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FILASTROCCHE DI ANNUSCA VENIER LE FILASTROCCHE
Sono talvolta le filastrocche senza senso e anche un po’ sciocche. Da mangiare non sono buone né a merenda né a colazione e, se posso esprimere il mio parere, non sono buone neanche da bere … a me sembrano un po’ come delle bolle di sapone, come quelle hanno un che di inconsistente, dunque non servono proprio a niente … ma tu, sfoglia il libro e, per magia, ti terranno compagnia.

LA VECCHIETTA DELLE FIABE
C’era una volta una vecchia donna che possedeva una sola gonna, sì aveva una sola consunta sottana e solamente uno scialle di lana. Insomma per il tempo bello e per quello brutto aveva una gonna e uno scialle in tutto, ma devo aggiungere che questa vecchietta abitava in una bianca, linda casetta. La madreselva sul muro si arrampicava e con il glicine amoreggiava. Nel cielo limpido, azzurro chiaro come uno zaffiro prezioso e raro dopo la pioggia che talvolta cadeva, coi sette colori l’arcobaleno splendeva. Attorno alla casa c’era un giardino grande appena come un fazzolettino, però pareva un tappeto di fiori: gialli, viola, rossi, rosa … di tutti i colori. Ci abitavano passeri, merli e fringuelli, civette, gufi, tordi e stornelli … ah! dimenticavo: in aggiunta alle altre cose c’era anche un cespuglio di rose. E poi c’era un orticello con carote, zucchine e qualche pisello, con fagiolini, sedano e peperoni, con zucche, cavoli e due o tre meloni. C’era pure un albero di dolci susine ed un’aiuola di fragoline. Per tutta la casa si sentiva profumo di pane. Dal fosso la notte cantavan le rane e nei cespugli volavano le lucciole tanto piccine: sembrano stelle, ma son più vicine. Su un cuscino morbido un bel gatto rosso dormiva e ronfava a più non posso. La vecchietta non possedeva gioielli neanche a parlarne, del resto non avrebbe saputo che farne, ma aveva il sole d’oro e la luna d’argento e tutte le stelle del firmamento e poi sul davanzale c’era una piantina di menta e la vecchietta era sempre contenta. Lei non sapeva cosa fosse la noia, ma ciò che di più le dava gioia era che aveva tante fiabe da raccontare, tante quanti sono i pesci nel mare e se qualcuno andava a trovarla stava per ore ad ascoltarla. Così, anche se aveva una sola sottana ed un solo scialletto di lana, non era povera, ne ho la certezza ed anzi affermo con sicurezza che era una fata, di quelle buone (non sei anche tu della stessa opinione?) perché a tutti donava la sua fantasia che è la cosa più magica che al mondo ci sia.

FILASTROCCA UN POCO BISLACCA
Filastrocca un poco bislacca di un bambino che fa la cacca in un piatto, non nel vasino … e la pipì ? nella bottiglia del vino e chi ne assaggia esclama “Ullallà”, questa sì che è una vera bontà!”

C’ERA UNA VOLTA
C’era una volta una bambina e c’era anche una nonnina che le raccontava a non finire bellissime fiabe per farla dormire. Forte alla bimba batteva il cuore se parlava la nonna di filtri d’amore, di re, di gnomi e di fate o di principesse intrappolate nell’incantesimo di una strega cattiva… e poi,la fiaba come proseguiva ? Che un principe, giovane e bello a cavallo partiva dal suo castello, attraversava la Foresta Incantata con l’aiuto di una buona fata, pericoli affrontava e tormenti pativa tutto per colpa della strega cattiva, infine la fanciulla liberava e il suo amore le dichiarava. Ma le loro pene non finivano ancora: lei, che era bionda come l’aurora, diventava nera come la pece o una verde ranocchia compariva in sua vece oppure a una limpida fonte, bevendo ignara fidandosi di quell’acqua così chiara, cadeva vittima di una magia, si trasformava in rondine e volava via. Ancora la bimba non voleva dormire: e poi la fiaba come andava a finire? Per il principe (poverino, contro di lui si accaniva il destino!) ricominciavano i tormenti, le difficili prove e i patimenti … e quando infine la rondinella ridiventava una fanciulla giovane e bella lui, bevendo del sidro di mele (stregato, è ovvio!) diventava crudele, più non sentiva né gioia né dolore, perché di gelido ghiaccio si era fatto il suo cuore e non ricordava, ahimè, la promessa di amare per sempre la principessa. Ora a lei spettava il “privilegio” di liberarlo dal sortilegio. Fiumi di lacrime doveva versare e durissime prove le toccava affrontare: scalare il Monte di Cristallo calzando fragili scarpette da ballo, le stelle che brillano in cielo contare e tutti i pesci che ci sono nel mare. Senza pronunciare mai una sola parola doveva girare per il mondo da sola e a fare la guardiana di oche era costretta coperta di stracci, poveretta, e poteva fare ritorno solo dopo un anno, un mese e un giorno. Allora con la forza del suo amore liberava il principe sciogliendogli il cuore. Ecco la fiaba come finiva … felice la bimba adesso dormiva. Non c’è più quella nonnina e la bambina non è più una bambina ma spesso ripensa a quelle storie incantate ne ha scelte due o tre e ve le ha raccontate.

