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Nuovo Umanesimo
Umanesimo e Nuovo pensiero | Umanesimo e Nuovo pensiero |
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| Scritto da ANTS Artisti nonviolenti | |
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Le coincidenze nella storia non sono frequenti, ma si trovano. In alcuni casi come risultato della casualità, in altri come un riflesso di legittimità. La coincidenza alla quale ci riferiamo qui non solo è legittima, ma in un certo modo anche notevole.
E non solo la nascita ma anche il loro progressivo avvicinamento. Poiché dal 1992 il Movimento Umanista e la Fondazione di studi socioeconomici e politici cominciarono i loro contatti, che sono maturati in collaborazione attiva. Collaborazione che, sono convinto, si svilupperà fruttuosamente in nome della ricerca congiunta di cammini per lo sviluppo della comunità umana mondiale. I
Essenzialmente i punti di partenza del Nuovo Pensiero sono analoghi. Il principale, come nel caso degli umanisti, è il riconoscimento del fatto che la civilizzazione contemporanea è arrivata ad una strada senza uscita, che essa esaurisce, e in parte ha già esaurito, le riserve del suo sviluppo progressivo. Le manifestazioni esterne di questa strada chiusa sono note a tutti: lo spasimo ecologico e i problemi globali ad esso legati; la crisi delle forme contemporanee della vita sociale, l’ac*****ulazione di contraddizioni tra l’uomo e la società, tra l’uomo e il potere; l’evidente malattia nelle relazioni mondiali, poiché essendo usciti dalla “guerra fredda” l’umanità non ha ancora trovato la strada verso un nuovo e veramente pacifico ordine mondiale; la crescente complessità nel funzionamento dell’economia mondiale; la crisi morale e, allo stesso tempo, di idee, poiché nessuna delle scuole di idee riconosciute è stata capace di spiegare cosa succede, né di indicare cammini per il superamento della situazione attuale.
Lo sviluppo economico del XX secolo ha aperto enormi possibilità per il miglioramento, per l’umanizzazione della vita della gente. Ma i frutti di questo sviluppo sono stati utilizzati in modo tale che i risultati sono stati per molti aspetti deplorevoli.
Ora, alla frontiera di un nuovo secolo e di un nuovo millennio, nascono molti pronostici e congetture su come sarà il mondo del XXI secolo. Purtroppo, la parte più significativa, se non maggioritaria di essi ha (nuovamente!) carattere tecnocratico. Essenzialmente, la risoluzione dei compiti del futuro viene cercata in metodi che hanno già dimostrato la loro inefficacia. Viene ignorata la necessità di ripensare questi metodi, di scartare i modelli tecnogenici del progresso e di passare a un modello nuovo, antropogenico, umanista. Il che significa che rischiamo non solo di non poter risolvere i problemi attuali, già estremamente pericolosi, ma di moltiplicarli e di acutizzarli.
Le relazioni sociali esistenti sono caratterizzate non dalla ricerca di un bilanciamento di interessi dei diversi gruppi sociali e nazionali ma, nella maggior parte dei casi, dal confronto aggressivo degli uni verso gli altri. Grandi masse di persone e molte volte la maggior parte della popolazione, vengono allontanate dalla proprietà, dal potere, dalla cultura. Quante vittime ha già portato la società all’altare degli antagonismi sociali e nazionali!
In generale - ho già parlato e scritto in precedenza a questo proposito - da molto tempo è ora di liberarsi dalla tradizionale dicotomia “socialismo-capitalismo” o “socialismo-liberalismo”. E’ necessaria una nuova visione concettuale del futuro, che è possibile definire come umanesimo globale. Proprio tale posizione, penso, darà la possibilità di trovare una lingua comune e riferimenti vitali comuni alla maggior parte delle persone con coscienza sociale. In questo modo, la seconda radice della crisi della civilizzazione è di carattere sociale. La terza è in relazione, credo, con la sfera delle relazioni internazionali. La vita internazionale del XX secolo è stata impregnata degli stessi metodi confrontazionisti della vita sociale all’interno di ogni paese. Nel XX secolo questo ha portato alla divisione dell’umanità in campi nemici, ognuno dei quali, pretendendo la verità indiscutibile delle sue posizioni, ha tentato di infliggere la sconfitta al suo avversario, quando non di ottenere la sua distruzione fisica.
Sì, questo esige la rottura di molte visioni precedenti e di altre che ancora oggi si mantengono in piedi, il che è sempre doloroso. Esige anche la rivalutazione di conclusioni precedenti dal punto di vista dell’Uomo e dei suoi interessi. In altre parole, stiamo parlando della necessità di ripensare profondamente tanto la sfera della politica interna, quanto quella della politica internazionale, le basi stesse e i principi dell’attività in una e nell’altra direzione. Per quanto io possa valutare, anche il Movimento Umanista propone l’adozione dei principi del Nuovo Umanesimo in tutte le sfere dell’attività umana, nei fondamenti dell’esistenza stessa della gente.
