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di Ilya Prigogine (apparso su El Pais, anno 20, maggio 1996 pag. 29/30) In questo secolo il mondo ha sperimentato la maggiore espansione mai raggiunta in quanto a popolazione e a capacità produttiva; questo ha supposto una enorme espansione di tutte le attività umane. Un altro elemento è costituito dalla riaffermazione dei popoli non europei di tutto il mondo. In tutti i campi dobbiamo superare le tradizionali prospettive eurocentriche.
Nel secolo XIX abbiamo assistito anche alla frammentazione delle scienze umane in economia, scienze politiche e sociologia. Ore sembra evidente che dobbiamo superare queste barriere. Inoltre, sono state messe in dubbio le ideologie tradizionali in tutti i campi. L'umanità è in un'epoca di transizione. In questo breve articolo voglio sottolineare come anche la scienza si trovi in un'epoca di transizione. In questo senso dobbiamo superare anche il punto di vista eurocentrico e la frammentazione ereditata dal passato. Molti storici sono d’accordo sul fatto che la visione teologica, secondo la quale Dio era concepito come legislatore onnipresente, svolse una funzione essenziale nella nascita della scienza occidentale che ha predominato dal secolo XVII.
Il modello della scienza fu dato dalla fisica newtoniana, in cui c'è una completa simmetria fra passato e futuro. Questa è quasi una visione teologica: al pari di Dio, non abbiamo bisogno di distinguere fra passato e futuro e, come lui, possiamo avere certezze. Di conseguenza la scoperta delle leggi deterministiche della natura, siano esse le leggi della fisica classica di Newton o della fisica quantistica di Schrodinger, avvicinò la conoscenza umana al punto di vista divino e atemporale. Ma questo concetto del mondo come automa portò al dualismo che tuttora pervade la cultura occidentale. Come riconciliare il punto di vista newtoniano con l'esperienza umana? Questa è l'origine delle due culture descritte da Snow. Il concetto di natura passiva sottomessa a leggi deterministiche e reversibili nel tempo è abbastanza specifico del mondo occidentale. In Cina e in Giappone, natura significa ciò che è in sé. Importanti scienziati giapponesi come H. Yukawa si sono sempre meravigliati al momento di confrontarsi col punto di vista occidentale sulla natura.
Nell'ottobre del 1944, uscì un numero speciale di Scientific American dedicato alla vita nell'universo. A tutti i livelli, sia in cosmologia che in chimica, in biologia o nelle società umane, vediamo instabilità, fluttuazioni ed evoluzione.
Chi si sarebbe sognato, agli inizi del secolo, che la maggior parte delle particelle elementari sono instabili, per cui il nostro universo ha una storia?
Anche la scienza si trova in un periodo di transizione. Passiamo da un punto di vista geometrico classico ad una descrizione della natura in cui l'elemento narrativo è essenziale. La natura ci racconta una storia. Ma questo esige nuovi strumenti, nuovi punti di vista sullo spazio e sul tempo.
Credo che incominciamo a vedere la direzione secondo cui dobbiamo essere capaci di includere questi nuovi aspetti narrativi nella nostra descrizione fondamentale della natura. Un campo di studio importante è quello della fisica del non equilibrio. Vicino all'equilibrio, un sistema è stabile un semplice esempio è dato dal pendolo di frizione-. Quando lo tocchi torna allo stato di energia potenziale minima, che è il suo stato di equilibrio. Ma in molti campi, sia in chimica che nello studio dei fluidi, ci interessano le condizioni di non equilibrio. Ci sono forze che impediscono che il sistema raggiunga l'equilibrio. Un esempio semplice è dato dall'ecosfera. La radiazione solare impedisce che raggiunga l'equilibrio. Il punto importante è che lontano dall'equilibrio, non esiste più nessuna garanzia che il sistema torni al suo stato iniziale quando lo si tocca. Al contrario, il sistema inizia a esplorare nuove strutture, nuove classi di organizzazioni spazio-tempo che io chiamo strutture di dispersione.