FILASTROCCA PIENA DI OCCHI
Filastrocca piena di OCCHI. Nei fossati quanti ranOCCHI e quanti pastrOCCHI in quel quaderno! Cade a fiOCCHI la neve d’inverno. Nella valle c’è una chiesetta piccolina, bianca, bassetta. Al suo fianco, alto e sottile, protettivo il campanile non riesce a vedere l’OCCHIo? Ma nel campanile non c’è la campana con il batOCCHIo? Con tuoni e schiOCCHI scoppia improvviso il temporale altro che petardi di carnevale! Ma poi tra le nuvole, birichino, il sole ti strizza l’OCCHIolino. Che voglia quel piatto di gnOCCHI al sugo! E, poverino! Che pena, il piccolo Ugo: si è sbucciato tutte e due le ginOCCHIa, però poi si consola perché sgranOCCHIa un bel po’ di torroncini, di croccanti e di biscottini e la polenta vuole assaggiare. Tonda, gialla, il sole pare. “Sì, ma non ha gli OCCHI!” Non li vedi? Guarda meglio se non ci credi. E’ fatta con la farina e, come tutti sanno, sono le pannOCCHIe che ce la danno. Ed ecco una zucca panciuta e rotonda “Ma non c’è neanche un OCCHIo che vi si nasconda!” Come no! Una Fata in un batter d’OCCHIo La trasforma in un bel cOCCHIo Per Cenerentola, che con scarpe di cristallo va tutta contenta alla festa da ballo ed il Principe appena l’adOCCHIa ne è innamorato e con OCCHIo di triglia se ne sta imbambolato. Assai mordaci o, meglio, pungenti sebbene non abbiano né becco né denti all’apparenza innocui e tranquilli c’è una manciata di piccoli spilli. Stanno su un cuscinetto di morbida seta, senza di loro la filastrocca non sarebbe completa. “Ma non hanno mani, non hanno piedi e neanche OCCHI!” E’ questo che credi ? e la loro capOCCHIa dove la metti? perciò, come vedi, qui sono perfetti. E infine PinOCCHIo e Lucignolo, due autentici allOCCHI, vanno insieme nel Paese dei BalOCCHI, perché non gli piace studiare: è molto più bello oziare e giocare! Ma la loro avventura non è a lieto fine: si ritrovano con coda e orecchie asinine. Se qualcuno mi ascolta gli dirò a quattrOCCHI che quei due tontoloni, quei due poveri sciOCCHI si credevano furbi, ma non lo erano nemmeno un po’ ed un’ultima cosa aggiungerò: i bambini così non sono rari e tutti si trasformano in somari! “Ma qui, nel finale l’OCCHIo dov’è?” In effetti qui manca, hai ragione, non c’è.

CI SARA’UN INVENTORE ?
Un pettine d’osso alquanto attempato è rimasto del tutto sdentato e i pettini senza denti non vivono contenti . Ci sarà mai un inventore che questo problema prendendosi a cuore trovi il metodo, la maniera di fare al pettine una dentiera ?