E’ noto che fino alla fine degli anni ‘70 l’Unione Sovietica entrò in una crisi. Non abbiamo potuto valutare la sua profondità immediatamente, ma con il tempo è stato chiaro: se non si portano avanti profondi cambiamenti, nel paese si può produrre l’esplosione più pericolosa. La crisi alla quale ci stiamo riferendo abbracciava non solo l’economia e la politica, questa era una crisi molteplice del sistema stesso. La situazione del paese ci chiedeva risposte di azione, noi dovevamo agire. Questo da una parte. Ma insieme a ciò questo stesso sistema ci preparò, ci portò a cominciare a cambiarlo, a fare una nuova scelta.
Neanche i criteri fondamentali del cambiamento, i suoi riferimenti morali e socio-politici furono determinati immediatamente, ma progressivamente. Alcuni di essi per me erano chiari dall’inizio, invece altri andarono precisandosi con il tempo, sulla base di una nuova conoscenza e dell’esperienza accumulata.
Come è possibile formulare i criteri principali del Nuovo Pensiero nella sfera della politica interna?
Nell’elaborazione dei nostri metodi su questa questione siamo partiti da due posizioni di base. La prima: la necessità assoluta di superare il sistema totalitario, tutto ciò che portava con sé un carattere antiumano, ciò che frenava lo sviluppo della società. La seconda: la necessità di intraprendere nel paese quelle trasformazioni che avrebbero portato alla creazione di una società veramente umana e democratica.
A volte si dice che la democrazia è una premessa della libertà individuale. Questo è così, ma solo in una determinata misura. In sintesi, solo una persona libera può essere un vero soggetto della società democratica. Tuttavia, allo stesso tempo, solo una società democratica è capace di difendere e di sviluppare la democrazia.
Stabilire condizioni veramente democratiche suppone, come condizione imprescindibile, il riconoscimento e la concretizzazione nella pratica del principio del pluralismo. E anche questo è stato uno dei criteri della politica della perestrojka, sebbene non subito ma con il tempo.
E infine un aspetto importante del problema degli obiettivi e dei mezzi era per me la questione dei “tempi” delle trasformazioni. E’ ben noto che, insieme a quelli contrari ai cambiamenti in generale avevamo, e non in quantità modeste, gente che proponeva metodi di “shock”, senza considerare la situazione del paese e dell’opinione pubblica, la trasformazione immediata totale. Già allora ero convinto e adesso, basandomi sull’esperienza ac*****ulata nel periodo della perestrojka e dopo di essa, mi sono convinto ancora di più: la prudenza, la precauzione (nonostante determinati costi che questo comporta) sono preferibili in ogni caso. La fretta, la precipitazione, qualsiasi tipo di “salto”, è qualcosa di affine al bolscevismo. Portare la gente con la forza, anche ai migliori regimi, significa screditare la politica dei cambiamenti, quando non far fallire tutta l’impresa.
Queste sono alcune considerazioni rispetto ai criteri e ai principi della politica della perestrojka nell’aspetto interno del paese. E’ possibile affermare che tutto questo è noto, che nell’Unione Sovietica ha acquisito (cosa che è naturale) particolari accenti e matrici, diversi da quanto precedentemente conosciuto. In generale questo è chiaro. Sì, definendo i criteri della politica della perestrojka indubbiamente ci siamo basati sui valori morali elaborati dall’umanità nel corso dei secoli, sui valori dell’umanesimo e della democrazia. Credo che questa sia stata una scelta corretta.
Intorno a questi valori c’è sempre stata e continua ancora oggi una lotta molto dura. La sua affermazione, il suo radicamento procede con difficoltà. Ma proprio questi valori e la loro realizzazione nella pratica sono la garanzia di un effettivo e non apparente progresso della società e dell’Uomo stesso.
Non posso non coincidere sul postulato del Do*****ento del Movimento Umanista che afferma: “... non si può partire da altro valore centrale che quello dell’essere umano pieno nelle sue realizzazioni e nella sua libertà”. Per questo gli umanisti proclamano: “Niente al di sopra dell’essere umano e nessun essere umano al di sotto di un altro”. Noi siamo partiti da questa stessa idea, essenzialmente, nel realizzare la politica della perestrojka.
Non tutto ciò che si era progettato venne realizzato. Il push delle forze antiriformiste nell’agosto del 1991 interruppe la politica della perestrojka. Dopo questo si cominciò una fase completamente diversa. Ma gettando uno sguardo indietro, non si può non riconoscere che in un periodo relativamente breve di tempo si riuscì a fare abbastanza. Il bilancio di quanto fatto ha il suo peso. E’ stato liquidato il sistema totalitario, che aveva tolto per molto tempo al paese la possibilità di arrivare ad essere prospero e fiorente.
