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Giovanni Reale, EROS DEMONE MEDIATORE | Giovanni Reale, EROS DEMONE MEDIATORE |
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| Scritto da ANTS Artisti nonviolenti | |
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Giovanni Reale, EROS DEMONE MEDIATORE Il gioco delle maschere nel Simposio, Rizzoli, Milano, 1997
Nietzsche: “Ogni spirito profondo ha bisogno di una maschera, attorno a lui cresce continuamente una maschera” (Al di là del bene e del male). I sette discorsi del Simposio (più l’ottavo di Diotima) sono presentati da delle maschere rappresentanti le differenti correnti culturali dell’epoca. Attraverso di loro Platone finge di nascondere per rivelare le verità fondamentali dell’uomo, queste allora potevano essere capite da chi le poteva intendere, dai suoi discepoli dell’Accademia che conoscevano le dottrine non scritte. Agatone tiene una festa per celebrare la vittoria della sua prima tragedia ad un concorso, siamo nel 416 a.c. al termine del pranzo Erissimaco, stimolato da Fedro propone un discorso elogiativo di Eros. Il primo a parlare è Fedro, la sua è la maschera del giovane letterato, del retore, è un discorso semplice, fine, ma esile che si basa sull’autorità dei poeti: Eros è il Dio più antico, suscita negli uomini desideri di onore ed è fonte di virtù. Poi parla Pausania, il raffinato retore-politico che riporta le idee della Atene-bene, è un sofista ed è l’ideologo del modo di comportarsi che Platone vuole rovesciare. Egli giustifica l’amore maschile per i giovani: l’amante conduce l’amato alla saggezza, così il giovane acquista la virtù. Erissimaco è la maschera del medico che si rifà ai filosofi naturalisti. Eros ì l’armonia tra gli opposti e la medicina produce questa armonia. Aristofane è il commediografo, nel suo discorso Platone nasconde le dottrine più importanti. Racconto della nascita degli uomini. Qui Eros è nostalgia per l’unità perduta e tentativo di riconquista dell’originaria natura. Agatone è il tragediografo, il suo scritto è perfetto, ma sbagliato e inconcludente, è un sofista tutto attento alla parola, pone bene il problema, ma oinvece di risolverlo, lui canta. Socrate nel suo discorso (maschera del filosofo dialettico) dà la giusta soluzione. Con Socrate il gioco delle maschere si complica, lui dice di aver appreso la dottrina dalla sacerdotessa Diotima di Mantinea. Così succede che Diotima è la maschera di Socrate (cioè di Platone) e Socrate che viene confutato dalla sacerdotessa è la maschera di Agatone (perché era lui a sbagliare). Infine parla Alcibiade che irrompe ubriaco che elogia Socrate come il vero amante, egli è la maschera di chi respinge la verità socratica sull’Eros. I discorsi di Fedro, Pausania, Erissimaco, Agatone, di fatto dicono chiò che Eros non è, eppure sono necessari perché la prima regola per giungere alla verità è quella di purificarsi dagli errori (prima tappa dell’iniziazione ai misteri). Le altre quattro maschere: Aristofane, Socrate, Diotima e Alcibiade dicono ciò che Eros è. In particolare Aristofane è la maschera di cui Platone si serve per comunicare le sue dottrine non scritte (Eros come nostalgia dell’Uno) e lo fa ridendo di quanti ridevano di lui. Platone parla dell’Eros attraverso Socrate, ma nel suo gioco fa derivare le sue dottrine da una rivelazione della sacerdotessa Diotima. Socrate è qui perplesso per una mentalità che non è la sua, ma quella di Agatone! Così Socrate è ora la maschera di Agatone, mentre Diotima è la maschera di Socrate che è la maschera di Platone! Qui eros è desiderio di ciò di cui si sente mancanza, desiderio del bello e del bene, è un essere intermedio e mediatore tra brutto e bello, tra bene e male, tra immortale e mortale. Perciò Eros non è un Dio, ma un demone. Eros infatti nasce da Penia (la mancanza, la povertà) e Poros (la tendenza ad ottenere), così Erso è la tendenza