L’AQUILA E L’AQUILONE
C’era un’aquila solitaria che se ne stava sempre per aria a guardare il mondo dall’alto in basso, sempre sola, (sai che spasso?). Un giorno mentre volava pigramente da tutto il resto distaccata e sprezzante vide, rosso, verde e arancione, librarsi leggero un aquilone. Era la prima volta che lo vedeva e chi fosse non sapeva perciò chiese “ehi, tu, verde e arancione, chi sei?” “Un aquilone”. ”Dunque saresti un mio parente? Con quei colori non mi piaci per niente.” Commentò con fiero cipiglio. “No, di un’aquila non sono figlio. Un bambino è il suo papà mi hanno fatto, eccoli là - rispose l’altro, di colori variegato, indicando in fondo al prato – e non sono di penne e di piume, ma di carta e cannucce di fiume eppure mi considerano un tesoro, perché insieme a me, un po’ pure loro volano con la fantasia, i loro sogni e la loro allegria. Ed io, legato al filo che tengono in mano, volo in alto, ma non vado lontano.” “Questo non è affatto volare – lo contraddisse l’aquila – vogliamo scherzare ? Io volo, sola, senza catene e nessuno mi trattiene, senza legami qua e là a mio piacere in libertà. Ma tu, come un pagliaccio colorato, ad un filo sei legato e, anche se danzi nell’aria leggero, di quei due sei prigioniero. Spezza dunque le tue catene rompi il filo che ti trattiene. Senza indugi fai come me: il tuo destino decidi da te !” Sorridendo, verde e arancione, gentile rispose l’aquilone” “Non posso imitarti, amica mia, e come te volarmene via. Lo ammetto, sarò sincero, quello che dici è proprio vero: io non posso andarmene qua e là senza meta in libertà, perché a quel bimbo si spezzerebbe il cuore: sì, sono prigioniero, prigioniero d’amore !”

ARCOBALENO
Più prezioso di un cristallo di neve, della rugiada più dolce e più lieve e più ancora dei fiori di melo, sboccia ad un tratto e splende nel cielo. Timido e a un tempo sfacciato, prepotente e delicato. E’ della stessa sostanza di una canzone, di un passo di danza, di un gioco, di una poesia: è un incantesimo, una magia. Ha la grazia fragile di un’ala di fata, è l’eco tremula della sua risata e la fata, gentile, intinge il pennello in quei colori per dipingere farfalle e fiori. Le stelle non le puoi rubare e, pur se ne hai voglia, nemmeno toccare e neanche nei sogni più arditi e più belli le comete le puoi afferrare per i capelli e nonostante ti sforzi, non puoi nemmeno trattenere tra le tue mani un arcobaleno. Come un bel fiore che presto appassisce languido, l’arcobaleno impallidisce ecco, si è spento e più nulla rimane di quel magico incanto.

FILASTROCCA
Filastrocca per l‘agnellino, tenero, bianco e ricciolino e filastrocca per il lupo che se ne sta nel bosco cupo. Per il latte e per il caffè, filastrocca per te e per me, per il lavoro e per il riposo. Filastrocca per il giglio odoroso, filastrocca per l’ortica che, se non la tocchi, non ti punge mica, per il cardo e per la rosa, per la neve silenziosa che piume d’angelo ci offre in dono, (perché i suoi fiocchi è questo che sono !) Filastrocca per il fuoco che basta un sospiro e danza poco, per la proboscide dell’elefante e per la farfalla così elegante da cima a piedi di velluto vestita, per il papavero e la margherita. Per l’inverno e la primavera. Per la notte nel suo manto di seta nera e per l’alba vestita di azzurro chiaro. Per il miele dolce e per il fiele amaro. Filastrocca per l’usignolo che tutti incanta con i suoi assolo e filastrocca per la cornacchia che non gorgheggia, infatti lei gracchia, ma il suo verso non mi pare brutto: io la penso così, e questo è tutto!