E’ stata aperta una breccia sulla strada delle trasformazioni democratiche. Le elezioni libere, la libertà di stampa, la libertà religiosa, la rappresentatività degli organi di potere, la pluralità di partito, diventarono realtà. I diritti umani sono stati riconosciuti come un principio rigoroso.
E’ cominciato il movimento verso l’economia diversificata, verso l’affermazione nella pratica di ogni forma di proprietà. Nel segno della riforma agraria ha cominciato a rinascere l’agricoltura, sono nati i coloni, milioni di ettari di terra sono stati concessi agli abitanti della campagna e delle città. E’ stata legalizzata la libertà economica del produttore e hanno cominciato ad acquisire forza l’impresa, le società per azioni, la privatizzazione.
I popoli, le nazionalità hanno ricevuto una reale libertà di scelta della strada della loro autodeterminazione. Le ricerche di una riforma democratica dello stato multinazionale ci hanno condotto verso l’imminente firma di un nuovo accordo dell’Unione.
In altre parole, è stata creata una salutare base per il successivo progresso verso una società democratica e più umana.
III
In una delle sue ultime pubblicazioni, il “Dizionario del Nuovo Umanesimo”, il Movimento Umanista, partendo dal riconoscimento della vita umana come il più alto valore etico e sociale, si esprime risolutamente in favore della pace, della pace tra diversi gruppi etnici, religiosi e sociali, tra stati e gruppi di stati. Nell’ottenimento della pace, nel contributo alla mutua comprensione tra le persone appartenenti a differenti culture e generazioni, nel superamento della sfiducia, dell’odio e della violenza, il Movimento vede il suo ideale più alto.
Sono completamente d’accordo con tutto ciò. Essenzialmente tutte queste sono le idee che furono tenute completamente in considerazione dal Nuovo Pensiero, cercando di metterle in pratica nelle relazioni internazionali.
Spesso mi facevano e ancora oggi mi fanno la domanda: cosa ti ha motivato a implementare misure tanto energiche per finire la “guerra fredda”, il confronto? E molte volte in questa domanda l’idea nascosta era: non sono state le difficoltà interne dell’economia sovietica, che non sopportava la corsa agli armamenti, che ti hanno spinto?
Ovviamente il buon senso portò alla comprensione del fatto che la corsa agli armamenti, il complesso militare-industriale, letteralmente si succhiavano l’energia vitale dell’economia popolare. Ma non era possibile finire con tutto ciò senza superare l’ideologia e la pratica del confronto armato delle due “bande”, senza trasportare sul terreno della politica reale i nostri appelli propagandistici alla convivenza pacifica. Questo è evidente.
Ma in ogni caso le motivazioni principali che ci hanno dato la determinazione di fare tutto il possibile per finire la guerra fredda erano di tipo morale. Ogni persona normale comprendeva dove avrebbe potuto portare tutti il confronto, quel bilanciamento al limite della catastrofe nucleare. Ma il confronto continuava e non se ne vedeva la fine. Era chiaro: erano necessarie misure innovative, non ordinarie, per fermare quel “treno dell’inferno”.
L’analisi della situazione e delle vie d’uscita cominciò prima del 1985. E dopo l’inizio della perestrojka questo lavoro ricevette una nuova e forte spinta. Di cosa si trattava? Di ridefinire i reali interessi nazionali del paese, i parametri e gli imperativi della sua sicurezza. Di guardare lucidamente lo stato della società mondiale, i vettori e le tendenze principali del suo sviluppo. Infine, di elaborare un programma pensato di azioni concrete nelle direzioni principali della pratica delle relazioni estere.
Riflettendo su questi temi noi abbiamo compreso: la cosa non sta tanto nelle azioni implementate dalla nostra politica del passato, che stimolavano spesso il confronto, quanto in quelle concezioni che predominavano nelle relazioni internazionali e che erano proprie anche della politica estera sovietica. Concezioni che si appoggiavano su visioni dogmatiche e non sulla realtà, in una lucida analisi della situazione. Concezioni che orientavano la politica degli stati, compresa quella del nostro, verso un inflessibile confronto con il mondo “estraneo”.