ad ottenere ciò di cui manca e desidera, è capacità di procreare nel bello. Dalla bellezza dei corpi sale alla bellezza delle anime, delle leggi, delle scienze, fina al bello assoluto, cioè del bene supremo. In tal modo l’anima diventa cara agli dei e immortale. Chi sia il vero amante Platone la fa dire all’ubriaco Alcibiade. Socrate non accetta di scambiare l’amore fisico in cambio del sapere e della virtù: cioè in cambio dell’apparenza del bello (bellezza fisica) si vuole la verità del bello, armi d’oro con armi di bronzo. Capitolo secondo: IL PRELUDIO DEL SIMPOSIO Un primo messaggio cifrato di particolare importanza
Perciò il Simposio è la narrazione di una narrazione. Apollodoro fa il racconto a degli amici come poco prima l’aveva fatta all’amico Glaucone (ripetizione positiva dell’oralità), il quale aveva già sentito il racconto da un tale che lo aveva ascoltato da Fenice che lo aveva ascoltato da Aristodemo, ma era rimasto insoddisfatto perché impreciso. Tutto questo raccontare mette in risalto l’importanza dell’oralità, ma c’è chi sa raccontare e chi no! La fonte di Glaucone e di Apollodoro è la stessa (Aristodemo), ma la comprensione è stata ben diversa. Ciò significa che nei passaggi non c’è stata la giusta comprensione Apollodoro aveva invece capito bene, e Socrate stesso glielo confermò. Su questo punto torna allora la posizione della conclusione del Fedro, la convinzione cioè che solo l’autore può venire in soccorso del discorso. Sempre nel preludio si dice che verranno riportate solo le cose ricordate, cioè le più importanti (anche al termine del discorso di Fedro si dice che c’erano stati altri discorsi prima di quello di Pausania, ma li si era dimenticati). Ne deriva che non siamo qui di fronte ad un racconto storico, tanto che il racconto si colloca male nel tempo con quel riferimento: “C’era una volta…”, Apollodoro era ragazzo quando le cose accaddero, Agatone non abitava più ad Atene. Questa lontananza del tempo dà al racconto la dimensione del mito, un evento leggendario. Infine un preludio così complicato si trova solo nel Parmenide, dove Platone elabora il messaggio allusivo più avanzato alle dottrine non scritte. Allora qui nel Simposio c’è qualcosa di analogo. Apollodoro è il personaggio che invita alla filosofia, contesta gli amici che parlano solo di ricchezza, Apollodoro da tre anni seguiva Socrate, sa dov’è la verità. Galucone poteva essere uno dei fratelli di Platone. Capitolo terzo: IL PROLOGO NARRATO Un importante messaggio cifrato: Socrate riceve una ispirazione prima del Simposio
Socrate va alla cena vestito bello-bene. Aristodemo non era stato invitato da Agatone, ma viene accolto come un invitato, mentre Socrate resta fuori in meditazione, ma già lungo la strada stava meditando, entrerà solo a metà del pranzo, infrangendo tutte le regole. Si tratta dell’ispirazione divina che coglieva Socrate nei momento importanti (dovrà parlare correttamente di Eros!) come anche più avanti ricorderà Alcibiade di averlo visto in meditazione quasi due giorni fermo in piedi. Socrate entra e Agatone lo invita a sedersi vicino a lui affinché possa ricevere della sua sapienza. Agatone era un sofista, convinto che la sapienza possa essere ricevuta dal di fuori, per Socrate, invece, ciò non è possibile, la sapienza viene dal di dentro. Ironicamente Socrate si dice dispiaciuto di ciò perché se così fosse lui avrebbe guadagnato da Agatone, il grande poeta vincitore. Questa scena segnala il conflitto tra a filosofia e la poesia circa il tema della sapienza che si manifesterà poi anche nei discorsi su Eros. La vittoria del filosofo sarà decretata alla fine da Alcibiade che incoronerà Socrate. Il Simposio seguirebbe i riti dionisiaci: la rappresentazione della tragedia era già stata fatta (Agatone vincitore), così anche il convito con i coreuti (il giorno prima, Socrate non c’era) ora toccava il terzo momento. Le libagioni, ma