(anche a causa del suo guasto)
quel po’ d’inchiostro che le era rimasto.
La penna del pappagallo si sentì così scossa
che, da verde che era, diventò rossa.
Le tre puntine con battute pungenti
fecero ridere tutti i presenti.
Imbarazzato, il fermacarte
si mise a guardare da un’altra parte
e alla gomma, per colpa di quell’errore,
venne quasi un colpo al cuore.
Per quell’”acca”, che voleva mandar via,
fece quasi una malattia,
ma era stato usato un pennarello così resistente
che, nonostante i suoi sforzi, non potè fare niente.
In lacrime all’amica “Ma ti rendi conto ?
Quel Martino deve essere tonto ! “
La matita, più tollerante:
Be’, sì, è un po’ ignorante
però, coraggio, non disperare,
vedrai che se studia potrà migliorare.
E comunque, se ti fa piacere
ora ti dico il mio parere:
se un giorno sui giornali del mondo intero
e non fosse una frottola, ma proprio vero,
fosse scritto : “IN NESSUN ANGOLO DELLA TERRA
NON C’E’ PIU’ L’ODIO, NON C’E’ PIU’ LA GUERRA
E FRA TUTTI E’ NATA LA VERA AMICHIZIA”
be’, sarebbe comunque una gran bella notizia !


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GELO

Alfine è venuto, di soppiatto,
col suo passo sinuoso di gatto.
E’ giunto dal Nord senza fare rumore,
come guida la luna, col suo chiarore.
Ha sparso sui prati brillanti di brina
e negli orti con quelle gemme ricama una trina
poi copre …di zucchero ? i tetti
e ancora ai rami appende festoni e merletti
di candido pizzo inamidato
del più prezioso e delicato.
In punta di penna disegna quei ghirigori
che mette al posto delle foglie e dei fiori
ma prima di tutto quel gran burlone
gioca subito un tiro birbone
all’acqua del fosso
imprigionandola sotto un coperchio spesso
e, poiché lui non ne ha voglia,
la fontana più non gorgoglia
e non è certo per caso
se nemmeno le gocciola il naso !
Le guance le ha rosse, due mele croccanti,
gli occhi, schegge di vetro, pungenti,
puntute le orecchie, puntuto il mento;
fa una capriola e ridacchia contento:
ciò che con dita sottili ha sfiorato
rimane da un incantesimo intrappolato.
E’ leggero come una piuma,
pare che danzi, come un raggio di luna
o che guizzi come fa il fuoco
eppure, sotto i suoi passi, il terreno
scricchiola un poco.
Ora canta una filastrocca
che trillando esce dalla sua bocca.
Ad ogni battito delle sue ciglia
rabbrividisce la terra e sbadiglia
e a quella tiritera sempre più lenta
non sa resistere e si addormenta.
Lampeggia il suo sguardo di gatto,
si frega le mani, è soddisfatto:
adesso che prigioniera tiene la terra,
che in suo potere, in sua balia la rinserra
fa una giravolta e una piroetta
perché ogni cosa gli appare perfetta.
Questa notte si rimboccherà
la trapunta che di stelle sfavilla,
lo cullerà, gelida, la luna tranquilla.