Comprendevamo, chiaramente, che non tutto dipendeva da noi, dalle nostre posizioni e dalle nostre conclusioni. Il pensiero di confronto, la cultura politica di confronto era presente in tutti, da entrambe le parti della “cortina di ferro”. Ma ci siamo assunti la nostra parte: è molto ciò che dipende da noi, poiché l’Unione Sovietica era lo stato più grande del mondo, una grande potenza nucleare. Gli anni del confronto generarono - da entrambe le parti - paure, sfiducia, e noi abbiamo dato il nostro contributo in questo processo. E prendendo coscienza di tutto ciò, abbiamo cominciato a muoverci attivamente in diverse direzioni nella pratica; ma in uguale misura e non con minore attività, sul piano delle ricerche teoriche, la ricerca di principi e di criteri della nuova politica dell’Unione Sovietica stessa e della politica internazionale nel suo insieme. Principi e criteri che, non ponendo in pericolo gli interessi di nessuno, furono alla fine dei conti accettabili per tutti.
Frutto di questo lavoro fu il Nuovo Pensiero: una filosofia e una nuova metodologia per i temi mondiali.
La tesi di partenza: il riconoscimento della crescente integrità del mondo, dell’interrelazione e dell’interdipendenza degli stati che lo compongono. Verso la metà degli anni ‘80 questi processi ricevettero un potente sviluppo. Utilizzo qui le parole di Mario Rodriguez (Silo): “Arrivano tempi nuovi e nasce una nuova concezione del mondo, che si presenta oggi come una certa integrità...”.
Le fonti di questa integrità sono diverse: l’internazionalizzazione della vita economica, la mutua influenza delle decisioni politiche degli stati, la formazione di uno spazio di informazione e culturale sempre più denso.
D’altra parte, la spinta all’approfondimento dell’interdipendenza genera un’ac*****ulazione di problemi globali: ecologici, demografici, energetici, di materie prime e altri. La sua risoluzione non è possibile all’interno di un paese, e neanche di una regione. Questo esige la collaborazione internazionale, la mobilitazione dei potenziali materiali e spirituali di tutti i popoli del mondo.
Tutto questo, naturalmente, non toglie che continuino a esistere problemi nazionali e regionali, problemi sociali e di classi. Ma in definitiva la loro risoluzione non sarà completa ma limitata, quando non impossibile, se non si tengono in considerazione le nuove realtà globali di un mondo che si va unificando.
Considerando quanto detto, il Nuovo Pensiero ha promosso come uno dei suoi principi più importanti il seguente: oggi sono passati in primo piano non gli interessi nazionali, locali o di classe, ma gli interessi umani. Precisamente la soddisfazione di questi interessi risulta - in larga misura - una premessa per la soddisfazione di tutti gli altri.
Questa conclusione si è convertita in spina dorsale del Nuovo Pensiero. E’ quella che ha permesso di valutare nella misura adeguata il significato vitale dei principi morali per le relazioni internazionali, che lungo i secoli furono elaborati dai popoli e coniati dalle grandi menti dell’umanità.
Purtroppo devo ammettere che questa conclusione, teoricamente nuova, per molto tempo si è mantenuta e ancora oggi si mantiene fuori dal campo di vedute di importanti scienziati stranieri che hanno studiato la questione dell’interdipendenza. Tra i politici, a loro volta, è abbastanza diffuso il punto di vista che non ha senso parlare dell’umano, a loro interessano prima di tutto i loro interessi egoisti.
Devo dire che mi infonde rispetto il modo in cui il Movimento Umanista pone la questione di fare differenza tra “globalizzazione” e “mondializzazione”. Certamente da un punto di vista terminologico questo dà da pensare, poiché, sostanzialmente, sono termini molto vicini. Ma la cosa importante è che il Movimento Umanista rifiuta quel modo di concepire la globalizzazione che riduce tutto questo processo oggettivo alla consolidazione delle posizioni dei gruppi finanziari internazionali, dei monopoli internazionali, a scapito degli interessi degli stati, dei popoli, delle comunità nazionali; alla subordinazione di queste ultime agli interessi dei gruppi e dei monopoli citati. Questa tendenza, effettivamente, esiste.
A sua volta, il Movimento Umanista contrappone a tale globalizzazione, la mondializzazione. Questa è il processo di avvicinamento delle diverse culture, che non implica tuttavia né l’omogeneizzazione dei paesi e dei popoli, né la perdita delle loro rispettive identità.
Il Nuovo Pensiero, al pari delle tesi sull’unificazione del mondo, sull’interdipendenza, ha presentato la tesi che questo mondo è, allo stesso tempo, un mondo di molteplicità. La dialettica tra integrità e molteplicità, unità e individualità, specificità dei paesi, dei popoli, delle regioni del pianeta, è una delle forze motrici del progresso contemporaneo. Il mondo non è un’omogeneità, ma un’unità nella diversità, nel confronto e nell’accordo delle differenze.
La tesi sulla molteplicità del mondo, si intende, non è nuova. Cosa ha introdotto il Nuovo Pensiero nella comprensione di questo fatto? Ha portato il riconoscimento della diversità verso una conclusione logica necessaria: il riconoscimento dell’indiscutibile libertà di scelta di ogni popolo del suo cammino di sviluppo e del suo stile di vita particolare.
