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Quando si prenderà sul serio l’educazione? Sulle prime pagine di molti giornali compare la notizia che all’esame di stato delle scuole superiori sono stati bocciati più studenti (6,6% invece del 3,3% dell’anno scorso) e che anche i voti sono stati più bassi rispetto all’anno precedente. Il ministro dell’Istruzione Fioroni si affrettato a dichiarare che “l’esame è stato più rigoroso ma non più severo. La consapevolezza che la scuola non è un parcheggio ma una cosa seria è importante per loro”.
Lasciando perdere il fatto che a dare l’impressione di non prendere la scuola come una cosa seria siano proprio i nostri governanti, viste le condizioni poco dignitose in cui ancora versa la scuola pubblica, vorremmo soffermarci sulla natura delle conclusioni a cui il ministro arriva nell’osservare il dato del raddoppio delle bocciature all’esame di maturità. L’equazione «più bocciati = scuola più seria» rappresenta il segno rivelatore di un’impostazione concettuale eccessivamente semplicistica - almeno per ciò che ci si aspetterebbe da un ministro della repubblica - e di una scala di valori che ricorda più la scuola di Gentile e del Libro Cuore che quella cambiata dal movimento di rinnovamento messo in moto dagli studenti ed insegnanti a partire dagli anni ’60. La scuola che evidentemente ha in mente Fioroni – e molti altri insieme a lui, purtroppo - sembra più seriosa che seria. Una scuola in cui il rapporto tra insegnanti e studenti è intriso di quel vecchio autoritarismo che tanto male ha fatto alle precedenti generazioni di giovani, dando poi luogo ad una società di adulti che oscillano tra il servilismo ed il desiderio di potere, ambedue facce della stessa violenza dalla cui spirale non sono più riusciti a distaccarsi.
Sarebbe questa la scuola seria? Una scuola veramente seria, contrariamente a ciò che si evince dai programmi, dovrebbe seriamente occuparsi dell’educazione delle giovani generazioni. ‘Educare’ deriva dal latino ‘educere’, cioè ‘condurre fuori’. Da ciò si evince che educare debba consistere principalmente nel rendere le nuove generazioni capaci di una visione non ingenua della realtà, nel senso che il loro sguardo consideri il mondo non come una presunta realtà obiettiva in sé, ma come un oggetto di trasformazione sul quale l’essere umano applica la propria azione. Se vogliamo che anche la società del futuro sia dominata dalla violenza e dalla sopraffazione, basta non prendere la scuola sul serio e continuare ad illudersi sulla scia delle equazioni alla Fioroni.
Se vogliamo invece che nella società futura crescano la solidarietà e la libertà, dobbiamo finalmente prendere sul serio la scuola, cioè come uno strumento in grado di contribuire ad un’equilibrata crescita intellettuale, emotiva e fisica delle nuove generazioni, in modo tale che attraverso l’educazione ad una visione non ingenua della realtà – almeno non così ingenua come quella del ministro - abbiano più strumenti di noi per poter scegliere liberamente cosa fare della propria vita.
Roma, 27 luglio 2007 Dott. Carlo Olivieri
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