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Umanesimo e gli ebrei E-mail
Scritto da ANTS Artisti nonviolenti   

ALFREDO BAUER
L'UMANESIMO E GLI EBREI
Comunità ebrea Emanu-El,
sede dell' ebraismo liberale in Argentina.
Buenos Aires 03/11/94


Poche volte sono uscito da un'arena spirituale tanto gratificato quanto il 6 ottobre scorso in questa stessa sala, dopo aver ascoltato la dissertazione del rabbino Bergman sul misticismo ebraico e il dibattito che ne è seguito; visto che ho potuto verificare che tutto, proprio tutto, poteva essere sottoposto a esame critico senza che alcuni si mettessero a gridare: "Bestemmia!", e altri: "Superstizione! Irrazionalismo!"  In tali condizioni, si sperimenta un vero e proprio piacere per la possibilità di poter esporre le proprie argomentazioni ed ascoltare quelle degli altri, in un ambiente di serena ricerca collettiva della verità, come nelle scuole filosofiche dell'antica Grecia o dell'antica Cina.


Così fra queste mura, come quelle di un tempio, si può sottoporre la propria religione ad un esame critico e storico, come fecero con il cristianesimo i neo hegeliani David Federico Strauss, Luis Feuerbach, il mio omonimo Bruno Bauer e lo stesso Karl Marx; e rispetto alla religione ebraica Samuel Holdheim e Abraham Geiger, opponendosi a colui che lo precedette nel campo dell'emancipazione ebraica, il grande umanista Mosé Mendelssohn, che comunque accettava il carattere di rivelazione della sua religione.

La stessa sensazione di cordialità, tornai a sperimentarla una settimana dopo ascoltando la conferenza della signora Tilda Rabi e, ancora di più, vedendo la reazione del pubblico, per la maggior parte composto dai membri di questa comunità, che, avendo ricevuto forse per la prima volta un messaggio di fraternità dalla parte araba, rispondeva aprendo a sua volta il cuore con desiderio di pace e mutuo rispetto, volti a quella grande comunità universale e all'imperativo etico che ci include tutti. Uno se ne va quindi con la consolante convinzione che, con o senza l'esistenza di Dio, non è ancora tutto perso e che esiste, malgrado questa diabolica struttura che ci circonda e che sembra onnipotente nella sua essenza distruttiva, la possibilità di salvezza per il genere umano e per il mondo.


E se qualcosa mancasse per restituire l'ottimismo a chi ha subito molte delusioni negli ultimi anni, è il fatto di essere stato invitato a portare la sua propria concezione e convinzione all'interno dell'umanesimo pluralista e universalista. Più di due decenni fa, quando si pubblicò la mia "Storia critica degli Ebrei", un tentativo di affrontare questo tema valido e profondo con oggettività e dal punto di vista del materialismo storico, fui oggetto degli odi più aggressivi. Come se l'orrore sofferto dagli ebrei obbligasse l'investigatore scientifico a non essere imparziale bensì di parte, anche sul terreno dell'interpretazione storica. "Complice dei nazisti" e "preparatore di un nuovo olocausto" furono termini con cui mi si apostrofò su alcuni organi di stampa, per avere ammesso la possibilità che, senza subire pressioni e per lo stesso gioco dello sviluppo storico, nel futuro la comunità ebraica "sparisca" come struttura emarginata dalla società. Vi posso assicurare che fu molto doloroso, non tanto per essere io stesso il bersaglio di tanta aggressione astiosa, quanto per il fatto che degli esseri umani possano adottare un simile atteggiamento. Il mio sentimento umanitario ricevette un duro colpo.


Tanto maggiore fu la mia soddisfazione personale notando che, all'apparire ora della seconda edizione della mia opera, la reazione fu completamente diversa: calda anche da parte di quelli che non condividono la mia opinione. Questo invito che mi è stato mandato ne è un esempio eloquente, ma non è l'unico. A che si deve un simile cambiamento favorevole? Penso che sia perché (essendo Mefistofele "parte di quel poter, che vuole il mal, ma il bene deve far"), la rottura dell'equilibrio universale alla radice della caduta del blocco socialista rivelò in tutta la sua importanza la perversione dell'ordine mondiale ora onnipotente, con il risorgere del razzismo ed i suoi abusi e altri orrori; in modo che risulta evidente il controsenso che i benintenzionati rappresentanti di diversi modi di pensare si aggrediscano tra loro, invece di impegnarsi assieme per salvare l'umanità.


In quella opportunità, molto sventurata per chi sente tanto amore per tutti gli esseri umani e anela molto essere compreso da essi, non fui difeso con decisione da alcuno tranne che dal maestro Don Leonida Barletta nelle pagine del suo periodico di prestigio "Propòsitos"(1); per cui in questo momento, poiché la situazione é molta diversa, voglio rendergli un omaggio sentito.


Quindi, passo ad esporre le mie opinioni su una problematica profonda e complessa, senza ignorare che sono in disaccordo con molte cose accettate quasi universalmente, con giudizi e pregiudizi tanto a favore quanto a sfavore delle diverse parti, e senz'altro anche con opinioni sostenute da voi. Siate certi che dico la mia con modestia, ammettendo sempre la possibilità di errore da parte mia, con totale rispetto per qualsiasi opinione differente; e che tutte le mie affermazioni hanno implicita, fra parentesi, la riserva che ho appena formulato. Naturalmente, dirò quello che penso, come fanno tutti.


La morale umanitaria, nella storia del popolo ebraico e della sua religione, si innesta in tarda età. Dobbiamo valutare, nella Bibbia, il complesso leggendario primitivo da un lato, e l'imperativo etico dall'altro. Per ciò che riguarda il primo, la parte mesopotamica agraria è di per sé estranea all'etnia pastorizia ebraica. In quanto al resto, i concetti morali, se così possiamo chiamarli, sono propri delle tribù nomadi in lotta continua per la sopravvivenza, che assalgono con violenza i loro rivali e strappano loro, se possono, non solo le greggi ma anche le mogli, che non trattano né male né bene i loro servitori perché non ne hanno, dato che non riconoscono l'istituzione stessa della schiavitù che non creerebbe nessun beneficio (lo schiavo consumerebbe tanto quanto produce), e che quindi semplicemente sterminano i nemici vinti e i prigionieri. Il loro dio tribale è sanguinario quanto loro, e non solo permette, ma esige imperiosamente tanta crudeltà.

Ciò che termino di dire è una verità lapalissiana; e nel monumentale "Storia del popolo ebraico" di Simon Dubnov risulta evidente che precetti quali "tratterai bene lo straniero, perché tu fosti straniero in Egitto", non possono, semplicemente non possono, essere attribuiti all'epoca dell'Esodo! Altri storici, tuttavia, accettano tale assurdità, non osando sottomettere ad esame critico la Bibbia, come fanno con altri grandi documenti della cultura universale.


Prova di quello stato di crudeltà primitiva è il libro di Giosué, così come, quasi nella stessa misura, le cronache seguenti, i Libri dei Giudici e dei Re. Nella misura in cui si consolida il sedentarismo, questo stato di cose muta lentamente. Sempre in acuto conflitto nei confronti di altri dei, dell'"infedeltà" del popolo di Israele e di Giuda nei confronti del "loro" dio, e dell'adorazione di divinità "diverse" di ordine agrario locale.


Questo stato di cose, tale evoluzione e tali conflitti, non costituisce nessuna eccezione tra i popoli del Mondo Antico. Un fenomeno molto particolare ha luogo, invece, nel VII secolo a.C., e consiste in un cambiamento di caratteristiche dello stesso dio di Israele, la progressiva perdita della sua particolarità etnica e la trasformazione in divinità "unica", che esclude i concorrenti, che compromette tutti, che impegna tutti e porta un imperativo etico universale. A Israele rimane la caratteristica di "popolo eletto", con la missione di diffondere questo dio e questo imperativo.