Ogni paese, ogni popolo ha i suoi diritti e i suoi interessi, le sue aspirazioni e tradizioni. Questa è una realtà importantissima del nostro tempo. Ma lo sviluppo di questo processo evidentemente ha superato la capacità di alcuni politici dei grandi paesi di analizzare e di comprendere i cambiamenti irreversibili che hanno luogo. Da qui i residui di aspirazione all’egemonismo, alla subordinazione di altri paesi ai propri interessi, all’intromissione e al comando di altri con l’aiuto di mezzi politici, economici e anche militari. Ma tutto questo contraddice il senso stesso di quel colossale progresso nel corso della storia mondiale, relazionato con il superamento del colonialismo, con la conversione di decine di paesi in attori sovrani dell’arena politica mondiale.
Mi è molto vicina la proposta del Do*****ento del Movimento Umanista che dice: “Gli umanisti sono internazionalisti, aspirano a una nazione umana universale. Hanno una visione globale del mondo in cui vivono e agiscono nel loro ambiente. Non desiderano un mondo uniforme bensì multiforme: multiforme nelle etnie, nelle lingue e nei costumi; multiforme nei luoghi, nelle regioni e nelle autonomie; multiforme nelle idee e nelle aspirazioni; multiforme nelle credenze, nell’ateismo e nella religiosità; multiforme nel lavoro; multiforme nella creatività”.
Ma il riconoscimento della molteplicità del mondo, del diritto dei popoli alla libertà di scelta, inevitabilmente porta con sé un’altra conclusione, che è stata fatta anche dal Nuovo Pensiero. Consiste nel fatto che le relazioni internazionali devono essere costruite non sul bilanciamento di forze, sulla politica della forza, ma su una politica di indiscutibile rispetto degli interessi di tutti gli stati, sul bilanciamento provato dei loro interessi.
Si intende che è molto importante per ogni stato identificare correttamente i suoi interessi. Non permettere a un gruppo egoista, egemonico, di porre il suo avaro interesse come nazionale, statale. Questa è una questione di responsabilità dei politici di ogni paese e di onestà nelle loro intenzioni.
E infine il problema della sicurezza. Per secoli si è pensato che il migliore metodo per garantire la sicurezza di uno stato fosse l’ac*****ulazione di forza militare, che superasse in potenza il possibile avversario. Anche nel diritto internazionale, fino agli anno ‘20 del XX secolo la guerra, i metodi militari e violenti di garantire la sicurezza, erano considerati come legali e ammessi.
L’ingresso dell’umanità nell’era nuclear-missilistica, il cambiamento qualitativo del tipo di armamenti, aprirono un campo fondamentalmente nuovo nella storia umana. Un conflitto con l’utilizzo di armi moderne è capace di condurre allo sterminio totale del genere umano. Ma questo significa che la tipologia degli armamenti moderni non lascia a nessuno stato la speranza di difendere se stesso solo con mezzi militari. Garantire la sicurezza si presenta sempre di più come un compito politico, che corrisponde a risolvere, prima di tutto, con metodi politici.
E i metodi politici sono giustamente quella ricerca di un bilanciamento di interessi, la considerazione reciproca degli interessi nel corso dei negoziati, delle discussioni e dei contatti di diverso genere. Alla base dei negoziati, che implicano tolleranza, realizzare una ricerca conseguente di soluzioni mutuamente accettabili.
Nasce in queste condizioni una nuova dialettica della forza militare e della sicurezza. Con l’aiuto della guerra nucleare, e adesso sempre di più, della guerra con i nuovi tipi di armamenti cosiddetti convenzionali, che si avvicinano per le loro possibilità distruttive a quelli nucleari, non è possibile raggiungere obiettivi politici ragionevoli. Ma è del tutto possibile lanciare l’umanità intera verso un abisso catastrofico.
Ovviamente, essendo realista, è difficile immaginare che in un futuro prossimo l’umanità sia nelle condizioni di rinunciare completamente all’uso della forza militare per la risoluzione delle contraddizioni esistenti o possibili. Tuttavia, con un minimo accordo della maggioranza dei membri della comunità mondiale, il campo di applicazione della politica della forza potrebbe essere limitato, ridotto. E che l’utilizzo della forza sia sottomesso al più severo e immediato giudizio.
Tuttavia la nuova tipologia degli armamenti, la nuova dialettica della forza militare e la sicurezza obbligano a trarre un’altra conclusione: la sicurezza nelle condizioni attuali può essere solo reciproca (specialmente se si tratta delle grandi potenze, in primo luogo di quelle nucleari), e se consideriamo le relazioni internazionali nel loro insieme, solo globale. Da questo è partito il Nuovo Pensiero.