IL CANNOLO
In questa storia non troverai (almeno credo … non si sa mai) una principessa con i riccioli d’oro un eroe in giro nel mondo a cercare un tesoro, pirati, briganti e brigantini, monete d’oro, smeraldi e rubini. Protagonista della filastrocca (ad alcuni la cosa può sembrare sciocca) è nientemeno che un cannolo alla crema. Nel dirlo la voce mi trema e mi viene l’acqualina in bocca. Ma … come prosegue la filastrocca ? Anzi, meglio, ma com’è che inizia ? C’era una volta una vera delizia, un’autentica prelibatezza insuperabile nella sua squisitezza: in un involucro di pasta sfogliata, leggera, morbida e delicata, una crema dolce con tanti canditi di cedro e ciliegia, i miei preferiti, insomma un dolce e squisito cannolo che era restato nel vassoio da solo , perché nessun’altra pasta insieme a lui era rimasta. Le amiche di mamma, per il tè invitate, tutte le altre avevan mangiate, (erano paste secche e sfogliatine) e a nome di tutte disse una alla fine, presa forse da rimorso … in ritardo: ”Non vorrei trasformarmi in una palla di lardo - e aggiunse con la bocca piena - meglio evitare quel cannolo alla crema: è troppo ricco di calorie. lasciamelo perdere, amiche mie. E’ un sacrificio, ma ne vale la pena, solo a guardarla fa ingrassare la crema!” E così, se pure stracolmo di infinita dolcezza, il cannolo era sommerso dall’amarezza. Ma per fortuna in casa c’erano tre che non avevano partecipato a quel tè e non si sarebbero sentiti in colpa a mettere su un po’ di polpa. Mariella, la bambina, era bionda e ricciolina ”Riccioli d’oro” a volte la chiamava il fratello per ridere, perché era un monello e si divertiva a stuzzicarla, ma era anche pronto ad aiutarla se lei si trovava in difficoltà. Lui era un poco più grande di età, aveva compiuto da poco otto anni e combinava in serie i malanni e talvolta faceva un quarantotto mettendo a soqquadro soggiorno e salotto … ma spesso si trattava di marachelle. Era goloso di caramelle, di lecca-lecca e di granatine di coca-cola e di patatine. Di conseguenza era un po’ cicciottello e si chiamava … Luca … no, no: Marcello. A completare il simpatico trio c’era un cane pieno di brio, anzi aveva l’argento addosso: saltava e correva a più non posso. Dunque il cagnolone bianco, vispo e giocherellone su un occhio aveva una macchia nera. Vuoi sapere il suo nome qual era ? Neve, ma per quella macchia nera era chiamato ”Pirata” e quel soprannome era appropriato anche perchè era sì carino, ma pure tanto malandrino. In contemplazione davanti al cannolo (che peccato che fosse uno solo!) i tre compari se ne stavano e i loro pensieri manifestavano. Un po’ svenevole la bambina (perciò la chiamavano a volte “Principessina”: “Quei canditi rossi e verdini sembrano proprio smeraldi e rubini ” Più concreto suo fratello (ti ricordi ? si chiamava Marcello): “Quella crema deve essere una bontà !” “Pirata” non diceva niente in verità, ma da come scodinzolava si capiva ciò che pensava. Ad un certo punto il bambino, che in aritmetica era bravino, disse ai compagni rivolto (e quelli gli davano ascolto): ”Sentite, un cannolo diviso per tre è troppo poco secondo me. Lasciamolo al babbo che pure ieri è tornato a casa con tanti pensieri - e poi aggiunse – inoltre mi pare che anche noi troppo lo facciamo inquietare”. Rispose la sorellina, che in fondo era una brava bambina: “Spesso combino tanti pasticci e proprio ieri ho fatto i capricci. Alla mia parte rinuncio volentieri, mi comporterò meglio di ieri.” Forse “Pirata” di scrupoli ne aveva di meno, ma anche lui rinunciò al cannolo ripieno. Quella sera, addolcito dalla bontà suprema di quel cannolo farcito di crema e dal gesto dei suoi bambini che erano stati così carini, tutto contento sorrise il papà e disse: “Che bontà! Per ringraziarvi vi dirò una filastrocca e spero che non vi sembri sciocca, perché il protagonista è nientemeno che un cannolo di crema ripieno”