Tale concetto, naturalmente, non è esente da elitismo e, come si sa, ha costituito attraverso i secoli una curiosa mescolanza di orgoglio e generosità altruista. A tale ambivalenza ne corrisponde un'altra da parte degli altri rispetto agli ebrei stessi: ammirazione per i pionieri dell'idea del Dio unico, giusto e generoso,  e risentimento a causa di quel sentimento di essere "gli eletti".


Nel VII secolo a.C. si "trovarono", secondo quanto riferito nel Secondo Libro dei Re, alcune antiche pergamene che furono controllate dai sacerdoti del tempio di Gerusalemme e in seguito presentate al popolo come codici di etica: il Libro Deuteronomio primo e i quattro "Libri di Mosé". Ma e' evidente che gli stessi sacerdoti stilarono quei testi e che il "Mosé legislatore" è una loro creazione, analoga alla figura dei legislatori leggendari di altri popoli: Licurgo, Numa Pompilio, Manco Capac, ecc., sebbene Mosé sia esistito realmente come capo di una federazione di tribù.


L'imperativo etico contenuto in quei testi, che può riassumersi nelle massime: "Ama tutti gli esseri umani perché sono come te" e "Ciò che non vuoi che facciano a te, non farlo agli altri", è un contributo veramente straordinario, ma evidentemente proprio di quell'epoca di convivenza sociale più complessa. Nel sanguinario ambiente tribale e primitivo, al quale si attribuiva la sua origine, non avrebbe senso.


Quei sacerdoti agivano seguendo i concetti dei predicatori laici che furono chiamati profeti, e si dice "profetismo" perché si riferisce a quel movimento spirituale.
A cosa si deve un cambiamento ideologico ed etico di simile importanza? C'era stato un cambiamento significativo nella struttura sociale: la trasformazione dei pastori nomadi in agricoltori sedentari. Però questa trasformazione non condusse al cambiamento spirituale di cui ci occupiamo ora, fino all'"infedeltà " nei confronti del dio tribale, ovvero, l'adorazione di divinità locali agrarie. Ora si tratta di un rinnovamento spirituale, basato anche su modificazioni della struttura sociale.


Questo è proprio, come dicono i tedeschi, "uccidere delle vacche sacre". Cioè: affrontare la credenza molto radicata per cui  gli ebrei, in Palestina, erano sostanzialmente agricoltori, che mai avrebbero voluto abbandonare la loro terra sacra e che la Diaspora fu un'imposizione violenta che sopportarono dopo la distruzione del primo Tempio nel 586 a.C., e particolarmente dopo quella del secondo, nel 70 d.C.. Però non fu così. La Palestina e anche la Fenicia erano inadatte ad alimentare un numero apprezzabile di coloni attraverso l'agricoltura. Però entrambe le regioni si trovavano sulla rotta commerciale più importante dell'Antichità. Conseguenza logica di questa situazione fu che la popolazione delle due regioni si dedicò al commercio. La Fenicia aveva legno per costruire navi; la Giudea no. Cosicché i fenici si dedicarono principalmente al commercio marittimo, gli ebrei a quello terrestre.


Parallelamente ebbe luogo nel bacino del Mediterraneo orientale un continuo processo di unificazione che consistette nella successiva formazione di grandi imperi: l'assiro, il babilonese, il persiano, il macedone (la sua frammentazione non lo divise in quanto unità economica) e infine il romano.


In tali condizioni, la dispersione dei mercanti ebrei non fu un processo obbligato, ma spontaneo. Furono tollerati e appoggiati da Ciro e i suoi successori, da Alessandro e i suoi successori, dai romani, costituendo così il cemento economico di cui i successivi imperi, formati con mezzi militari, avevano bisogno per consolidarsi e sopravvivere. Il commercio fenicio fece loro poca concorrenza. Quello greco invece, che sorse più tardi, lo fece in misura più grande, spiazzandoli e costituendo alla fine il substrato dell'"antisemitismo" dell'Antichità, come la nascita della borghesia "autoctona" lo sarebbe poi stato per quello della seconda metà del Medio Evo e dell'Era Moderna.


Al tempo della distruzione del Secondo Tempio già i tre quarti degli ebrei viveva fuori della Palestina. E, come lo descrive molto bene Lion Feuchtwanger nella sua monumentale trilogia su Josef Flavio, questi ebrei prendevano posizione a favore di Tito e contro i loro "fratelli", gli zeloti ribelli della Giudea. Secondo la mia opinione, che coincide con quella di Feuchtwanger, ciò non costituisce, da parte di quelli, un "tradimento", ma il riflesso di una reale divergenza delle condizioni sociali e, di conseguenza, dell'orientamento ideologico e dell'interesse politico.


L'umanesimo di tendenza universalista con il suo imperativo etico, è l'ideologia includente del mercante. Il mercante non solo ha bisogno della pace e della sovranità della legge, non solo concepisce il mondo in dimensioni geografiche e culturali ampie, ma per il tipo di attività che fa tende anche a considerare e rispettare "l'altro" come un "suo uguale", dalla cui integrità fisica e morale dipende la propria sicurezza, la propria esistenza e lo svolgimento del proprio lavoro. Non denigriamo per nulla l'enorme merito di ordine culturale e morale di questa dottrina, se osserviamo che tale contesto sociale le dà origine.


L'ebraismo fariseo, in netto contrasto con il sadduceismo conservatore, tentò la trasformazione in religione universale, senza essere, per le sue radici storiche, in condizioni di effettuare simile balzo. Il cristianesimo paolino, invece, ci riuscì, per la sua capacità e disposizione di spezzare queste radici e di accettare un certo eclettismo rispetto ad altre correnti culturali e morali.


Il cristianesimo riuscì, quindi, a trasformarsi in religione universale e, allo stesso tempo, in ideologia propria della società feudale europea basata su di un'economia dispersa, sulla produzione di piccole unità destinate all'auto consumo. Struttura che non poteva, tuttavia, prescindere del tutto dal commercio né dal credito, ed era l'ebreo che lo faceva. Funzione necessaria e pertanto rispettata e comunque "esterna" rispetto all'ordine sociale imperante, la qual cosa spiega come l'ebreo, a differenza di tutti gli altri popoli dell'Antichità, non fu integrato né integrabile ideologicamente. Quindi, abbiamo qui la spiegazione della sopravvivenza dell'ebraismo nell'ordine feudale, costituendo secondo un'ingrata espressione di Freud: "un fossile storico".


L'Islam effettuò un processo analogo di integrazione ideologica universale, essendo la contrapposizione  con gli ebrei, per ragioni diverse, molto meno accentuata. Quanto alla popolazione ebraica che era rimasta in Palestina, poiché la Diaspora non fu affatto totale, si convertì totalmente prima al Cristianesimo e poi all'Islam, oppure direttamente a questo più tardi, e smise di essere ebraica. Gli abitanti arabi della Palestina attuale sono, di conseguenza, i discendenti diretti degli ebrei dell'Antichità, anche se hanno notevolmente mescolato il loro sangue con quello di altri popoli. Quelli che danno così tanto valore alla "continuità biologica" tra gli ebrei dell'Antichità e di oggi, dovrebbero tener conto di più di questo fatto.


Quanto all'etica umanitaria, non indugiamo nel situare il profetismo ebraico al di sopra del cristianesimo primitivo; così come collochiamo al di sopra l'etica del Corano. E non solo per il fatto di  fornire norme applicabili alla vita reale - "amare il nemico" è impossibile, per lo meno nel senso letterale; e del precetto si abusa innumerevoli volte per consolidare la rassegnazione e la mansuetudine degli oppressi -, ma più che altro per essere privo di quel "complesso di colpa" tipico degli Vangeli. Gesù non fa altro che "rimproverare peccati" ai suoi discepoli, a Pietro in particolare, e anche a Maddalena e a tutti gli altri, per poi "perdonarli".