Pausania propone di non ubriacarsi visti gli eccessi del giorno prima, e il medico Erissimaco approva e propone di elogiare Eros, il dio che già Fedro lamentava non essere elogiato da nessuno. Socrate approva dicendo di non conoscere null’altro che le cose d’amore (per Socrate-Platone eros e filosofia coincidono!). Da notare che ora non ci si ubriaca e si mandano via le suonatrici di flauto, dunque si trasforma il rito dionisiaco (cui si connetteva la poesia tragica e comica) in rito apollineo (cui si connetteva la filosofia). si tratta di un idizio per cui nella lotta tra filosofia e poesia uscirà vincente la filosofia. Capitolo quarto: FEDRO La maschera del letterato sensibile e intelligente ma bisognoso di filosofia
La maschera di Fedro è quella del letterato amante dei retori, dei poeti, dei discorsi perfetti, quelli che devono convincere, che si interessano più al verosimile che alla verità, perché il verosimile persuade di più che il vero. Platone ammirava Fedro e nel Fedro lo voleva convincere a volgere la sua attenzione alla filosofia. Nel suo discorso Fedro ci dice che Eros era dio antichissimo e dunque grande e meraviglioso, non ne sappiamo i genitori secondo i poeti. Eros dà doni grandissimi: al giovane procura un degno amante all’amante un giovane amato. Eros dà l’amore che guida gli uomini alla vita bella. L’attenzione qui però non è sulla causa, ma sull’effetto di ciò, e l’effetto consiste nel fatto che ci si vergogna più verso l’amante che verso genitori o amici, quando si compie una cosa brutta (quindi l’amore di Eros è la cosa più importante). L’ideale è anche sociale: se la città fosse tutta formata di amanti ed amati sarebbe perfetta, il brutto-male sarebbe bandito per il bello-bene. Ed anche per l’esercito in guerra, nessuno abbandonerebbe la battaglia! Per provare ciò Fedro sa solo chiamare in causa Omero per il quale Eros avrebbe ispirato gli eroi. Così Alcesti seppe morire per lo sposo e fu premiata dagli dei e tornò dall’Ade (mentre Orfeo non seppe fare tanto e tentò l’astuzia per andare all’Ade). Achille morì per Patroclo vendicandolo uccidendo Ettore (addirittura muore per amore di Patroclo che era già morto!) e così andò in premio all’isola dei Beati. In realtà questo morire per l’amato è finalizzato ad un desiderio di immortalità personale. Si cercala gloria che ci rende immortali nel ricordo. Siamo ben lontani dalla tradizione cristiana! L’esempio di Achille è singolare: Achille era più giovane e bello di Patroclo, egli dunque era l’amato (e Patroclo l’amante). Solitamente era più forte l’amore dell’amante verso l’amato (del vecchio per il giovane) che il contrario. Le idee di Fedro hanno della validità, ma sono confuse e non giustificate, eppure Platone ha simpatia per Fedro il quale dopo essersi formato potrà trattare di Eros filosoficamente e non poeticamente.
La maschera dell’oratore e politico alla moda ispirato al razionalismo sofistico
Pausania era un sofista allievo di Prodico e sa difendere con grande abilità la pederastia, a quel tempo condannata da alcuni. Egli argomenta affermando che vi sono due Eros come vi sono due Afrodite. Vi è l’Afrodite Urania o Celeste figlia del solo Uranio che era stato mutilato da Crono e il cui sperma era finito in mare dalla cui schiuma era nata Afrodite (essa e quindi senza madre e allora celeste per modo di dire), la seconda è figlia di Zeus e Dione e viene detta Afrodite Pandemia o Volgare. Vi sarà allora un Eros celeste e un Eros volgare. Contro la religiosità greca, per la quale ogni dio va adorato Pausania a sorpresa dice che un solo Eros va elogiato. Per Pausania una cosa non è belle o buona in sé, dipende solo da come essa viene fatta, perciò i valori non sono nelle cose, ma vengono dati alle cose. Una cosa è bella se svolta in modo armonico. Perciò l’uomo può soddisfare qualsiasi passione e si deve lodare solo l’Eros che ci spinge ad amare in modo bello, cioè