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FILASTROCCA NINNA NANNA

Filastrocca di terrore
che ti senti il batticuore
poi però viene la mamma
che ti canta la ninna-nanna.
Filastrocca di spavento,
forte forte ulula il vento,
gonfio di pioggia il cielo è scuro
ma con la mamma tu sei al sicuro.
Filastrocca con la pelle d’oca
questa luce è troppo fioca
“E se viene un brutto drago ?”
“La mamma lo lega con lo spago”
Filastrocca cupa e nera
proprio come questa sera
“Può capitare che una strega venga ”
“Se c’è la mamma non c’è strega che tenga”
Filastrocca del buio più cupo
“E se dal buio uscisse un lupo ?”
Direbbe la mamma: “Non venire qua vicino,
non si tocca il mio bambino !”
Filastrocca nera come l’inchiostro
“E se comparisse un brutto mostro ?”
“Non temere, non c’è problema:
la mamma in un lampo lo sistema”
Filastrocca di fifa e di strizza
“E se un’orchessa grassa e rubizza
come un cappone vuole ingrassarmi
per poi, rosolato ben bene, mangiarmi ?”
“Svelta la mamma con decisione
fa fare all’orchessa un bel ruzzolone
e poi: questo bimbo così bello
bianco, rosa e tenerello
mi dispiace, non è da mangiare,
giù le mani, non c’è niente da fare
e poi, sia detto tra noi,
non è pane per i denti tuoi !”
Filastrocca petulante
“E se un orco (oppure un gigante)
da sotto il letto uscisse piuttosto ?”
“Ci penserebbe la mamma a farlo stare al suo posto”
“E se, mettiamo, da sotto il letto
uscisse strisciando un grosso insetto ?”
Direbbe la mamma: “Vattene via,
con me non hai scampo, parola mia”
“E se da dietro l’armadio compare un orso
che vuole darmi qualche morso ?”
direbbe la mamma “Via, brutta peste,
o ti concio per le feste !”
Filastrocca di brividi piena
“Se per mangiarmi a pranzo o a cena
o al posto della merenda
sbucasse un cannibale da dietro la tenda ?”
Direbbe la mamma “Non t’hanno insegnato l’educazione ?
non venire qui a far colazione :
vai al ristorante com’è d’uso
se non vuoi un pugno sul muso !”
“E se invece subito dopo
dal cuscino uscisse un topo ?
o dal lampadario sul più bello,
scendesse volando un pipistrello ?”
direbbe la mamma “Resterete con l’amaro in bocca
perché il mio bambino non si tocca!”
Filastrocca un po’ meno scura
è quasi passata la paura
ad una ad una ogni stella si accende
e nel cielo la luna risplende.
Filastrocca che sbadiglia un pochino
quanto sonno ha il mio bambino !
Filastrocca di dolci confetti
… già si chiudono quegli occhietti
Filastrocca di caramelle
e di tutte le cose più belle.
Filastrocca di sonno piena,
ora la notte è tranquilla e serena
perché i mostri sono spariti,
grazie alla mamma sono fuggiti.
Filastrocca quieta e in pace
tutto quanto intorno tace.
Dormono tutti anche il mio tesoro
mentre fa bei sogni d’oro.


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ULTIMA FILASTROCCA

Per congedarmi, per finire,
le parole più…dolci voglio dire
e formano una filastrocca
che si squaglia, si scioglie in bocca.
E’ fatta di zucchero, a velo e filato,
di pan di Spagna e di mandorlato,
di caramelle e di torroncini,
di lecca-lecca e di cioccolatini,
di sciroppo di ribes e lampone,
di torte farcite e di zabaione,
di bignè e di sfogliatine,
di babà e di focaccine,
di sorbetti di frutta e di panpepato,
di panna montata e di cioccolato,
di gelato di tutti i gusti e di tutti i sapori
e perciò anche di tanti colori:
bianco, rosa, violetto, arancione,
giallo, nocciola e poi marrone,
verde spento oppure brillante
di sfumature ce ne sono tante
credo che siano più o meno trenta
dipende se il gelato è di kiwi o di menta,
di mirtillo o di limone
di fragola o di melone
dunque: di gelati, di granatine
e … le ho nominato le praline?
Di cannoli alla crema e alla marmellata,
e poi di miele e marronata,
di biscotti e di sfogliatine,
di frittelle e di gelatine,
di meringhe e di pasticcini
di “galani” e di croccantini,
di composta di frutta e di frutta candita
così dolce da leccarsi le dita…
Di tutto questo è fatta la filastrocca
(ma la senti l’acquolina in bocca?)
e poi c’è uno spicchio d’aglio
no! quello non c’entra! è qui per sbaglio:
solo per colpa di una svista
è finito in questa lista!
Ma da nominare ancora che resta?
La regina della festa,
quella che primeggia in una compagnia così bella
la mia preferita: la Nutella!


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