Questo servì poi magnificamente alla Chiesa Cattolica per mantenere oppresso l'essere umano mediante la permanente minaccia implicita  di negargli l'assoluzione ed il perdono che egli, peccatore nella sua essenza, può ottenere solo attraverso il sacramento dell'Eucaristia; fino a che Martin Lutero ebbe il coraggio di demolire simile frottola mediante la sua dottrina del perdono attraverso la sola fede e la grazia divina. Nel ebraismo, simile gesto liberatore sul terreno spirituale non fu necessario, perché è sempre stato carente di concetti tanto repressivi rispetto al peccato e alla colpa.


La società feudale tipica (più definita nell'impero dei franchi dell'epoca carolingia) si caratterizzava con l'equilibrio di quattro "stati" o, se si vuole, "classi": il contadino servo della gleba, sfruttato al massimo, che produceva i beni di consumo per tutti; il signore della terra che esercitava direttamente il potere armato; la Chiesa che apportava quel minimo necessario di conoscenza teorica; e l'ebreo che si occupava del commercio e del credito nella misura in cui anche quell'economia di auto sostentamento ne aveva bisogno. Il re si trovava in cima a tale struttura, come arbitro tra le diverse forze. In questo ordine, essenzialmente conservatore, nessuno era "perseguitato", neppure l'ebreo!, represso era solamente il tentativo, se lo è stato, di "scrollarsi" di dosso la "propria" funzione e di "usurparne" un'altra che l'ordine "legittimo" non attribuiva ad un certo individuo o gruppo.
L'ebreo faceva parte di tale ordine, e allo stesso tempo non ne faceva parte costituendo così un elemento "economicamente estraneo", cosa che spiega la sua emarginazione ideologica. Non voleva integrarsi nella società, né questa voleva integrarlo, malgrado, o forse proprio perché, ne avesse bisogno per la sua funzione specifica.


Apporti umanisti, ovvero includenti, non potevano avere origine in tale struttura sociale caratterizzata dalla ristrettezza materiale e mentale. E tanto meno potevano darne gli ebrei che, oltre tutto, erano fisicamente e spiritualmente isolati.


Ma l'ostilità verso gli ebrei apparì più tardi, quando l'ordine feudale entrò in crisi e sorse una classe capace di rimpiazzare con vantaggio gli ebrei nella loro funzione economica: la borghesia manifatturiera e commerciale delle città. La borghesia fu quindi la forza scatenante dell'antisemitismo, sebbene non fosse l'esecutrice principale delle persecuzioni e degli abusi.


Nella società feudale musulmana, particolarmente in Spagna, la situazione degli ebrei fu molto differente. Della loro emarginazione sociale non si può nemmeno parlare, così come di quella dei cristiani, e solo eccezionalmente poterono sorgere tendenze che oggi chiameremmo "fondamentaliste". La religione dominante non si identificava con l'ordine sociale come nell'Europa cristiana.


Qui non c'entra nemmeno il termine di "divisione ideologica", benché esistessero, parallelamente e con mutua tolleranza, diversi culti. Alle scuole e università ufficiali andavano tutti insieme, cosa inconcepibile nella società medievale cristiana. Il grande Maimonide era in gioventù discepolo e amico del saggio razionalista Ibn Roshd (Averroé). E se più tardi gli ebrei e lo stesso Maimonide subirono pressioni e persecuzioni da parte di fanatici di origine africana che presero il potere in Al-Andalus, non si salvò da esse neppure il filosofo arabo, che per loro era eretico.


In una tale atmosfera poteva sì sorgere un amplio e profondo umanesimo, sia da parte dei musulmani che degli ebrei. Si manifestava nel terreno della filosofia come in quello della poesia. Poeti ebrei composero poemi sublimi in lingua ebraica e araba, fra loro emersero Jehudà ben Samuel Halevi, Salamon Ibn Gabirol e molti altri. Tra i filosofi umanisti, razionalisti e materialisti dobbiamo citare, oltre lo stesso Maimonide, prima di tutto Abraham Ibn Esra, che per il suo includente e profondo panteismo possiamo considerare come il precursore di Baruch Spinosa, e che da questi fu stimato come tale. Questo grande spirito considerava che la creazione del mondo non si realizzò "ex nihilo", cioè dal nulla, ma a partire dalla sostanza materiale eterna coesistente e consustanziata a Dio.


In Italia la situazione era simile, non solo sotto il breve impero dell'Islam in Sicilia, ma anche dopo, e persino durante molto tempo sotto il dominio diretto del Papato. Un monarca di origine tedesca, l'imperatore Federico II di Hohenstaufen, residente in Sicilia ed egli stesso poeta, ebbe l'audacia di proclamare per il suo regime una radice ideologica tripartita: cristiana, ebrea e musulmana e, attraverso quest'ultima, la continuità dalla filosofia classica greca.


Non ci furono pogrom contro gli ebrei in Italia, come in tutto il resto d'Europa ci furono fin dall'inizio del secondo millennio della nostra era. L'odio delle ribellioni popolari sorte dal francescanesimo, era diretto contro i banchieri cristiani nella stessa misura in cui era diretto contro gli ebrei, anche contro la Chiesa che ostentava sontuosità e potere.


Quando in Italia già si parlava espressamente di umanesimo, ebbe luogo un vero processo di differenziazione fra gli ebrei. Un settore prendeva parte attivamente a questo movimento spirituale. Ma bisogna segnalare che non si può parlare in nessun modo, come pure fa il maestro Dubnov, di umanesimo ebraico - siccome per propria definizione umanesimo e particolarismo si escludono reciprocamente -  bensì "di partecipazione degli ebrei" in questo processo di integrazione. Gli ebrei hanno dato validissimi contributi qui come in molte altre occasioni. Ma il loro orientamento spirituale non era ormai più quello ebraico, anche se non tutti formalizzarono la propria integrazione sociale mediante il battesimo.


Tra quei liberi pensatori ebraici va menzionato Emanuele Romi (Imanuel ben Salomon ha - Zifroni), detto "lo Heine del Medio Evo", per via di numerose rassomiglianze. Fu contemporaneo di Dante, ma più simile al Boccaccio. Anch'egli infatti racconta di un viaggio nell'al di là e di aver incontrato nel Paradiso i giusti di tutte le origini e di tutti i diversi modi di pensare, mentre nell'Inferno in particolare i mistici e gli anchilosati talmudisti. Sotto questo aspetto etico, è sicuramente superiore a Dante che, come si sa, racconta nel 28° canto dell' "Inferno" di aver visto Maometto crudelmente castigato per il peccato di aver interpretato la divinità in modo differente dal Cristianesimo. Bisogna aggiungere che Emanuele Romi scriveva indifferentemente in ebreo, in latino e in "volgare", ossia in italiano. E che nei suoi scritti, come in quelli di Heine, troviamo un elemento che è molto poco comune nelle produzioni umaniste: l'umorismo.


Molto vicino a lui e ancora più audace fu il suo contemporaneo Kalonymo, nato in Provenza ma vissuto per la maggior parte della sua vita in Italia. E sono molti di più quelli che dovrei citare: il veneziano Elia Delmedigo, cattedratico di Padova, il quale sosteneva che la religione non deve interferire con la scienza. Che audacia in un'epoca che ci ha mostrato casi come quelli di Giordano Bruno e di Galileo Galilei! E ancora: i medici Giacomo Martin (Giacomo Ebreo), David Pomis e Joao Rodrigo de Castel Branco (Amatus Lusitanus). Tra i filosofi: Jeuda Abravanel (Leon Hebre), figlio del capo della comunità espulsa dalla Spagna, il quale, fatto molto particolare, esaltò Filone di Alessandria, propiziatore, in un'altra epoca, di una filosofia dall'origine molteplice ed unificatrice . Asaria de' Rossi attaccava l'ortodossia ponendo in discussione la cronologia tradizionale a partire dalla "Creazione del Mondo" ed in particolare le profezie dei mistici basate su giochi numerici ed altre speculazioni che in quei tempi erano molto in voga.