l’Eros celeste (l’Eros volgare è collegato ad Afrodite volgare nata da uomo e donna e fa amare le donne, i corpi, le persone senza intelligenza per sottometterle meglio ed è proprio degli uomini che valgono poco). L’Eros celeste, non avendo madre partecipa solo della natura del maschio, è più antica, non porta alla sfrenatezza porta all’amore verso il più forte e il più intelligente (cioè il maschio!). questo Eros spinge verso il giovane quando questi mostra intelligenza (cioè quando mettono la barba), non prima, esso provoca un amore per tutta la vita. Pausania sostiene la sua tesi citando le leggi di vari paesi verso l’amore maschile. Ma queste leggi fanno parte del costume, non della natura. Vi sono così diversità di opinioni sulla pederastia. Nell’Elide e nella Boezia la legge ha stabilito che l’amore maschile è cosa bella, in esse c’era poca cultura e gl uomini non erano in grado di fare discorsi per convincere i giovani all’amore verso di loro, e allora è intervenuta la legge. Nella Ionia questo amore è proibito dalla legge perché lì vige un regime tirannico che odia l’amore per i giocavi, la ginnastica, la sapienza. Ad esempio proprio l’amore fra due giovani, Aristogitone ed Armodio provocò la fine della tirannia ad Atene (nel 514 il tiranno Ipparco aveva oltraggiato Armodio il quale con l’amico Aristogitone si vendicò uccidendolo). Più complicate sono le leggi a Sparta e ad Atene. Si devono amare manifestamente le figura migliori e più nobili (anche se sono più brutti), l’amato va conquistato con qualunque mezzo, anche se vietato per altri scopi (per esempio il guadagno): suppliche, preghiere, giuramenti, dormire fuori dalla porta. In amore gli dei concedono perfino che il giuramento possa essere trasgredito. Eppure ad Atene i padri impediscono ai figli, attraverso i pedagoghi, di essere coinvolti dagli amanti, come se questa fosse una cosa brutta, questo perché c’è l’amante che cerca il corpo e fa cosa brutta e malvagia. La legge mette allora a dura prova gli amanti per verificare di che tipo siano, solo i veri amanti in tal modo saranno vincitori Perciò non ci si deve lasciar conquistare velocemente, né prendere dalla ricchezza, dal potere perché non sono cose stabile e da esse non può nascere vera amicizia. Pausania conclude affermando che è cosa bella che l’amato si conceda all’amante quando lo fa per diventare migliore in sapienza e virtù (e Platone rovescerà questa posizione!). così Pausania cerca di nobilitare l’amore sessuale connettendolo con la sapienza e la virtù. Anche per Platone Eros va congiunto con sapienza e virtù, ma in una maniera del tutto differente, l’Eros sessuale è solo il primo gradino della scala e il congiungimento col bello-bene avviene solo nell'Eros filosofico al termine della scala, questi nel Fedro metteranno le ali per tornare presso gli dei, gli altri, quelli dell’Eros sessuale, non potranno. Più avanti Alcibiade ribadirà la tesi di Pausania volendo concedersi a Socrate, ma, risponde Socrate, concedersi per ottenere virtù è come volere la verità del bello concedendo l’apparenza del bello. Perciò per Platone la virtù si conquista per tutta un’altra strada! Capitolo sesto: ERISSIMACO La maschera dello scienziato medico-filosofo naturalista
A quel tempo la medicina era considerata con grande attenzione, era il punto di partenza per la riflessione naturalistica. Erissimaco pensa anche lui all’esistenza di due Eros operanti però a tutti i livelli. Si tratta di una forza naturale che il medico, con la sua scienza, cerca di controllare Ma già Esiodo aveva una visione cosmica dell’Eros. L’Eros positivo è nel corpo sano, quello negativo nel copro malato. Il medico infonde Eros bello nei corpi malati rendendoli sani, realizzando la concordia, l’armonia dove mancano. Il medico è un artefice e creatore di Eros. Le scienze, infatti, hanno una potenza demiurgica, in quanto in grado di produrre Eros, di