Tali sono alcuni dei principi e dei criteri fondamentali del Nuovo Pensiero per quanto riguarda la politica internazionale. Si può quindi porre una domanda: forse tutto ciò che si è detto qui è nuovo? Forse non è stato proposto niente di tutto ciò prima? Certamente, molto di tutto questo era stato detto e proposto prima. Ricordo che rispetto alla necessità di un nuovo pensiero nel secolo nucleare aveva già parlato a suo tempo Albert Einstein. Di quello parlarono anche i partecipanti all’incontro di scienziati di Paguosh nel 1982: 111 dei 118 premi Nobel in scienze naturali.
Cosa ha proposto il Nuovo Pensiero in questa sfera?
Prima di tutto il Nuovo Pensiero ha riunito varie idee e visioni espresse precedentemente in un unico e armonioso sistema. Ha completato questo insieme di idee con nuove proposte, delle quali si è parlato sopra. Infine, e questa può essere la cosa più importante, ha convertito le idee proposte in attività pratica, in una pratica politica reale.
Qui non è possibile e difficilmente sarà necessario, raccontare di nuovo tutta la storia dell’attività diplomatica negli anni della perestrojka. Sarà utile, tuttavia, tentare di fare un bilancio di quanto raggiunto dalla politica del Nuovo Pensiero.
Il primo e principale guadagno ha consistito nel fatto che proprio come risultato della politica della Perestrojka, del Nuovo Pensiero, si è conclusa la “guerra fredda”. Si è arrivati alla fine di un lungo e potenzialmente mortale periodo dello sviluppo mondiale, quando tutta l’umanità viveva sotto la continua minaccia di una catastrofe nucleare.
E’ noto che da vari anni si discute su chi ha vinto e chi ha perso nella “guerra fredda”. A mio parere il modo stesso di porre la questione è un tributo al passato, al pensiero del confronto.
Dalle posizioni della ragione è evidente che ha vinto l’umanità intera, ogni paese, ogni essere umano. La minaccia dello sterminio nucleare è passata a far parte della storia, ovviamente se non si fanno salti indietro, il che dipende dai politici e dalla politica.
Un altro importante risultato della pratica del Nuovo Pensiero nella sfera della politica mondiale: l’eliminazione dello scenario della “guerra fredda” ha dato la possibilità della libertà di scelta a molti popoli in Europa e nel “terzo mondo”, ha liberato il processo democratico artificialmente fermato per decenni. Il campo d’azione delle forza del totalitarismo si è significativamente ridotto. Il campo dello sviluppo democratico si è ampliato.
In definitiva, la perestrojka sul piano internazionale si è convertita in fattore di perfezionamento, di umanizzazione delle relazioni internazionali.
Il Nuovo Pensiero ha lasciato in eredità alla politica mondiale:
- una concezione globale della sicurezza internazionale, adeguata alle nuove condizioni; concezione la cui realizzazione è in grado di garantire una sicurezza ugualitaria per tutti. Non è casuale che abbia ricevuto l’appoggio di una grande quantità di risoluzioni dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.
- una concezione che intende in modo ampio la sicurezza internazionale: non solo come politico-militare, ma abbracciando tutti gli aspetti dell’esistenza della comunità mondiale, tutti i fenomeni capaci di produrre una minaccia per la sicurezza della gente, delle nazioni, degli stati.
- una concezione di un mondo non-nuclare, non-violento;
- una nuova metodologia di trattamento dei temi internazionali, basata su un tipo di relazione neutro, non ideologicizzato, sul bilanciamento di interessi, sul primato indiscutibile dei mezzi politici, sulla ricerca di accordi ragionevoli, basati sul bilanciamento di interessi, sul riconoscimento a tutti i popoli della libertà di scegliere il proprio cammino.
IV
Ora, nella seconda metà degli anni novanta, la situazione mondiale non dà molti fondamenti all’ottimismo. Le speranze in un profondo rinnovamento della politica mondiale, che sono nate negli anni del superamento del confronto, evidentemente non sono state giustificate. Inoltre sotto alcuni aspetti si è prodotta una certa retrocessione. Si sono rinnovati gli intenti di formulare “l’immagine del nemico”, di infondere la sfiducia tra popoli. In vista ci sono piani (come ad esempio il piano della NATO di espansione verso l’Est) la cui realizzazione è in grado di introdurre nuovamente linee divisorie in Europa. La politica della forza evidentemente non vuole mollare le sue posizioni. Ha luogo anche ciò che ha ricevuto il nome di una nuova corsa agli armamenti: la creazione di nuovi, sempre più pericolosi tipi di armamenti, anche quando vengano chiamati “convenzionali”. In molte regioni del mondo, Europa compresa, sorgono focolai di conflitto, generati in molti casi come risultato di azioni irrazionali, anche degli stati più grandi.