Abbiamo già visto perché sorse quell'odio violento verso gli ebrei nella seconda metà del Medio Evo. Con la nascita della borghesia e delle forme di produzione e di commercio che le erano proprie, l'attività creditizia degli ebrei, finalizzata non alla creazione di beni, bensì al lusso consumista dei nobili e ad altre attività non produttive come il finanziamento delle guerre, non solo non risultò più necessaria, ma veniva addirittura giudicata come un'attività "parassitaria" e ciò che era stato un "normale" interesse venne considerato usura. Gli ebrei furono quindi spostati "ai pori della società" (secondo l'espressione figurata di Abraham Leon), diventando gli strozzini della povera gente, la qual cosa spiega l'odio generalizzato delle masse popolari. La radice di una tale forma di pensare è evidenziata in modo chiaro da Shakespeare nel sua grande tragedia "Il mercante di Venezia". Si veda la scena nella quale Antonio e Shylock discutono della "legittimità" dei propri guadagni: il "vero mercante" sostiene che si debba fornire qualcosa in cambio, mentre l' "interesse" di Shylock non si può giustificare in questo modo. L'ebreo certamente non comprende tale ragionamento e sostiene che il capitale produce da se stesso i propri frutti, come l'agnello cresce nel ventre della propria madre.


E' chiaro che l'antisemitismo di quell'epoca non nasce "ex nihilo". C'erano precedenti ideologici molto consistenti. Ma é interessante che, in un ambiente impregnato all'eccesso di dottrina cristiana, le idee del "deicidio" e del "tradimento degli ebrei" fossero rimaste per tanto tempo come "addormentate"; o che, per lo meno, non davano luogo ad atti concreti di odio. Durante la liturgia e anche fuori di essa venivano pronunciate le parole di condanna degli "ebrei" in maniera automatica, ma ciò non produceva nessun atteggiamento concreto, fintanto che il contesto sociale non fu propizio a che ciò accadesse.

Vi posso ricordare le parole iniziali del "Libro del Buon Amore" dell'Arciprete di Hita, che recita così:


"Signore Dio, che gli ebrei, popolo di perdizione,
hai liberato dalla cattività del potere del Faraone,
che hai liberato Daniele dal pozzo di Babilonia:
libera il mio fianco da questa cattiva pressione"


Si può ben notare come il "popolo di perdizione" non rifletta nell'Arciprete alcuna animosità nei confronti degli ebrei, con i quali egli si sente solidale, desiderando condividere con essi il favore di Dio. Al contrario: nella lotta tra Don Carnale e Donna Quaresima, nella quale il poeta parteggia in modo evidente per il primo, gli ebrei salvano il vitale mangione dalla persecuzione della sua nemica, la magra devota.


Solo con il cambiamento della struttura sociale nasce l'odio di massa contro gli ebrei e quindi le sentenze antisemite dei testi sacri cristiani acquisiscono un tragico significato, contribuendo a stimolare una sempre maggiore aggressività.


All'inizio, l'apparizione della borghesia conduce alla scomparsa dell'ebreo come "stato", come "ente sociale proprio" o in qualsiasi altro modo lo si voglia definire. Ma si trattava di un processo molto complesso e carico di contraddizioni. Questa scomparsa avveniva in modi molto diversi nei diversi ambienti. In Inghilterra ed in Francia gli ebrei furono semplicemente espulsi: alla fine dei secoli XIII e XIV, rispettivamente. Come si è visto, questo non diede luogo a maggiori problemi né per la società né per lo Stato. Molta gente colta ed istruita ignora il fatto stesso di quelle espulsioni.

Tutto al contrario di ciò che successe in Spagna ed in Portogallo alla fine del secolo XV! I re di questi paesi avevano tenacemente difeso gli ebrei, ma alla fine cedettero alla pressione delle città che volevano l'adozione di metodi coercitivi contro di essi. Conoscevano bene la precarietà economica dei propri stati, così come la precarietà della propria borghesia nascente, incapace di rimpiazzare gli ebrei come sostegno economico della monarchia senza che ciò originasse seri inconvenienti. Come effettivamente successe nella pratica. I mezzi coercitivi consistettero, in Spagna, nell'espulsione di coloro che rifiutavano di farsi battezzare; ed in Portogallo nel battesimo forzato.


E' falsa, potremmo dire infantilmente falsa, l'arciconosciuta tesi di Werner Sombart, secondo la quale dovunque gli ebrei spagnolili si dirigessero con i loro capitali, lì il capitalismo prosperò, lasciando invece senza sviluppo i paesi che essi abbandonarono. Sombart cita come esempio l'Olanda e potrebbe aggiungere l'Italia. Tuttavia, il grosso degli emigranti si diresse in Turchia e verso il nord dell'Africa, e inoltre una porzione notevole degli ebrei spagnoli restò sul posto coi propri capitali, convertendosi al cattolicesimo; la qual cosa non impedì che lo sviluppo capitalista rimanesse tronco nella penisola iberica, così come non ebbe luogo nell'Impero Turco. In realtà le cose stanno completamente al rovescio. Dove ci fu una trasformazione capitalista vigorosa, l'ebreo poté integrarsi economicamente, approfittando dei capitali di cui disponeva. Dove il feudalesimo persisteva, come in Turchia, egli poté svolgere la sua funzione tipica nel modo tradizionale. E dove il feudalesimo entrò in decomposizione senza che prendesse piede un vigoroso sviluppo borghese (Polonia, Lituania, in parte Germania, ecc.) gli ebrei partecipavano alla lenta putrefazione della società, rimanendo senza scampo emarginati e ostacolati nel rinnovamento sociale e strutturale.


Un sostanzioso umanesimo di origine ebrea sorse di conseguenza in Olanda; non senza che una anchilosata ortodossia offrisse una resistenza ferma e crudele; come è provato dallo sfortunato caso di Uriel Da Costa, come anche dal destino che toccò al grande Baruch Spinosa. Se quest'ultimo  ebbe una sorte diversa dall'altro non fu perché gli ebrei ortodossi fossero diventati più tolleranti, ma perché lo stesso Spinosa ebbe la straordinaria fermezza di carattere di non tener conto del "jèrem", la scomunica che gli era stata applicata come lo fu per Da Costa, valendosi proprio del suo umanesimo universale, estraneo ad ogni particolarismo settario. Ma non dimentichiamo che questo coraggio davvero non sarebbe servito a niente e che né lui, né alcuna sua opera si sarebbe salvata dalla distruzione, se l'ambiente spirituale dell'Olanda emancipata non fosse stato propizio alla libera espansione della personalità umana, fatto del tutto insolito nell'Europa di allora.


In quanto alla filosofia genuinamente umanista di Spinosa, alla sua visione del mondo, al suo panteismo (che, a rigore, altro non è che ateismo e materialismo filosofico), essa si rifà, come abbiamo sottolineato, al pensiero di Abraham Ibn Esra ed è collegato al pensiero più avanzato della sua epoca: da Cartesio a Hobbes, a Leibniz e, in proiezione, a Goethe, il quale aveva per Spinosa una ammirazione senza uguali; rispetto alla visione politica, a Rousseau e agli enciclopedisti francesi.


In generale, non ci ricordiamo nel modo dovuto di quell'Olanda con la sua "rivoluzione anticoloniale in piena Europa". I suoi concetti di emancipazione nazionale ed umana costituirono un primo impulso cui fecero seguito le successive rivoluzioni borghesi. Va menzionato un nome sconosciuto a quasi tutti: Marnix van Sint Aldegonde, autore non solo dell'inno "Wilhemus van Nassauwe", (autentica Marsigliese di quella guerra di liberazione), ma anche di quella dichiarazione dei diritti degli esseri umani e dei popoli che, attraverso la celebre tesi di Samuel Adams, costituì la fonte dottrinaria della Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti e, ovviamente, della Dichiarazione dei Diritti dell'Uomo e del Cittadino della Rivoluzione Francese.