IL CUCCHIAINO D’ARGENTO
C’era una volta, in fondo a un cassetto, un cucchiaino solo soletto, da lungo tempo dimenticato, più da nessuno veniva usato. La sua era stata una famiglia assai numerosa (regalo di nozze per una giovane sposa), ma uno alla volta ogni forchetta, coltello e cucchiaio si era cacciato in qualche guaio e di tanti che aveva di fratelli e cugini (intendo cucchiai e cucchiaini) nessuno più gli era restato: di un intero servizio, lui, scompagnato. Così se ne stava senza far niente e il tempo passava, inutilmente. Senza l’ombra di un sorriso era sempre scuro in viso, di colore verde-bruno - più non lo avrebbe riconosciuto nessuno - invece nei giorni felici (ne aveva avuti, ma erano lontani, per sempre perduti) era allegro e sorridente, terso, lustro, rilucente. Nei giorni amari nulla è più doloroso che ripensare a un passato gioioso e lui ricordava con la morte nel cuore, ed era sommerso da un immenso dolore, che durante la prima colazione era piacevole la sua missione: mentre il fratello maggiore si occupava de tè, lui doveva mescolare un poco il caffè ed era capitato, anche se raramente, che per il miele lo usassero, sbadatamente. E quel tuffo nel miele, che a volte faceva, davvero assai assai gli piaceva, perché era travolto dalla sua carezza: era come annegare in un mare di dolcezza. E ancora lui ricordava - e quanto il ricordo lo rattristava! - quando, tutti stretti, vicini vicini, dormiva abbracciato ai suoi fratellini. Il tempo scorreva inconcludente … Talvolta si affacciava alla mente il ricordo del giorno più eccitante quando per sbaglio lo avevano usato per una salsa piccante. Era una salsa fin troppo pepata che doveva accompagnare mi pare un’orata che era stata cotta nel vino bianco e fatalità lui si trovò proprio al fianco della posata del pesce, così raffinata, eleglei era affascinante o perchè la salsa era proprio piccante lui arrossì, provò un brivido, gli scoppiò quasi il cuore, all’improvviso si sentì infiammare d’amore. Ma la loro storia non fu a lieto fine (non era di fate, di re e di regine !). Il cucchiaino mai più fu usato coi piatti salati e non si rividero i due innamorati però lui continuò a ricordarla con nostalgia: gli pareva la cosa più preziosa che al mondo ci sia. Giorno per giorno il tempo passava, la sua situazione però non cambiava ma alla fine con lui benigno fu il Fato: in fondo al cassetto fu ritrovato! Lo lustrarono amorevolmente così di nuovo fu terso e lucente e siccome era diverso da ogni altra posata, era d’argento e di forma elaborata, gli affidarono una importante mansione: distribuire lo zucchero a bicchieri, tazze e tazzone. Lo metteva nel latte, del tè, nel cappuccino (tornò a sorridere il cucchiaino), nelle spremute d’arancia, di pompelmo e limone ed era una bella soddisfazione. Insomma lo misero a presiedere la zuccheriera così lo usarono mattina e sera. Era fiero del suo ruolo così importante, la vita era ancora per lui emozionante e poi lo zucchero coi suoi granellini gli faceva sentire lungo la schiena dei brividini come un dolce solletico, non fastidioso. Il cucchiaino di nuovo era splendente e radioso e gli altri, coltelli, cucchiai – anche se alla lontana comunque parenti- si dimostrarono davvero contenti perché questo nuovo membro della famiglia svolgeva il suo compito a meraviglia e non c’era nessuno che non lo ammirasse per il suo stile e per la sua classe.