Appare una nuova coesione che porta, ad esempio, a proprietà simili a quelle delle onde, come quelle che si osservano nelle reazioni chimiche oscillanti. In esse le molecole tutte assieme diventano azzurre e poi tutte rosse, e così di seguito. Ciò è sorprendente perché, per poter vedere questo cambiamento di colore, sono necessari processi di coesione che implicano migliaia di milioni di particelle. Spesso descrivo questo comportamento dicendo che la materia prossima all'equilibrio è cieca: ogni particella può vedere solo le sue vicine. Tuttavia lontano dall'equilibrio, ci sono correlazioni di ampia portata, essenziali per costruire nuove strutture.
La vita sarebbe impossibile senza questi processi di non equilibrio. Ora possiamo persino spingerci più lontano e chiarire l'immagine atomica o molecolare che porta a questi fenomeni. La fisica tradizionale incentrava la ricerca sulle traiettorie individuali (o funzioni d'onda nella teoria quantistica). Ora dobbiamo ricorrere alle popolazioni. Le popolazioni di traiettorie acquisiscono nuove proprietà. In questo senso, ancora una volta, il totale è maggiore della somma delle parti. Al livello delle popolazioni sorge la distinzione fra passato e futuro, la freccia del tempo. Allora, però, le leggi della natura non parlano più di certezze ma di possibilità.
Fin dagli albori della razionalità, i filosofi hanno discusso sull'immagine della natura in cui siamo immersi. Siamo, come immaginò correttamente K. Popper, spettatori di un film realizzato una volta per tutte? Non sappiamo chi sarà la vittima né chi sarà l'assassino. Ma il produttore sì che lo sa. Oppure stiamo in un mondo in cui il futuro non è dato, in cui il futuro è una costruzione sempre in movimento?
Credo che gli ultimi avanzamenti ai quali ho fatto riferimento, dimostrino che la seconda idea è quella corretta. Ma questo starebbe a significare che adesso possiamo vincere il dualismo a cui mi riferivo precedentemente. Questo riduce la distinzione fra scienze pure, con la loro pretesa di certezza, e le scienze umane, con i loro limiti alla prevedibilità. Questa riduzione di contraddizioni non implica, come accadde spesso nei tentativi di unificazione intrapresi in passato, una concezione delle umanità come meccaniche, ma piuttosto una concezione della natura come attiva e creativa. In questo senso, questa formulazione della scienza va più in là del punto di vista eurocentrico e porta con sé un messaggio più universale e più accettabile per le altre culture.
Credo anche che il passaggio da un punto di vista determinista ad un altro che riconosca il ruolo centrale della probabilità e dell'irreversibilità vada associato ad un punto di vista più ottimista sulla natura e sul ruolo degli esseri umani.
In un certo momento, Einstein pone l'intrigante quesito su chi dovrebbe fare scienza. La sua risposta fu: la gente a cui non piace vivere in ambienti molto popolati, la gente a cui piace andare sulle alte montagne per godere dell'aria fresca e stare in armonia con la natura. Per Einstein, il principale rappresentante della scienza classica, questa era la maniera di trascendere la tragedia del tempo. Einstein visse in un momento storico difficile, segnato dalle guerre e dall'antisemitismo. Per lui la scienza era un modo per fuggire dalle disgrazie della storia.
Continua ad essere questa la funzione della scienza? Attualmente, la funzione della scienza non consiste forse nel ripulire le città contaminate, piuttosto che nella fuga verso le montagne?Qual'è, allora, il compito della scienza nel momento attuale? Permettetemi di finire con un commento molto utopico e anche molto personale. Mi hanno sempre interessato le civiltà neolitiche.