Quanto agli ebrei, il popolo olandese li trattò sempre con un caloroso rispetto, con atteggiamento umanista nel senso più elevato del termine, dei quali troviamo numerosi esempi, dalle incomparabili figure ebree ricreate con tanto amore dal grande Rembrandt, fino allo spirito di solidarietà  offerto alla famiglia di Anna Frank.


La Rivoluzione Francese e l'Impero Napoleonico si scontrarono con grandi difficoltà nel maneggiare la questione ebraica, a causa dello sviluppo sociale molto diseguale, raggiunto dagli ebrei nelle diverse regioni. Questi erano stati espulsi dalla Francia centrale, che costituiva il Regno alla fine del secolo XIV. Cosicché c'erano ebrei soltanto nel sud, imborghesiti ed integrati socialmente, e nelle regioni di lingua tedesca, Alsazia e Lorena, dove esercitavano il prestito a nobili, plebei delle città e contadini e dove erano culturalmente arretrati ed emarginati. In queste ultime regioni, nel corso della Rivoluzione, si verificarono varie ondate di disordini contro di loro da parte delle masse popolari.
I capi della Rivoluzione riuscirono a orientare il problema, come disse lo stesso Robespierre: "in accordo ai principi", emancipando gli ebrei ed integrandoli nella nazione francese come esseri umani, ma opponendosi loro in quanto sfruttatori. i debiti e le ipoteche dei contadini furono cancellati o ridotti in più di un caso, incentivando e facilitando allo stesso tempo l'abbandono dell'usura da parte degli ebrei e la loro occupazione in altre attività, condizione questa che rendeva possibile la loro integrazione nella società.


L'Impero Napoleonico, sotto questo aspetto, proseguì con la stessa politica ed ottenne senza alcun dubbio un notevole successo. Ne è una prova l'inserimento spontaneo e massivo di ebrei nell'esercito; atteggiamento che contrasta con la tenace resistenza che essi opposero al reclutamento nell'esercito in Polonia ed in Russia. Notate bene: non solo nella Russia della repressione zarista, ma anche nella Polonia che lottava per l'emancipazione.


Dubnov ne individua la causa in un grado differente di "coscienza nazionale ebraica", elogiando naturalmente i retrogradi kahal dell'est europeo e censurando gli ebrei occidentali che si integravano in una società impegnata in un processo di emancipazione umana, culturale e morale. Opinione che, con il dovuto rispetto per il maestro, va giudicata in termini duri. È impossibile parlare di "coscienza nazionale" quando non si è neppure raggiunto un minimo di sviluppo moderno ed ogni tipo di coesione è assolutamente di ordine corporativo-medievale, come nel caso dei kahal della Polonia e della Lituania nel secolo XVIII. La trasformazione dell'ebreo in cittadino, come hanno brillantemente precisato Bruno Bauer e Carlo Marx, è possibile solo quando la società in generale sia formata da "cittadini" e non da "sudditi", quando cioè l'emancipazione borghese abbia raggiunto un certo livello.
Dobbiamo parlare ora della Germania. Conviene affrontare l'umanesimo tedesco dei secoli XVIII e XIX con un atteggiamento obbiettivo, con il dovuto amore nei confronti di un fenomeno spirituale di tale portata,  ma non privo del dovuto senso critico nei confronti delle  sue debolezze. In tutti i casi, evitando di basare il nostro giudizio sull'estremo antiumanesimo che prese corpo in quel paese nel XX secolo.


È risaputo che la costituzione politica della nazione tedesca venne realizzata tardivamente ed in forma distorta. Lo stesso successe in Italia, ma per ragioni ben differenti. Fatto sta che in entrambe queste nazioni, ma in particolar modo in Germania,   umanesimo ed emancipazione nazionale, gli aspetti caratteristici dell'emancipazione borghese, rimanevano, in maggiore o minor misura, separati fra di loro e persino contrapposti. Gli umanisti italiani, come sottolinea il grande Antonio Gramsci, erano "a-nazionali", in un momento storico in cui la costituzione politica nazionale costituiva il problema cruciale. Non solo parlavano in latino come la Chiesa, altra forza a-nazionale e anti-nazionale, ma finirono persino per allearsi con essa quando la sua funzione retrograda e repressiva toccò il culmine. La qual cosa (tanto contraddittorio è il processo storico!) non sminuisce, come pensava anche Gramsci, il merito ed il valore etico dell'umanesimo, incluso quello italiano.


Per quanto riguarda il resto dell'Europa, in particolare la Germania, la faccenda era ancora più complessa. Rispetto al progresso storico, cioè l'emancipazione sociale borghese, dobbiamo schierarci con Martin Lutero e non con Erasmo da Rotterdam, il cui umanesimo implicava l'astensione dall'azione politica e concretamente rivoluzionaria per la liberazione. Non si può negare, d'altronde, che quel gigante spirituale che fu Lutero abbia dato uno straordinario contributo alla liberazione della personalità umana attraverso la sua dottrina della "salvezza attraverso la sola fede e la grazia" e del "sacerdozio universale", ossia la giustificazione dell'individuo in base alla propria convinzione e alla propria coscienza morale, senza l'azione intermediatrice di colui che amministra il sacramento.


Ma la contorta situazione storica della Germania fece sì che la rivoluzione politica e l'emancipazione morale includente e integratrice non potessero andare di pari passo. Conseguenza di un tale contesto contraddittorio fu l'antisemitismo del grande Lutero. Analizzare a fondo questo triste fatto ci porterebbe troppo lontano. È un tentativo che ho intrapreso nella mia "Storia Critica" e nel mio saggio biografico su Lutero. Ad ogni modo dobbiamo ammettere che, sebbene attualmente sia impossibile essere contemporaneamente umanista ed antisemita, in alcuni momenti della storia umana, così dialetticamente complessa, questa possibilità, in un certo senso e per certi aspetti, si sia potuta verificare.

Possiamo forse usare per William Shakespeare gli stessi duri epiteti che riserviamo a Josef Goebbels e Julius Streicher, per il solo fatto che egli scrisse il Mercante di Venezia?


Due secoli più tardi quella tragedia nazionale tedesca ancora continuava, e non era l'unica; cosicché l'emancipazione nazionale e l'emancipazione umana non poterono andare di pari passo. A Klopstock, Lessing e Herder toccò ancora proporre assieme entrambe quelle aspirazioni. Goethe e Schiller, con un'amara rinuncia, le presentarono ormai come opposte, scegliendo l'umanità al posto della nazione. Goethe così si espresse in un suo celebre distico:
"D'esser nazione, oh tedeschi, aspettate invano.
Ma costituirvi potete membri dell'Umanità".
L'austriaco Fracs Grillparzer, che vide negli aneliti nazionale solo la decomposizione e lo scontro degli uni contro gli altri, formula lo stesso concetto, sebbene con un tono più amaro:
"Il cammino della nuova cultura va dall'umanità,
attraverso la nazionalità, verso la bestialità".


Fatto sta che la borghesia tedesca in quell'epoca era capace e desiderosa di integrare socialmente gli ebrei. Lo proclamarono i suoi più importanti portavoce, Lessing prima di tutti; lo comprese quel settore degli ebrei che, grazie alle caratteristiche socioculturali che aveva acquisito, era "integrabile", essendo sufficientemente emancipato, culturalmente modernizzato e liberato, in senso spirituale, dal ghetto.