infondere armonia nei corpi. Eros celeste fa diventare temperanti. Eros volgare è pericoloso, il mangiare, per esempio può soddisfare i desideri, ma può anche portare ala malattia (se si mangia troppo!). Anche la ginnastica, come la medicina, infonde e conserva Eros bello nel corpo e così anche l’agricoltura (arte di infondere Eros buono nei corpi vegetali). La musica poi produce armonia, e quindi Eros. Essa pone in accordo suoni discordanti. L’armonia musicale è opera dell’Eros buono, ma nelle composizioni e nell’educazione musicali c’è sia Eros buono che Eros cattivo. Anche tra i corpi celesti i due Eros svolgono un ruolo essenziale, ma qui l’astronomia deve limitarsi a constatare la cose senza poter far nulla, Eros buono produce l’armonia del ciclo delle stagioni dei moti degli astri etc. Eros cattivo è causa dei fenomeni naturali distruttori, temporali etc. Eros infine opera anche nella mantica, l’arte della divinazione, Eros rende possibile il rapporto tra gli dei e gli uomini, fa sì che gli uomini amino gli dei con comportamenti adeguati di giustizia e santità, evitando l’ingiustizia e l’empietà. Erissimaco porta l’Eros dalla dimensione antropologica a quella universale e cosmica. L’Eros è temperanza e giustizia a tutti i livelli. Nel Gorgia a Callicle che puntava tutto sulla soddisfazione e il piacere, Socrate risponde proprio in questa maniera e parla infine di uguaglianza geometrica che realizza l’ordine nel disordine, l’unità nella molteplicità. Sempre Erissimaco sostiene una tesi che sarà poi centrale nel discorso di Socrate: Eros è accordo e armonia di contrari, ma da naturalista non lo sa dimostrare e questo è il suo limite. Erissimaco cita Eraclito per il quale “l’Uno in sé discorde, con se medesimo s’accorda, come l’armonia dell’arco e della lira” per cui l’armonia nasce da cose prima discordi. Intanto nel frammento soggetto non è l’Uno, ma gli uomini poi Erissimaco non dice come mai si può avere l’armonia tra cose discordanti e non lo può fare perché da naturalista non è in grado di cogliere i fondamenti ontologici, manca un termine superiore di riferimento, un principio primo e supremo che per Platone sarà l’UNO (citato da Erissimaco, ma non capito!) e l’Eros sarà nostalgia dell’UNO, dall’Uno Eros trarrà la forza di mediare gli opposti creando armonia. Del resto alla fine del suo discorso Erissimaco stesso ammette di aver potuto tralasciare qualcosa, ad altri colmare il vuoto. Capitolo settimo: ARISTOFANE La maschera del poeta-comico per una presentazione truccata delle “Dottrine non scritte” di Platone
Il discorso di Aristofane è importante, sarà poi ripreso dalla sacerdotessa Diotima, la quale lo correggerà e quando Aristofane cercherà di repplicare ciò sarà impossibile per l’arrivo di Alcibiade ubriaco. Platone usa la maschera di Aristofane per esprimere le sue idee più profonde e nessuno potrà ridere per esse se non con il rischio di venir deriso. È il discorso più bello tra le imitazioni-maschere di Platone. In origine gli uomini erano sferici con quattro mani, quattro gambe due facce, i sessi erano tre: il maschile il femminile e l’androgino, ogni persona non aveva bisogno di nulla per essere completata. Zeus li divide a metà (divisione in due) costringendoli a cercarsi e quando due metà si trovavano morivano di fame. Allora Zeus inventò la generazione sessuale spostando gli organi sessuali sul davanti. Eros rappresenta allora il tentativo di ricomporre l’unità infranta, il fare di due uno, l’amore è il desiderio di ricomporre l’originario intero, Eros è l’aspirazione all’uno e all’intero originario. Il ripetuto gioco di Uno e divisione richiama evidentemente le dottrine non scritte, quelle dei principi primi. Il lettore informato subito lo doveva cogliere. Così per Aristofane Eros è nostalgia dell’Uno. Quando due metà si incontrano non si staccano più, esse non sanno ciò che provoca tale unione, non solo il piacere dell’amore, l’anima desidera un qualcos’altro che sa esprimere solo con enigmi, si tratta di un’altra realtà. L’incontro delle due metà non basta, è altro ciò che realizza, è il trovare il Bene: ecco la correzione che Diotima fa ad Aristofane: non c’è altro che gli uomini amano se non il bene (che è ciò che Aristofane chiama Uno). Qui il collegamento Bene-Uno è sempre velato e sfocato, solo chi conosceva le dottrine non scritte lo poteva capire. Capitolo ottavo: AGATONE La maschera del poeta tragico che coglie il nocciolo del problema ma lo dissolve nella musica della parola