Dov’è la causa di tutto questo? Prima di tutto nelle azioni dei politici. Nel fatto che i leader di molti paesi si sono allontanati troppo da quei principi che li guidarono negli anni del superamento della “guerra fredda”. Ovviamente neanche in quel periodo tutti, né dovunque, adottarono le idee del Nuovo Pensiero. Ma molte di queste idee furono, per lo meno, appoggiate. La loro adozione da parte di importanti attori di quegli anni fu ciò che permise di aprirsi il passo nella giungla del confronto. Ma ora in molti casi entrano in scena forze affezionate alle tradizioni del passato, quelle stesse che alimentarono la “guerra fredda”.
Un’altra causa, non meno importante, dei salti all’indietro avvenuti: la disintegrazione dell’Unione Sovietica. Questo paese fu, sebbene con tutti i difetti della sua politica negli anni precedenti alla perestrojka e con tutte le difficoltà degli anni della perestrojka, un ostacolo sufficientemente affidabile e rispettabile nel cammino delle aspirazioni di egemonia, del cattivo uso della politica della forza. Con la sparizione di questo paese dalla mappa mondiale, la relazione di forze politiche è cambiata. E non nella direzione migliore.
E un’altra cosa importante: l’allontanamento della Russia, succeduta all’Unione Sovietica nell’arena internazionale, dai principi della perestrojka tanto nella politica interna quanto in quella estera.
All’interno del paese ha trionfato la posizione di coloro che si orientano verso gli interessi egoisti di determinati gruppi, daii quali hanno preso come “modelli” di sviluppo ricette importate, inadeguate alla situazione russa, contrapposte alle tradizioni russe. Risultato: una profonda crisi della democrazia, debacle economica, catastrofe sociale.
Per quanto riguarda la politica internazionale, per vari anni dopo il 1991, semplicemente ha perso i riferimenti, ha perso la sua voce, si è dimenticata degli interessi del paese. Ora la situazione è un po’ migliorata, ma il danno causato non è ancora stato riparato.
Oggi in Russia e nel mondo spesso si può sentire: Nuovo Pensiero? E’ un frutto del suo tempo, ha già vissuto abbastanza. Ma da parte mia, non sono affatto d’accordo.
Dico di più. Sono convinto che la Russia, ad esempio, può di fatto progredire sul cammino della rinascita nazionale solo se torna alle idee umaniste della perestrojka, a quegli orientamenti di cui abbiamo parlato prima. Solo con questa condizione la Russia potrà rinascere come una potenza democratica, pacifica e umana.
E sul piano internazionale? Lo stesso, poiché tutte le tendenze dello sviluppo mondiale, dalla cui considerazione è partito il Nuovo Pensiero, continuano ad esserci. E continuano ad approfondirsi. La cosa certa è che queste tendenze, con sempre più attività, cercano di essere utilizzate per il suo interesse dal capitale finanziario internazionale e dalle compagnie multinazionali. E questo influisce negativamente su tutti gli aspetti della vita della comunità mondiale.
Non è possibile dissentire con l’acuta e giusta valutazione di Silo: “Mentre cresce la struttura regionale e mondiale di potere delle compagnie multinazionali, mentre il capitale finanziario internazionale si va concentrando, i sistemi politici perdono la loro autonomia e la legislazione si adatta ai dettami dei nuovi potenti del mondo”. Questo parla di una cosa: è necessario contrapporre ai processi malaticci dei nostri tempi una politica pensata, equilibrata, basata su principi umanisti, di collaborazione globale dei paesi e dei popoli per il benessere dell’Essere umano. E questa politica per il momento non esiste.
D’altra parte, i principi politici del Nuovo Pensiero e la metodologia da esso elaborata per la gestione dei temi internazionali - che ora cercano di sostituire con copie degli arsenali degli inizi del XX secolo, quando non del XIX secolo, con principi del tipo “divide et impera” - sono quelli in grado di togliere la politica mondiale dal labirinto in cui rischia di cadere nuovamente.
Ovviamente non sto incitando in alcun modo a una meccanica “ripetizione di quanto fatto”. Il Nuovo Pensiero, per quanto riguarda la politica interna (tenendo in considerazione i cambiamenti avvenuti in Russia), e per quanto riguarda la politica internazionale, deve continuare a svilupparsi. Deve considerare pienamente i nuovi fenomeni e le nuove esigenze da essi generate, le nuove sfide di questo tempo.
Ma di quale sviluppo stiamo parlando? Sono convinto che si tratta di uno sviluppo nello spirito di una sempre più completa comprensione e assimilazione delle idee dell’umanesimo. Si tratta di portare al superamento della malattia della civilizzazione attuale, alla transizione dell’umanità verso una nuova civilizzazione.