Portavoce di questo settore furono il grande Mosè Mendelssohn e, dopo di lui, David Friedlander, M. Moser, Leopold Zunz, Eduard Gans, Rahel Levin, ecc. ecc.; sotto l'aspetto teologico e politico Abraham Geiger, Samuel Holdheim, Gabriel Riesser, in Austria Isaac Mannheimer e tanti, tanti altri.


I due giganti spirituali che, in Germania, poterono superare quella tragica controversia fra nazionalità e universalità umanista furono ebrei: Heinrich Heine e Ludwig Borne. Oltre, ovviamente, ad un altro gigante, anch'egli di origine ebraica, di nome Carlo Marx.
potremmo citare molte commoventi massime pronunciate o scritte da quei grandi spiriti, riguardo a questo tema. Ci limitiamo ad una sola, scritta da Ludwig Borne in una delle sue "Lettere Parigine", il 7 Febbraio 1832:
"... Per esser nato schiavo, io amo la libertà più di voi... Per esser nato senza patria, desidero più di voi possederne una. E per esser nato nel meschino vicolo giudeo, ... non mi basta la città, né la contea, né la provincia. Solo l'intera patria mi basta... "


Dobbiamo constatare, senza peraltro alcuna tristezza, che l'emancipazione umana e l'integrazione sociale e culturale, implicavano, praticamente per tutti, la conversione religiosa, quasi sempre puramente formale. In quell'epoca non poteva essere altrimenti, come molti di loro espressero chiaramente (Heine, Gans, Friedlandeer, ecc.).

In seguito fu differente, ma una "conversione" , formale o semplicemente spirituale, veniva effettuata allora anche dagli umanisti ebrei: non verso la "religione maggioritaria", ma verso la mancanza di religione. Lo stesso tipo di "conversione" veniva effettuata in quell'epoca dagli umanisti di origine cristiana. Cosicché vediamo ebrei e cristiani non solo con uno stesso orientamento ed uno stesso atteggiamento, ma anche strettamente affratellati. E se qualcosa mancava per concretizzare un destino comune, ciò accadde in quel funesto 10 Maggio 1933, quando le loro opere furono bruciate assieme. Forniremo, a mo' di esempio, una lista di nomi per la Germania e l'Austria, senza preoccuparci e senza pretendere che essa sia neanche approssimativamente completa: Theodor Storm, Gerhart Haupmann (che includiamo nonostante i suoi successivi tentennamenti), i fratelli Mann, Karl Zuckmeier, Erich Maria Remarque, Kurt Tucholsky, Karl von Ossietzky, Erich Kastner, Bertolt Brecht, Ana Seghers, Riccarda Huch, Arnold Zweig, Egon Erwin Kisch, ecc. ecc. Per l'Austria: Karl Emil Franzos, Hugo von Hoffmannsthal, Stefan Zweig, Arthur Schnitzler, Anton Wildgans, Karl Kraus, Jacob Wassermann, il grande Ludwig Anzengruber, Jura Soyfer e tanti, tanti altri. In quel momento non si faceva caso e nemmeno ci si chiedeva chi di loro fosse ebreo. Solo i nazisti ci facevano caso e lo segnalavano.

Ma neanche tanto! Per loro tutti gli umanisti, pacifisti e socialisti erano ebrei o cripto-ebrei. Cosa che gli ebrei devono considerare come un vero onore. Nemmeno voi, di sicuro, sapete chi di loro era ebreo e chi no. Io lo so, ma non lo dico. Perché per me l'ideale sarebbe che nessuno desse importanza a queste cose, e che ci si interessasse esclusivamente dell'atteggiamento verso l'essere umano, verso l'etica e verso la cultura.


Il tema che oggi devo sviluppare è di enorme importanza. È inevitabile che molti momenti, molti fatti significativi, non potranno essere menzionati. Tratterò solo due temi ancora: il residuo di una sostanziosa cultura ebraica propria della proiezione universale nell'est europeo e il movimento socialista.

Nell'Antichità senza alcun dubbio esisteva  un "popolo ebreo" in Medio Oriente. Parlare di un "popolo ebreo" riferendosi alla Diaspora è scorretto (e con questa affermazione mi sto sicuramente scontrando con la concezione di molti di Voi!). Abbiamo visto che gli ebrei, nella società feudale tipica, formavano uno "stato", proprio di quest'ordine sociale e con una funzione specifica, come la nobiltà e la chiesa: uno stato indispensabile e pertanto rispettato; "estraneo" tuttavia all'ordine economico-sociale e pertanto anche "ideologicamente estraneo".

La trasformazione borghese metteva in discussione quest'ordine, metteva in discussione anche la "funzione specifica" dell'ebreo e, di conseguenza, la sua stessa esistenza come entità sociale definita, puntando alla sua scomparsa. Scomparsa che poteva avvenire in diverse forme. Dove c'era una trasformazione capitalista vigorosa, lo integrava. Dove non c'era, lo osteggiava in diversi modi e con maggiore o minore violenza. Nel complessissimo gioco fra "essere sociale e coscienza" la specificità ideologica, religiosa e culturale poté resistere per un tempo variabile, ma è impossibile parlare in alcun modo di un "popolo ebreo" che dovrebbe comprendere tutti gli ebrei del mondo; tantomeno di una nazione!
Per ragioni molto complesse: lenta putrefazione dell'ordine feudale, mancanza di una vigorosa trasformazione capitalista e, di conseguenza, una debole definizione nazionale dei popoli della regione (polacchi, lituani, ucraini ed altri), sorse nell'est europeo una "nazionalità ebraica" con cultura propria, composta da vari milioni di individui e relativamente concentrata dal punto di vista geografico.


La nazione è, secondo la definizione ormai classica di Vladimir Ilich Lenin, "una comunità stabile, formatasi storicamente con un territorio, una lingua, un'economia e, pertanto, con un carattere nazionale". Quando alcuni di questi aspetti, anche se non tutti, sono presenti, si parla di "una nazionalità". Tale termine comprendeva quindi gli ebrei dell'Europa Orientale a partire dal secolo XVIII, ma non includeva in nessun modo, né include, gli ebrei del resto del mondo, per quanto pensatori di spicco, come non solo Dubnov, ma anche il teorico socialista Otto Bauer, sostengano il contrario.

Da quella "nazionalità ebraica" che stava sorgendo presero il via specifici avanzamenti di alto valore culturale, avanzamenti in grado di essere proiettati verso la cultura universale e che ancor più lo sarebbero stati se il loro substrato, il ricchissimo e profondissimo idioma jiddish non fosse stato, disgraziatamente, in via di estinzione.


La letteratura di quell'ambiente, in lingua jiddish, aveva un carattere essenzialmente popolare, poiché era proprio della massa ebrea, mentre l'élite rabbina coltivava l'ebraico. Il contenuto di quella letteratura era essenzialmente umanista, cioè assumeva come oggetto centrale l'essere umano, con le sue sofferenze e le sue ansie, i suoi amori e odi, i suoi aneliti, le sue lotte, tutte le sue grandezze e tutte le sue miserie.

Questa letteratura contiene ovviamente molti elementi specificamente ebrei, ma che meritano l'apprezzamento di ogni persona che abbia sentimenti umani, indipendentemente dalla sua origine. Di questi profondi elementi  il più pregevole è probabilmente l'umorismo ebraico, che ritroviamo anche nell'opera di Heine.  Così pure un profondo amore nei confronti della pace e un umanissimo scetticismo di fronte a ciò che è patetico e magniloquente, come la forza ed il rigore militare, il vuoto orgoglio di casta ed altri feticci inconsistenti dello stesso genere. Tutto questo venne odiato dal nazismo tedesco, dal fascismo in generale, dal militarismo e dalle superbe élite sociali. E con ragione!  Perché non solo era per loro essenzialmente estraneo, ma anche essenzialmente pericoloso. Poiché niente è più nocivo per loro del ridicolo.