Quando le civiltà neolitiche evolsero trasformandosi in civiltà storiche, ebbe luogo non solo l'apparizione della grande arte, ma anche la divisione del lavoro e un aumento della violenza e della disuguaglianza. Questo appare evidente dalla natura delle tombe. In tempi neolitici, c'erano le stesse tombe per tutti. Comparate questa uniformità con le piramidi dei faraoni o con le camere mortuarie degli imperatori della Cina in epoche storiche. In un certo senso la civiltà è sempre stata segnata da un doppio aspetto: creare valori che arrechino beneficio ma che sembra siano resi possibili unicamente attraverso lo stabilirsi di un sistema di violenza sistematica. Questo problema non è stato ancora risolto. Spero che, grazie alla scienza, e non dipenderà unicamente dalla scienza, e grazie al perfezionamento delle comunicazioni, possiamo costruire un mondo che mostri meno disuguaglianze, meno violenza insita e che, allo stesso tempo, conservi i vantaggi della civiltà. Ilya Prigogine. Fisico, chimico e professore della Libera Università di Bruxelles. Premio Nobel per la chimica nel 1977.
------------- ILYA PRIGOGINE. TESTO DELL'INTERVISTA PUBBLICATA SU "LA NACION" DEL 19 MAGGIO 1996. INTERVISTA DI: NORA BAR.
"Il tempo è la sostanza della quale sono fatto. Il tempo è un fiume che mi porta via, ma il fiume sono io; è una tigre che mi sbrana, ma la tigre sono io; è un fuoco che mi consuma, ma il fuoco sono io. Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges". Jorge Luis Borges, "Nuova refutazione del tempo".
"Il premio Nobel? E' al bar" disse di soppiatto il portiere dell'Hôtel Claridge. Bastò girare la testa per vedere il tavolo da tè nella penombra. Al centro di un gruppo dove si conversava animatamente se ne stava, con atteggiamento compiacente ed un sorriso beato, Ilya Prigogine. I suoi lavori sulla termodinamica e sui sistemi instabili e la messa in discussione delle leggi fondamentali della fisica sconvolgevano le basi del pensiero scientifico tradizionale. Cinquant'anni fa il dottor Prigogine propose una tesi audace e provocatoria: a differenza di Galileo o di Newton, che concepirono un universo geometrico, stabile, deterministico e reversibile nel tempo; o di Einstein, il quale assicurava che il tempo è una illusione, egli affermò che il problema del tempo sta nel cuore stesso della fisica e da allora dedicò la sua vita a dimostrare come la freccia del tempo può emergere da un mondo al quale la fisica aveva attribuito una simmetria temporale.
"Fin da quando entrai all'università mi sentii attratto dalla questione del tempo - spiega - ma mi ci volle molto per riuscire a provare il suo ruolo costruttivo. Mi trovai dinanzi alla necessità di generalizzare le leggi fondamentali e questa fu un'impresa molto grande, perché non si trattava di dire che Newton si era sbagliato, di dire che la meccanica quantistica era comunque falsa. Si tratta di circoscrivere i campi, di vedere in quale caso si può applicare e in quale no. Questo richiede molta dedizione.". Fu così che lo studio del caos e dei processi irreversibili condusse a nuovi concetti come auto organizzazione e strutture dissipative, poi utilizzati in tutti i campi della scienza, dalla cosmologia all'ecologia, alle scienze sociali ed alla teoria della comunicazione. Oggi, a 79 anni, Ilya Prigogine è considerato una pietra angolare del pensiero contemporaneo e le sue teorie una svolta nel cammino della conoscenza, dopo la quale il paesaggio delle idee sta cambiando radicalmente. Invitato a partecipare alle attività della Fiera del Libro dal gruppo Spazio Latino e ad inaugurare, nella provincia di San Luis, un centro di studi multi disciplinari che porta il suo nome, oggi lo troviamo particolarmente disposto al dialogo. D- Il suo ultimo libro si intitola "La fine delle certezze". In esso lei afferma che la scienza ormai non può offrirci nessuna certezza riguardo al futuro, che il futuro è impredicibile. Non è, in un certo qual modo, un fallimento?