A volte si dice che non è ancora arrivato il tempo di una nuova civilizzazione, che si deve aspettare un momento più favorevole. Non è così, i problemi si acuiscono, il tempo passa e non bisogna perderlo. Non ci sono momenti ideali. E’ necessario agire adesso, non lasciar peggiorare la situazione.
Ma come deve essere questa nuova civilizzazione? Oggi l’umanità vive in condizioni tali che deve continuamente preoccuparsi della propria sopravvivenza. Questo non è uno sviluppo normale. Uno sviluppo normale è progressista, uno sviluppo che garantisce - e qui parlo con i termini degli umanisti - “il superamento del dolore e della sofferenza” della gente.
Ho detto sviluppo progressista. Ma adesso è necessario far progredire l’idea stessa di progresso. L’ascesa dell’umanità verso la realizzazione del senso della sua storia deve esserci senza il danno interminabile all’Uomo e alla natura, senza il degradante e distruttivo sfruttamento della gente e di interi popoli, senza la perdita irrecuperabile di valori morali e spirituali e, ovviamente, nelle condizioni di una collaborazione globale, egualitaria, libera da elementi di violenza armata, nelle condizioni di una sviluppo pacifico per tutti.
Su un piano più ampio, immagino la civilizzazione del futuro non uniforme, omogenea, ma al contrario diversificata, pluralista. Solo in questo caso essa potrà adattarsi meglio all’accelerazione dei cambiamenti, alle sfide di questo tempo.
Non entriamo in dettagli, la costruzione speculativa di schemi della civilizzazione del futuro è un tema improduttivo. Il futuro cresce da oggi, dalle sfide di domani, alle quali è necessario dare risposta, dalle tendenze oggettivamente determinate dallo sviluppo della società.
La nostra Fondazione ha scelto per sé il distintivo: “Verso una nuova civilizzazione”. E noi studiamo attentamente i problemi corrispondenti. Ovviamente non da soli, ma insieme a quelle persone e organizzazioni che sono disposte a partecipare alla ricerca di cammini reali verso un futuro migliore. Tra di esse, insieme al Movimento Umanista.
Propongo, tuttavia, la seguente domanda: è reale l’avanzamento verso una nuova civilizzazione? Non è una nuova utopia? Penso che le lezioni dell’ultimo decennio e prima di tutto della perestrojka che è stata, per così dire, un esame pratico dei metodi umanisti per la trasformazione della società, ci permettano di dare all’ultima domanda una risposta negativa.
In cosa consistono queste lezioni? In primo luogo nel fatto che, come ha dimostrato la perestrojka, l’affermazione delle idee dell’umanesimo e della democrazia, sebbene in una società sovraccaricata di totalitarismo, è una cosa del tutto reale. In realtà in Unione Sovietica in soli cinque anni sono avvenuti cambiamenti giganteschi. Di questo abbiamo già parlato. Inoltre tali cambiamenti possono essere effettuati nei paesi in cui, già da molto tempo, si affermano le tradizioni democratiche, concretizzandosi in modo distorto nella pratica.
In secondo luogo, le lezioni dell’ultimo decennio ci dicono: la politica è chiamata a giocare un ruolo decisivo nella concretizzazione dei cambiamenti. Una politica che unisca la sua attività a principi morali, che serva la causa dell’umanesimo. La perestrojka dice: l’elaborazione di tale politica e la sua applicazione sono possibili anche in una società con una pesante eredità del passato. Ancora di più saranno possibili in paesi che non abbiano tale eredità.
In terzo luogo queste lezioni affermano: i cambiamenti umanisti e democratici sono possibili solo nel caso in cui non siano tema esclusivo dei vertici politici, ma che si convertano in un guadagno del popolo, della società nel più ampio senso della parola.
Questo si relaziona, a proposito, tanto alla politica interna quanto a quella internazionale. L’applicazione della politica del Nuovo Pensiero sarebbe stata estremamente difficoltosa, e sotto certi aspetti impossibile, se non avesse ricevuto l’appoggio ampio da parte delle forze sociali: dagli scienziati ai religiosi, dalla gioventù fino ai rappresentanti più importanti della cultura mondiale. Negli ultimi tempi l’attivismo delle forze sociali si è indebolito. In questo contesto richiama fortemente l’attenzione l’attività di organizzazioni come il Movimento Umanista , la campagna iniziata dagli umanisti per un “Mondo senza guerre”. Con un sincero desiderio di successo nei suoi lavori io vorrei finire questo scritto.
Prendendo in considerazione le lezioni del passato vicino, ispirandoci alle idee dell’umanesimo e del Nuovo Pensiero possiamo, credo, guardare verso il futuro con ottimismo.
Traduzione dal russo allo spagnolo: Hugo Novotny.
Traduzione dallo spagnolo all’italiano: Valentina Furnari.
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