Disgraziatamente, gli ebrei non ebbero sempre la necessaria consistenza morale e la necessaria autostima per ribadire con orgoglio questi attributi culturali; al contrario, essi hanno spesso cercato di emulare coloro che li disprezzavano sul loro stesso poco onorevole terreno. Per esempio, centinaia di ebrei si lasciarono uccidere in Austria ed in Germania da militari rissosi per non avere avuto il coraggio (sì, il coraggio!) di rifiutarsi di entrare in quel gioco assassino chiamato questione d'onore. Pietoso era anche, secondo me, l'orgoglio di molti ebrei per l'esser denominati, dalla stampa sciovinista tedesco-occidentale dopo la guerra dei sei giorni "i prussiani del Giordano"; invece di rispondere che la guerra, per disgrazia, può essere a volte necessaria, ma che il paragone con l'abbietto militarismo prussiano costituisce una vera offesa.


Vorrei dire di più su quella ricchissima cultura ebrea jiddish ma, per non dilungarmi troppo, citerò solo tre scrittori che, a mio parere, sono i più grandi: Sholem Ash, che seppe ritrarre con maestria quell'ambiente e quelle problematiche, grandi o piccole che fossero, includendovi anche quell'enorme processo trascendente rappresentato dal ciclo delle rivoluzioni russe fra il 1905 e il 1918; egli fece anche incursione nell'ambiente degli emigranti ebrei negli Stati Uniti, come pure nei temi della storia ebraica più remota.


In secondo luogo, Sholem Rabinovic, conosciuto con lo pseudonimo di Sholem Alejem. Coloro che non hanno ancora letto quella novella tanto profonda quanto graziosa dal titolo "Tevie il Lattaio", si affrettino a farlo. Leggetela in jiddish, se potete. Se avete padronanza del tedesco, leggetene l'incomparabile traduzione di Max Brod. Altrimenti leggetela nella vostra lingua, anche se non si presta, come il tedesco, a riprodurre lo spirito dell'idioma jiddish comunque leggetela!


Il terzo grande scrittore jiddish che citerò è Isaac Bashevis Singer, premio Nobel per la Letteratura e ultimo portavoce di quell'idioma e di quella cultura prima della sua deplorevolissima estinzione.


Non possiamo evitare di menzionare che, parallelamente al risveglio socioculturale che ebbe l'jiddish come veicolo, in Europa Orientale si produsse un processo di identico significato ideologico e sociologico, consistito nell'integrazione di molti ebrei nella nazione polacca e, in maggior misura, in quella russa, prima e dopo la Rivoluzione dell'Ottobre 1917.


Ci rimane da parlare del movimento socialista, portatore di un umanesimo profondo ed inclusivo, proclamato fin dalle sue origini da tutti i suoi teorici, da Karl Marx e Friedrich Engels in poi. Né l'impegno verso la "classe operaia", né la proclamazione della lotta e persino della violenza rivoluzionarie sono in contraddizione con quanto detto e non costituiscono un ostacolo per quella identificazione con l' "umano" inclusivo e universale.


Naturalmente, lo stesso Marx, figlio di convertiti, non ostentava alcun aspetto culturale ebraico. Ma la sua straordinaria capacità mentale e la sua incomparabile potenza dialettica le ereditò senza alcun dubbio, in gran parte dai suoi predecessori rabbini. L'incorporazione di moltissimi ebrei, di ogni livello, al movimento socialista, è dovuta senza dubbio al fatto che essi avessero, oltre alle ragioni comuni a tutti gli altri, anche ragioni specifiche per aspirare ad un cambiamento profondo della struttura sociale; inoltre, esercitati per secoli al pensiero teorico e dottrinario, furono in grado di dare un notevole contributo di chiarezza.


Possiamo citare moltissimi personaggi illustri di origine ebraica fra i teorici, i portavoce ed i dirigenti del movimento socialista, in ognuna delle sue correnti. Tutti costoro, ovviamente, "non si sentivano ebrei", poiché la loro dottrina era a favore dell'integrazione; a parte il fatto che, pur rispettando tutte le religioni, essi erano svincolati, per ragioni di principio, da qualsiasi fede religiosa. Riguardo agli aspetti culturali ebraici, il processo della loro scomparsa aveva raggiunto differenti livelli in ciascuno di quei personaggi.


Nel secolo scorso abbiamo Fernando Lassalle. Alla fine dell'800 e agli inizi del 900 l'appassionata Rosa Luxemburg, vilmente assassinata assieme a Karl Liebknecht; in Austria Viktor Adler, suo figlio Friedrich e Otto Bauer; in Russia, teorici e dirigenti della statura di Pavel Axelrod, Leon Trotzki (Bronstein), L. Martov (Tsederbaum), Iacov Sverdlov, Zinoviev, Kamenev, Uritzki, Volodarski e Maxim Litvinov (Finkelstein), rappresentante sovietico nella Lega delle Nazioni, le cui esortazioni ad affrontare in tempo la aggressione nazi-fascista, sfortunatamente non furono ascoltate.


Anche in altri paesi che partecipavano al tentativo di trasformazione socialista nell'Europa Orientale si ebbero importanti dirigenti di origine ebrea. Questo è un capitolo sommamente triste, perché, se escludiamo la Repubblica Democratica Tedesca e la Bulgaria, dove l'integrazione e la partecipazione degli ebrei avveniva senza ostacoli ed in pieno accordo con la dottrina umanitaria del socialismo, in quasi tutti gli altri paesi del blocco riapparvero manifestazioni di antisemitismo e non solo da parte dei nemici del regime, come sarebbe logico, ma anche da parte del regime stesso. Alcune di queste manifestazioni ebbero conseguenze tragiche, in particolare nella stessa Unione Sovietica ed in Cecoslovacchia.
È d'obbligo menzionare questo tristissimo capitolo che è tanto più doloroso per quelli come noi che credono fermamente nella necessità del superamento dell'obsoleto ordine capitalista e della trasformazione socialista, che sono attivi militanti e sostenitori di un processo rivoluzionario di portata universale.


Ma in questa sede stiamo analizzando e valutando in primo luogo entità spirituali, etiche e culturali: le idee umanitarie e le grandi utopie, le rivendicazioni e le speranze di giustizia e dignità che, nella loro unità o contraddizione dialettica con la realtà materiale e sociale, muovono il mondo e la società umana in una spirale ascendente. Esse, nel corso del processo storico, hanno sempre dato origine a fatti che, apparentemente, le negano e le invalidano. Gli amanti dell'umanità, gli umanisti militanti cercarono sempre di evitare questa eventualità e di ridurla al minimo e, ciò nonostante, quei fatti accaddero più di una volta. Non agiamo nel regno astratto delle idee, ma qui sulla terra e l'essere umano non è fatto solo di sostanza divina, ma anche diabolica.


Per questo voglio citare, prima di terminare, una meravigliosa frase di un poeta della Repubblica Democratica Tedesca (credo che viva ancora): Heinz Kahlau.
"Anche la causa più giusta del mondo non può evitare di far danno né di commettere ingiustizie. Fintanto che non lo consideri un suo diritto, ma una disgrazia, continuerà ad essere la causa più giusta del mondo".


Un'affermazione esigente nel campo morale, ma anche consolatrice. Non smetteremo di agire per migliorare il mondo e per redimere l'essere umano per il fatto che, malgrado le migliori intenzioni, queste cose possano succedere e, certamente, potranno succedere altre volte. Ma siamo critici verso noi stessi e non perdiamo mai, neppure nel mezzo della lotta più spietata, l'amore per l'essere umano.


Credo che quel tentativo di trasformazione socialista in Europa Orientale fu lo slancio più audace in direzione dell'emancipazione umana, della giustizia sociale  e della dignità che sia mai stato intrapreso nel corso della storia... fino ad ora! tutti i tentativi ulteriori dovranno superarlo, ma mai si dovrà far finta di ignorare questo grandioso esperimento che non "fallì", come si suole dire, ma che crollò, non potendo più resistere alla pressione di un nemico molto forte e privo di scrupoli.