L’UOMO CHE AMAVA LE STELLE
C’era una volta un uomo così sognatore che aveva trascorso gli anni, i mesi, le ore insomma ogni istante, ogni secondo non a vivere le cose del mondo, ma solamente a contare le stelle lontanissime, splendenti e belle e poi le annotava su un quaderno voluminoso senza concedersi mai un po’ di riposo. Ce n’erano a cinque punte, a sei, a sette (erano tutte comunque perfette) e ce n’era qualcuna così piccolina da non avere neanche una sola puntina. Luccicavano tremule nel firmamento e solo guardandole lui era contento: nessun’altra cosa gli stava a cuore nè gli procurava gioia o dolore. Per poterle osservare con più precisione si era fatto costruire un alto torrione (e così in alto arrivava che le nuvole oltrepassava). Quella scala di corsa saliva Giorno per giorno la vita fuggiva e lui sempre lì, a contemplare le stelle che sfavillavano irraggiungibili e belle: gli sembravano quasi dei fiori d’argento e d’oro, non di altri colori, sbocciati in un prato blu come il mare ma non li poteva cogliere e nemmeno annusare. Al principio arrivava in men che non si dica in cima e gli pareva lieve la sua fatica, ma ora era fragile e tutto bianco e ad ogni gradino sempre più stanco, però seguitava ancora a contare le stelle luminose, gelide e belle. Le guardava brillare nel cielo nero e del loro incantesimo era prigioniero, ma un giorno alla fine si arrese, dall’evidenza sconfitto e comprese che il tempo non gli sarebbe bastato a completare ciò che aveva iniziato: non sarebbe riuscito a contare tutte le stelle, che scintillavano insensibili e belle, anche se, tra le più grandi e le più piccoline, gliene mancavano solo poche dozzine, perché i suoi occhi si erano spenti e più non distingueva le stelle lucenti. Ora poteva solo immaginarle e col rimpianto nel cuore sognarle. Sentì che se ne andava ormai la sua vita e prima che fosse del tutto finita con un filo di voce, accorata e sincera, rivolse al Cielo una preghiera. E adesso è il custode di quell’azzurro giardino e finalmente è così vicino a quei fiori d’oro che non serve annaffiare che, non solo li vede, ma li può toccare.

LA MATITA
C’era una volta una matita che in fondo a un cassetto era finita, ormai molto corta, per giunta, era rimasta senza la punta. Ma sebbene l’avessero mandata in pensione non si era lasciata vincere dalla disperazione e non si era fatta venire l’esaurimento nervoso per colpa di quel forzato riposo. Anzi era contenta di potersi riposare. Nel domani continuava a sperare senza smettere mai. Lì nel cassetto c’era un continuo via vai: ci capitavano tipi modesti oppure importanti, comunque tutti assai interessanti. Un vasetto con un fondo di colla, una presa per il bucato senza la molla, una scatoletta con tre puntine molto argute e chiacchierine. Una stilografica, piena di acciacchi e dolori che sputacchiava, ma lo faceva anche nei tempi migliori, un fermacarte leggermente scheggiato, la penna verde di un pappagallo impagliato, un bottone di vetro di color ciclamino, sussiegoso (si credeva un rubino). Poi c’erano un Asso di coppe e un sei di bastoni e due spartiti di vecchie canzoni e per un certo periodo c’era stato perfino, sempre mogio mogio, un cucchiaino … Così, stando in compagnia, la matita non conosceva né solitudine né malinconia. E’ vero: più nessuno la usava per disegnare, ma con tanti amici non si poteva annoiare. Con tutti stava volentieri, ma, ad essere sinceri, aveva una speciale ammirazione, anzi, un’autentica venerazione, per il fermacarte che per modestia se ne stava in disparte. Aveva all’interno tanti color che rilucevano in mille bagliori, ma, pur avendo un aspetto così appariscente, non si montava la testa per niente. Per questo la matita lo stimava e grande rispetto gli riservava. Tra gli altri inquilini di quel cassetto c’era pure, non so se l’ho detto, una gomma piccola e consumata, pareva che l’avessero sbocconcellata. Di solito una gomma e una matita, pur trascorrendo insieme la vita, non sono amiche per niente e si detestano cordialmente. E la causa di questo astio mi pare che facilmente si possa spiegare. Alla matita ogni segno che traccia, di rispetto pare degno, invece la gomma, passando qua e là tutto cancella senza pietà e in men che non si dica disfa il lavoro dell’altra, la sua fatica. Ma a dire le cose, così come stanno non è che la gomma faccia del danno, perché non distrugge i capolavori bensì solamente i pasticci e gli errori ! Ma alla matita, che non è obiettiva, l’altra sembra comunque cattiva. La matita di questa storia però non odiava la gomma neanche un po’, non nutriva per lei nessun rancore, anzi, l’aveva scelta come amica del cuore. La gomma di carattere era un poco lagnosa, la rincuorava la matita, più spiritosa, insomma erano molto affiatate anche perché entrambe anziane e malandate. Un giorno arrivò nel cassetto con gli auguri di Pasqua un biglietto. Portava scritte le parole seguenti (sconcertati rimasero tutti i presenti): Tanti auguri dal tuo caro amicho Martino (di sicuro a scriverlo era stato un bambino). Si capiva il messaggio senza alcun intoppo, ma c’era comunque qualcosa di troppo e quella parola sbagliata fece scoppiare il bottone in una sprezzante risata, la coppa dell’Asso si mise a ridere con grande spasso e a furia di ridere si rovesciò. La stilografica tossendo sputò (anche a causa del suo guasto) quel po’ d’inchiostro che le era rimasto. La penna del pappagallo si sentì così scossa che, da verde che era, diventò rossa. Le tre puntine con battute pungenti fecero ridere tutti i presenti. Imbarazzato, il fermacarte si mise a guardare da un’altra parte e alla gomma, per colpa di quell’errore, venne quasi un colpo al cuore. Per quell’”acca”, che voleva mandar via, fece quasi una malattia, ma era stato usato un pennarello così resistente che, nonostante i suoi sforzi, non potè fare niente. In lacrime all’amica “Ma ti rendi conto ? Quel Martino deve essere tonto ! “ La matita, più tollerante: Be’, sì, è un po’ ignorante però, coraggio, non disperare, vedrai che se studia potrà migliorare. E comunque, se ti fa piacere ora ti dico il mio parere: se un giorno sui giornali del mondo intero e non fosse una frottola, ma proprio vero, fosse scritto : “IN NESSUN ANGOLO DELLA TERRA NON C’E’ PIU’ L’ODIO, NON C’E’ PIU’ LA GUERRA E FRA TUTTI E’ NATA LA VERA AMICHIZIA” be’, sarebbe comunque una gran bella notizia !