R- Come fisico, non posso scegliere la mia descrizione della natura. Cerco semplicemente di descrivere il mondo così come appare. Pertanto non posso scegliere tra un mondo casuale ed uno che contenga certezze. Direi però che, da un punto di vista generale - discuto di questo nel mio libro -, l'idea di certezza è molto pessimista perché, nel fondo, implica una disillusione. Come diceva Popper, sappiamo che ci sarà un crimine, ma non sappiamo chi sarà assassinato, né chi sarà l'assassino; sappiamo solo che qualcuno lo sa. Il determinismo è la negazione di tutto ciò che è creativo, è la negazione dell'immaginazione. In fondo, quelli che furono i grandi apostoli della certezza, Cartesio ed Einstein, non potevano scappare dal tempo se non attraverso la morte. Per questo credo che, affermando che non tutto è predeterminato, che ci troviamo in un mondo in costruzione, affermiamo la possibilità del progresso, del miglioramento della condizione umana.
D- In un mondo che -come lei afferma - è governato dal disordine, dal caso, possono gli scienziati enunciare leggi ed esprimere relazioni in termini matematici? R- Si, certamente. Per prima cosa, non bisogna identificare entropia e disordine. Ogni struttura complessa, che si tratti della biosfera o degli anelli di Saturno, è il risultato del non equilibrio. La mia insistenza su questi sistemi fa entrare la fisica nell'insieme delle scienze. Si tratta di passare da un'immagine geometrica del mondo ad una nuova invenzione - come diceva Bergson - della realtà. Per esempio, le matematiche dovranno essere diverse, dovranno esprimere la novità. A differenza della matematica classica, interessata ai casi individuali, i nuovi modelli saranno legati alla descrizione di popolazioni. La freccia irreversibile del tempo emerge nella scala del collettivo, delle popolazioni. E si può vedere questo nella storia umana: in fondo tra l'uomo individuale di 5000 anni fa e quello di oggi non c'è una gran differenza. Ma la società è cambiata, le relazioni sono cambiate... E' in fondo da due o tre anni che abbiamo cominciato ad avere una buona matematica per poter descrivere questa idea. E' interessante constatare che ogni qualvolta è stato fatto un gran salto nella fisica, è stato necessario creare una nuova matematica. Newton lo fece con il calcolo differenziale; Einstein con la geometria non-euclidea e, in questo caso, è necessaria una analisi funzionale. Dal momento che possediamo questi strumenti matematici, posso dormire tranquillo.
D- Diverse religioni propongono che Dio abbia creato il mondo a partire dal caos; in arte si parla di un caos creativo. Anche in fisica il caos può avere un ruolo creativo, positivo? Inoltre, può il caos condurre verso l'ordine?
R- Si, di sicuro. Possiamo considerare il caos da differenti punti di vista: in quanto disordine, come negazione del futuro; ma anche come germe di possibilità tra le quali alcune si realizzeranno ed altre no. Un paio di anni fa scrissi "Les lois du chaos" (Le leggi del caos), nel quale sostengo che esse conducono ad una descrizione globale, statistica del possibile. E quando dico "il possibile", parlo della descrizione dell'aleatorio. Secondo me, alla fine dobbiamo trovare una via intermedia fra il determinismo - che è alienante, perché qual'è, allora, il nostro ruolo? - e l'altra alienante concezione che concepisce l'universo come governato assolutamente dal caso. La via intermedia fra questi due estremi, entrambi ugualmente alienanti, è quella corretta.
D- Da questa nuova visione della scienza sorge anche una nuova filosofia?
R- Credo che, prima di tutto, questa visione rappresenti il superamento della tradizionale separazione del pensiero occidentale in due culture. Nella fisica tradizionale c'è un'insistenza sull'assenza della freccia del tempo: le leggi di Newton e di Einstein erano ugualmente reversibili nel tempo. D'altra parte, nella filosofia moderna esiste una insistenza sul tempo. E siccome il tempo è la dimensione esistenziale essenziale, da lì proviene la separazione che provoca il dualismo della civiltà occidentale. Ponendo la freccia del tempo alla base della nostra descrizione della natura, creiamo una visione più unificata del mondo. E non dobbiamo scegliere tra la scienza alienante ed una filosofia anti-scientifica. Esiste un abisso fra i sociologi, gli storici, i quali raccontano storie, parlano del tempo, e la scienza, che non racconta storie, ma deve elaborare una geometria. Dal mio punto di vista, dobbiamo superare questo sdoppiamento ed avere una visione più globale: nella scienza, in filosofia ed in letteratura.