Il discorso di Agatone richiama Gorgia il suo è lo stile allora della tragedia ispirata alla sofistica e rappresenta una forte tendenza culturale. Agatone parla secondo la tecnica del parlare e lo stile della tragedia allora di successo. Egli avrà grandissimo successo, proprio come la sua tragedia. Agatone intende prima di tutto chiarire chi sia Eros: Eros è il più felice, il più bello il più buono tra gli dei. Poiché bello e buono sono per i greci la stessa cosa, Agatone si sofferma sulla bellezza di Eros, nel quale egli vede, narcisisticamente, la propria immagine. Eros è il più giovane tra gli dei ed è sempre giovane perché si unisce ai giovani e fugge i vecchi, è portatore di pace e dunque non c’era quando vi furono le lotte tra gli dei (dunque non è il più antico come diceva Fedro). E il più delicato perché dimora nei cuori e nelle anime, cioè tra le cose più morbide. Egli si insinua inosservato nelle anime, dunque è anche di forma flessuosa, si posa solo su luoghi profumati e fioriti. L’elogio che Agatone fa per ciò che è giovane è proprio del razionalismo che elogia ciò che è giovane, ciò che è prodotto dall’uomo.
Così Eros è giusto e agisce senza violenza, è temperante perché domina desideri e piaceri. Egli è forte perché Afrodite mediante Eros possiede Ares che è un dio forte. Eros è sapiente perché possiede la poesia e tutte le arti. Anche gli dei, grazie ad Eros hanno acquistato le loro arti.
Agatone pone bene il problema, ma non lo risolve, egli invece canta!
E la loro sovrapposizione per la rivelazione della verità su Eros
Nell’interludio Socrate ammette che il discorso di Agatone è molto bello e che ora lui è senza risorse. In effetti non c’è più nulla da dire circa quel modo di parlare di Eros, il modo degli oratori, tutto elogio e attribuzioni di cose belle, ma tale da convincere solo quelli che non conoscono Eros. Se invece di opinione si vuole parlare di verità e se Fedro lo permette (in quanto si trattava di infrangere la regola del simposio per la quale tutti dovevano parlare allo stesso modo!), dato che a lui si deve l’iniziativa di elogiare Eros, Socrate parlerà.
Nel discorso di Diotima il gioco delle maschere si complica, qui Socrate è la maschera di Agatone e Diotima quella di Socrate (che, a sua volta è la maschera di Platone). Socrate prima di entrare al banchetto aveva avuto l’ispirazione, il discorso finale di Diotima è il suo! È Socrate stesso ad avvertire il lettore che assumerà due maschere, quella di Agatone e quella di Diotima dicendo, prima di far parlare Diotima che anche lui sosteneva le tesi di Agatone e Diotima parlava con le sue (di Socrate).
Spostamento dell’asse della discussione: da Eros come l’amato a Eros come l’amante
Eros è amore di qualcosa, si volge verso qualcosa, egli è colui che ama, non la cosa amata. In quanto amore di qualcosa, Eros non ce l’ha e il suo è un desiderio di qualcosa, perciò Eros è il desiderio di ciò di cui è mancante. Si può anche avere una cosa desiderata, come la salute o la ricchezza, ma tuttavia essa resta sempre desiderata, almeno per il futuro. Agatone aveva detto che Eros è amore delle cose belle, ora egli stesso deve ammettere che Eros è desiderio delle cose belle (che significa anche di quelle buone e non può essere il più bello degli dei (se desidera le cose belle allora ne è mancante).