Intrapreso in condizioni estremamente avverse, esso doveva soffrire di molti gravi difetti. Perché coloro che assicuravano che sarebbe stato impossibile liberarsi dal giogo del capitalismo ed iniziare la costruzione del socialismo in un solo paese (ancor meno in un paese così arretrato come la Russia), perché, quando, malgrado tutto, vi riuscirono, vennero rimproverati per la persistenza di gravi carenze e persino vennero accusati di commettere azioni inaccettabili a sostegno del nuovo ordine ancora precario, creando strutture repressive che si convertirono poi in ostacoli al suo ulteriore sviluppo? Mancano forse ragioni per poterlo spiegare? 


Fra i paesi che intrapresero il cammino del socialismo, vorrei riferirmi in particolare ad uno che conosco bene: la Repubblica Democratica Tedesca. Conviene menzionare questo grande esperimento se non vogliamo che rimanga incompleto il nostro elenco di inquietudini e di tentativi umanisti intrapresi nel corso della storia. Nonostante si siano prodotti anche lì fatti che non avrebbero dovuto succedere e che sembravano negare quell'essenza umanitaria che è propria di questo esperimento, di fronte ad ostacoli apparentemente insormontabili, in circostanze estremamente avverse e sotto il continuo incalzare del nemico.


Chi realizzò quel vero e proprio "miracolo tedesco" che fece risorgere dalle rovine materiali e spirituali un frammento di paese purificando dal veleno nazista la popolazione e mobilitandola verso la costruzione di un ordine senza sfruttatori né sfruttati, in cui tutti potessero vivere in pace e sicurezza, con piena garanzia per le loro necessità materiali e spirituali? Uomini e donne che, rotti nel corpo ma non nello spirito, venivano dai campi di concentramento; oltre ad alcuni dirigenti e rifugiati che tornavano dall'esilio. Tutti assieme non erano più di qualche centinaio.


Sterminare lo spirito nazista! Lo dico pienamente cosciente dell'audacia che, da parte mia, implica tale affermazione. Perché è certo e ne sono testimone! È chiaro che approfittavano della proverbiale disciplina ed obbedienza tedesche. Come non approfittare di quel poco che poteva servire in una situazione tanto disperata! Con il crollo (lo spiegano bene le leggi ormai classiche della psicanalisi) si produce il fenomeno del ritorno, e ciò che è stato spodestato, anche il razzismo, torna per causa della frustrazione, come le bestiacce escono dalle fogne quando non si osservano le nome di igiene.


Ma sempre, prima e dopo del crollo, l'antiumanesimo, la xenofobia e tutto ciò che è moralmente negativo, sono stati inseparabilmente uniti all'odio più violento verso l'ideologia e al potere, imperanti in quei 40 anni. E questo è congruente, quindi l'analisi si conclude alla perfezione.


Odio verso gli ebrei? Non ce n'era! Non ce n'era! Su questo aspetto la purificazione spirituale ebbe pieno esito. La completa integrazione era accettata a livello massivo. Intendiamoci bene: non solo da parte del regime, ma anche a livello popolare. Questo a pochi anni di distanza dal disastro ideologico che ebbe origine dal nazismo! Si, la resistenza all'integrazione spontanea, l'emarginazione volontaria, erano in un certo modo malviste; particolarmente ;a forma politica di auto emarginazione: il sionismo. Si può discutere il concetto. Secondo me, fintantoché non ci siano pressioni di tipo materiale, l'antisemitismo non è favorire l'integrazione, ma impedirla. Lo insegna non solo il senso comune, ma tutta la storia degli ebrei e dell'antisemitismo.


Dopo la "caduta del muro", improvvisamente il Parlamento, "chiese scusa" formalmente agli ebrei per i supposti affronti ai quali sarebbero stati esposti. Evidentemente si riferivano al tremendo peccato di averli considerati tedeschi, cittadini e membri della società con piena dignità e pieni diritti, e non un corpo estraneo.


Scrissi, in quella occasione, una lettera aperta al primo ministro Lothar de Maiziere. Alcune rivistucole della Germania Ovest e dell'Austria la pubblicarono, cosa che, a quei tempi era un atto di coraggio. La pubblicò anche il periodico ebreo "Tribüne" di Francoforte sul Meno. Le aggregò una violenta arringa contro di me, che mi fece ricordare le accuse aggressive che avevo ricevuto a seguito della pubblicazione della prima edizione della mia "Storia critica". Comunque la pubblicò e invitò ad aprire una discussione. Ovviamente la pubblicò anche il "Neues Deutschland", organo del Partito del Socialismo Democratico, chiamato volgarmente "neo comunista", che adesso si è ripreso e ha raccolto una gran quantità di voti. Il governo tedesco orientale, al quale rimanevano ancora sei mesi di vita, non segnalò mai il ricevimento della mia lettera.


Quante ne hanno dette sul fatto che in 40 anni non si fosse riusciti a creare il "nuovo essere umano"! Io credo invece che ci si riuscì. Certamente non in un senso romantico, idealizzato. Non mi riferisco solo alla drastica diminuzione della criminalità, che ora è tornata ad aumentare altrettanto drasticamente. Delitti sconosciuti per decine di anni ora tornano ad essere abituali.

La cosa che invece è più importante é che le persone si sentivano sicure e non erano sospettose verso i vicini. Per questo, ahimè, é stato tanto facile ingannarli con la storia della libertà e del consumo, con le perline di vetro dell'Occidente. E continuavano a ingannarli, vendendogli auto usate per nuove, appioppandogli crediti e assicurazioni da imbroglio, e le migliaia di stratagemmi che erano e sono tuttora all'ordine del giorno in questa nostra società di lupi nella giungla. Erano fiduciosi e indifesi, e se qualcuno sostiene che questo é un difetto del "regime", non so proprio cosa gli si può rispondere. Persino nel modo di scomparire questo regime ha mostrato la sua superiorità. Pacificamente, senza cinici inganni e senza spargimenti di sangue. Mi ricordo di non so quanti regimi capitalisti che ebbero un atteggiamento ben diverso quando vennero messi in discussione per la loro persistenza. Violenza, repressione, fascismo, guerra, ecc., ecc.

E persino prima di essere veramente minacciati... ne sono un esempio i nostri 30.000 desaparecidos. Perché é certo e può essere detto come riassunto: ciò che di inumano può accadere nel socialismo, é in essenziale contraddizione con esso e pertanto, affinché il socialismo viva e prosperi, deve essere sterminato. Al contrario, ciò che di inumano c'é nel capitalismo, ne é parte integrante ed essenziale, e può scomparire solo assieme ad esso.
Cari amici, vi ringrazio per avermi ascoltato con tanta pazienza. Credo di aver esposto dati e fatti molteplici e ricchi di sfaccettature, sulla cultura ebraica e sulla cultura in generale, sulla storia ebraica e sulla storia in generale. Non vogliate rimproverarmi di aver incluso la mia forma particolare di intendere l'umanesimo.

Aldilà di tutto mi sento profondamente unito a tutti coloro che rappresentano e amano l'essere umano, che amano il bene e odiano il male, e si impegnano affinché quest'ultimo non trionfi sul primo; crediate o no in Dio e in qualsiasi modo intendiate l'amore verso l'essere umano. Solo con i cinici che non credono in nulla e disprezzano il prossimo, non ho niente in comune e anzi sono essenzialmente contro di loro. E questo credo di averlo in comune non solo con tutti voi, ma con gli umanisti di ogni latitudine e di tutti i tempi.


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(1) Settimanale che, dagli anni '50 ai '70, circolava a Buenos Aires, portavoce dell'umanesimo combattivo.

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