D- Nella sua opera lei si chiede se esista un tempo preesistente al nostro universo. Ha trovato la risposta?
R- L'origine dell'universo è una questione molto complessa; non posso dire di aver trovato una spiegazione definitiva. In un recente libro, Paul Davies scrive che la più grande scoperta dell'ultimo secolo è che il tempo ha un inizio e probabilmente una fine. L'inizio del tempo è quello che i credenti chiamano la creazione dell'universo ad opera di Dio. E' possibile, ma credo che si possa tenere un diverso atteggiamento. Ricordiamo che all'inizio del tempo ci fu creazione della materia, trasformazione; allora io credo che non si possa comprendere l'universo se non grazie all'esistenza di una freccia del tempo all'inizio dell'universo. In questo senso dico che il tempo precede l'universo. Di sicuro, se c'è una spiegazione fisica del nostro universo, allora devono esserci altri universi. O il nostro è un fenomeno unico e al di fuori della fisica; o è un fenomeno naturale come la formazione delle galassie o della vita.
D- Nelle sue opere lei di solito inquadra le idee scientifiche alla stregua di un antropologo. Cosa scopre negli stretti vincoli che uniscono la scienza al resto della cultura? R- E' un tema che mi ha interessato moltissimo. Le differenti visioni del mondo che appaiono a partire dal neolitico sono visioni stabili del mondo. La vita eterna viene assicurata dagli dei e l'inquietudine viene dal fatto che il tempo è un difetto biologico. Per i popoli europei il movimento è l'equilibrio tra la forza gravitazionale e la forza centrifuga. Per i maya, al contrario, il movimento non è possibile se non facendo uno sforzo. C'è sempre un dio che spinge o che trattiene, e se questi si ferma, ci sarà un'altra divinità che continuerà. Queste differenti visioni dell'universo sono molto interessanti e dimostrano quanto vicine siano la scienza e la cultura. La scienza europea è, soprattutto, espressione di un Dio assolutamente razionale, di un Dio che fugge completamente ciò che è aleatorio. La scienza, quindi, fuggì anch'essa l'aleatorio.
D- Alcuni anni fa l'Accademia Nobel invitò i vincitori a fare una riflessione sul futuro che la scienza ci prospetta. Quale fu la sua posizione?
R- La discussione si sviluppò tra due estremi. La tesi del professor Kennedy, degli Stati Uniti, il quale sosteneva che la scienza conduceva all'apocalisse; e la tesi dell'arcivescovo Tutu, africano, il quale affermava che essa conduceva verso una maggiore dignità umana. Certamente esistono grandi pericoli ecologici, ma io sto dalla parte dell'arcivescovo. Secondo me il secolo XX ha portato un miglioramento enorme della condizione umana. Abbiamo superato l'etnocentrismo, abbiamo accettato la diversità ed anche la scienza trasmette un messaggio più ampio. E' in questo senso che vedo l'evoluzione della scienza come un superamento. Ci avviciniamo ad una visione più unitaria dell'uomo e dell'universo. In fondo, la creatività umana non sarebbe un’eccezione alle leggi della natura, ma l'espressione di qualcosa che è parte dell'universo, inerente ad esso.
D- L'impossibilità di determinare il futuro ci porta anche verso la fine delle utopie?
R- No... al contrario. Non ne è la fine, bensì l'inizio. Se il mondo fosse deterministico non ci sarebbe posto per le utopie. Se il mondo fosse governato da leggi deterministe, il futuro sarebbe scritto nel passato, tutte le specie di farfalle esistenti oggi giorno sarebbero determinate fin dal Big Bang, e persino le domande che lei mi fa sarebbero determinate fin dal Big Bang, anche se lei non lo sapesse. Invece, se il mondo si costruisce, l'utopia acquisisce un'importanza maggiore. E l'utopia, per me, sarebbe una società meno fondata sulla violenza.
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