GELO
Alfine è venuto, di soppiatto, col suo passo sinuoso di gatto. E’ giunto dal Nord senza fare rumore, come guida la luna, col suo chiarore. Ha sparso sui prati brillanti di brina e negli orti con quelle gemme ricama una trina poi copre …di zucchero ? i tetti e ancora ai rami appende festoni e merletti di candido pizzo inamidato del più prezioso e delicato. In punta di penna disegna quei ghirigori che mette al posto delle foglie e dei fiori ma prima di tutto quel gran burlone gioca subito un tiro birbone all’acqua del fosso imprigionandola sotto un coperchio spesso e, poiché lui non ne ha voglia, la fontana più non gorgoglia e non è certo per caso se nemmeno le gocciola il naso ! Le guance le ha rosse, due mele croccanti, gli occhi, schegge di vetro, pungenti, puntute le orecchie, puntuto il mento; fa una capriola e ridacchia contento: ciò che con dita sottili ha sfiorato rimane da un incantesimo intrappolato. E’ leggero come una piuma, pare che danzi, come un raggio di luna o che guizzi come fa il fuoco eppure, sotto i suoi passi, il terreno scricchiola un poco. Ora canta una filastrocca che trillando esce dalla sua bocca. Ad ogni battito delle sue ciglia rabbrividisce la terra e sbadiglia e a quella tiritera sempre più lenta non sa resistere e si addormenta. Lampeggia il suo sguardo di gatto, si frega le mani, è soddisfatto: adesso che prigioniera tiene la terra, che in suo potere, in sua balia la rinserra fa una giravolta e una piroetta perché ogni cosa gli appare perfetta. Questa notte si rimboccherà la trapunta che di stelle sfavilla, lo cullerà, gelida, la luna tranquilla.