Socrate non può distruggere Agatone nel giorno della sua festa e allora introduce la figura di Diotima per dire la verità su Eros e dice di essere stato lui stesso confutato su queste cose. Ma la confutazione qui va intesa come una sorta di purificazione dagli errori, Socrate purifica Agatone per renderlo in grado di apprendere il messaggio di verità intorno ad Eros. Sulla linea delle igniziazione ai misteri dopo la purificazione ci sarà l’istruzione sulla natura di Eros e infine, terzo momento, l’iniziazione alle più alte cose d’amore e alla contemplazione del Bello in sé al vertice della scala dell’amore. Capitolo undicesimo: LA NATURA DI EROS DEMONE MEDIATORE Il grande messaggio espresso da Platone mediante Socrate con la maschera della sacerdotessa Diotima e come iniziazione ai misteri delle cose d’amore
Se Eros non è bello, perché cerca e desidera il bello. E non è nemmeno brutto e cattivo, ma è intermedio fra brutto e bello, dunque fra buono e cattivo. Egli è come l’opinione vera che non è ignoranza perché è vera, ma non è conoscenza perché non fornisce adeguate spiegazioni. Ma Eros oltre ad essere intermedio è anche mediatore, collega gli opposti, porta verso il positivo. Inoltre Eros non può essere un dio, ma è un demone a mezzo fra l’immortale e il mortale ed è così mediatore fra ciò che è divino e ciò che è umano e allora porta a gli dei preghiere e sacrifici degli uomini e agli uomini comandi e ricompense degli dei. Eros è uno dei tanti demoni. Connettendo le cose, Eros rende il tutto unitario. Infatti vi è un principio che opera orizzontalmente unendo i contrari nel mondo fisico e opera verticalmente che collega la dimensione eterna dell’essere e quella del divenire (mondo delle idee e mondo fisico), l’immortale e il mortale. Questo principio è il Bene di cui il Bello è manifestazione. Eros realizza il legame, unisce i due mondi, l’amore lega il sensibile all’intelligibile. In qualche modo Eros è così imparentato con Cristo.
La sua tensione ad unificare rappresenta la tendenza del principio materiale (la Daide) a ricevere il principio formale (l’Uno). Così Penia simboleggia la Diade e Poros non l’Uno, ma la forza dell’Uno di attirare a sé che permea tutta la realtà. D’altro canto è tipico del greco quello di descrivere il mondo sempre in termini bipolari. Anche gli dei sono costituiti di forze polarmente opposte e ogni dio ha un dio opposto. Sono coppie di contrari polari, non dualistici, perciò si richiamano ma non si eliminano.
Capitolo dodicesimo: L’ATTIVITA’ DI EROS FORZA CREATRICE E CONTROPOTENZA SALVATRICE Sviluppo e conclusione della prima fase della iniziazione misterica alla conoscenza dell’Eros
Per Platone l’amore è una forma che riferisce al bello, ma ve ne sono altre che chiamiamo con nomi differenti, ma che sono come Eros ricerca del bene. Così noi chiamiamo poesia e poeti la creazione e i creatori (è il significato dei termini greci poesia e poeti) riferendo tale azione ai versi e alla musica, in realtà il significato originario è molto più vasto. Così anche Eros riferito all’amore ha un significato ristretto, quando invece esso andrebbe allargato ad ogni ricerca del bene, con la filosofia, il guadagno, la ginnastica etc. Perciò Eros è la tendenza a raggiungere il Bene per sempre. Più precisazione la tendenza di Eros a possedere il bene si realizza nel generare e partorire nel bello perciò chi è gravido cerca il bello e fugge il brutto. Inoltre la generazione esprime l’immortalità nel mortale. Infatti, poiché il Bene è eterno è Eros è desiderio del bene, Eros è anche desiderio di immortalità. Per questo Eros è contropotenza salvatrice perché nella generazione vince la mortalità dell’uomo, ciò vale non solo per il corpo, ma anche per l’anima. Comunque si precisa qui che con la procreazione ciò che è mortale partecipa dell’immortalità, e ciò che è immortale vi partecipa in altro modo (si intende l’anima che per Platone è immortale).