FILASTROCCA NINNA NANNA
Filastrocca di terrore che ti senti il batticuore poi però viene la mamma che ti canta la ninna-nanna. Filastrocca di spavento, forte forte ulula il vento, gonfio di pioggia il cielo è scuro ma con la mamma tu sei al sicuro. Filastrocca con la pelle d’oca questa luce è troppo fioca “E se viene un brutto drago ?” “La mamma lo lega con lo spago” Filastrocca cupa e nera proprio come questa sera “Può capitare che una strega venga ” “Se c’è la mamma non c’è strega che tenga” Filastrocca del buio più cupo “E se dal buio uscisse un lupo ?” Direbbe la mamma: “Non venire qua vicino, non si tocca il mio bambino !” Filastrocca nera come l’inchiostro “E se comparisse un brutto mostro ?” “Non temere, non c’è problema: la mamma in un lampo lo sistema” Filastrocca di fifa e di strizza “E se un’orchessa grassa e rubizza come un cappone vuole ingrassarmi per poi, rosolato ben bene, mangiarmi ?” “Svelta la mamma con decisione fa fare all’orchessa un bel ruzzolone e poi: questo bimbo così bello bianco, rosa e tenerello mi dispiace, non è da mangiare, giù le mani, non c’è niente da fare e poi, sia detto tra noi, non è pane per i denti tuoi !” Filastrocca petulante “E se un orco (oppure un gigante) da sotto il letto uscisse piuttosto ?” “Ci penserebbe la mamma a farlo stare al suo posto” “E se, mettiamo, da sotto il letto uscisse strisciando un grosso insetto ?” Direbbe la mamma: “Vattene via, con me non hai scampo, parola mia” “E se da dietro l’armadio compare un orso che vuole darmi qualche morso ?” direbbe la mamma “Via, brutta peste, o ti concio per le feste !” Filastrocca di brividi piena “Se per mangiarmi a pranzo o a cena o al posto della merenda sbucasse un cannibale da dietro la tenda ?” Direbbe la mamma “Non t’hanno insegnato l’educazione ? non venire qui a far colazione : vai al ristorante com’è d’uso se non vuoi un pugno sul muso !” “E se invece subito dopo dal cuscino uscisse un topo ? o dal lampadario sul più bello, scendesse volando un pipistrello ?” direbbe la mamma “Resterete con l’amaro in bocca perché il mio bambino non si tocca!” Filastrocca un po’ meno scura è quasi passata la paura ad una ad una ogni stella si accende e nel cielo la luna risplende. Filastrocca che sbadiglia un pochino quanto sonno ha il mio bambino ! Filastrocca di dolci confetti … già si chiudono quegli occhietti Filastrocca di caramelle e di tutte le cose più belle. Filastrocca di sonno piena, ora la notte è tranquilla e serena perché i mostri sono spariti, grazie alla mamma sono fuggiti. Filastrocca quieta e in pace tutto quanto intorno tace. Dormono tutti anche il mio tesoro mentre fa bei sogni d’oro.

ULTIMA FILASTROCCA
Per congedarmi, per finire, le parole più…dolci voglio dire e formano una filastrocca che si squaglia, si scioglie in bocca. E’ fatta di zucchero, a velo e filato, di pan di Spagna e di mandorlato, di caramelle e di torroncini, di lecca-lecca e di cioccolatini, di sciroppo di ribes e lampone, di torte farcite e di zabaione, di bignè e di sfogliatine, di babà e di focaccine, di sorbetti di frutta e di panpepato, di panna montata e di cioccolato, di gelato di tutti i gusti e di tutti i sapori e perciò anche di tanti colori: bianco, rosa, violetto, arancione, giallo, nocciola e poi marrone, verde spento oppure brillante di sfumature ce ne sono tante credo che siano più o meno trenta dipende se il gelato è di kiwi o di menta, di mirtillo o di limone di fragola o di melone dunque: di gelati, di granatine e … le ho nominato le praline? Di cannoli alla crema e alla marmellata, e poi di miele e marronata, di biscotti e di sfogliatine, di frittelle e di gelatine, di meringhe e di pasticcini di “galani” e di croccantini, di composta di frutta e di frutta candita così dolce da leccarsi le dita… Di tutto questo è fatta la filastrocca (ma la senti l’acquolina in bocca?) e poi c’è uno spicchio d’aglio no! quello non c’entra! è qui per sbaglio: solo per colpa di una svista è finito in questa lista! Ma da nominare ancora che resta? La regina della festa, quella che primeggia in una compagnia così bella la mia preferita: la Nutella!

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