La generazione di chi è gravido del corpo che Eros spinge a fare dell’uomo con la donna ha come finalità l’immortalità. Chi invece è gravido nell’anima concepiscono la saggezza e la virtù e soprattutto la temperanza e la giustizia che stanno alla base della città ideale. Per questo concepimento e parto ci vuole la bellezza, perché nel brutto non si genera. Così chi è gravido nell’anima cerca i corpi belli e li educa. Questi gravidi sono per esempio Licurgo e Solone, cioè i legislatori. Così Eros è alla base anche della città-ideale. Termina così l’iniziazione ai piccoli misteri (seconda tappa, la prima era la purificazione) e si apre quella ai grandi misteri (terza tappa). Capitolo tredicesimo: LA SCALA DI EROS Dall’amore dei corpi alla contemplazione della bellezza in sé. Il momento supremo dell’iniziazione ai “grandi misteri” sulle cose d’amore
All’inno in versi tutto parole belle in onore di Eros fatto da Agatone al termine del suo discorso, corrisponde un inno in prosa tutto sostanza che si conclude con la visione del Bello in sé. 1. Il primo gradino nella scala di Eros è quello dell’amore per la bellezza dei corpi. Ci si deve allora avvicinare ai corpi belli, ma non per il desiderio sessuale, bensì per l’emozione che suscita la bellezza e spinge l’anima a generare ciò di cui è gravida, generare discorsi belli che riguardino le virtù della temperanza e della giustizia. L’amante ama la bellezza che è nel corpo, non il corpo bello per il corpo, egli ama l’intelligibile nel sensibile. Così si ama la bellezza che si trova, unica, in tutti i corpi belli. Perciò non si deve privilegiare un corpo bello sugli altri (contro il sesso!). nel Fedro Platone aveva dichiarato come contro natura l’amore sessuale per i giovani, così anche nelle Leggi. 2. Il secondo gradino porta alla consapevolezza che la bellezza presente nelle anime è di maggior valore di quella presente nei corpi. Platone fa propria la teoria socratica che l’uomo è la sua anima, perciò la bellezza dell’uomo è la bellezza della sua anima. La bellezza del corpo è solo apparenza del bello. Il corpo è solo uno strumento dell’uomo (Alcibiade maggiore). Alcibiade dirà che Socrate è come i Sileni, statuette brutte fuori che, aperte, rivelavano le bellissime immagini degli dei. 3. Il terzo gradino consente di vedere il bello nelle attività umane e nelle leggi. Qui il bello è la virtù, la giustizia e la temperanza che sono ordine, armonia, dunque bellezza. 4. Il quarto gradino è la bellezza nelle conoscenze, nelle scienze. L’orizzonte si allarga a tutte le cose belle, non più ad una sola o a poche. Così l’uomo gravido partorirà molte cose belle e così rafforzato. Le scienze dunque hanno a che fare con il bello. Per esempio la matematica è tutto rapporti, ordine, simmetria. La matematica e le scienze colgono l’ordine, il definito, la giusta misura presenti nelle cose, dunque colgono il bello. Perciò non entra in Accademia chi non sia geometra. 5. Chi arriva fino qui può cogliere il Bello che di manifesta in se stesso, non più nelle cose o negli esseri viventi: è l’idea del Bello. Essa è un’idea fondamentale in quanto media tra il sensibile e l’intelligibile. L’idea del Bello è l’unica, infatti, ad essere visibile ai sensi. E il Bene si fa vedere come Bello nei rapporti di proporzione e armonia da quelli corporei a quelli intelligibili. Così mediante Eros il Bene-Bello ci attira. È questa la nostalgia dell’Uno di cui aveva parlato Aristofane. Chi raggiunge questi vertici partorirà le virtù vere, sarà caro agli dei e sarà immortale.
Il colpo di teatro con il dramma satiresco-silenico. La maschera del giovane che respinge i messaggi socratici sull’Eros e il significato del vero amante
Aristofane sta per rispondere al discorso di Diotima, quando irrompe sulla scena Alcibiade, ubriaco, con altri amici chiassosi. Si passa così dal clima apollineo del bere con moderazione a quello dionisiaco degli ubriachi! Nel discorso di Alcibiade si passa dal discorso si Eros demone mediatore all’uomo demonico, al vero erotikos che è Socrate. Per Alcibiade Socrate assomiglia al Sileno, personaggio mitico bruttissimo che aveva allevato Dioniso (richiamo al nuovo clima dionisiaco. In effetti Socrate era proprio brutto come il Sileno, una somiglianza che si coglie anche nella iconografia socratica. Le statue dei Sileni si aprivano e avevano dentro le immagini bellissime degli dei. Ma Socrate assomiglia anche a Marsia che incantava con la musica del flauto e dava ispirazione. Socrate incanta con le sue parole. Alcibiade ha un amore e odio per Socrate perché è da lui continuamente richiamato a fare le cose giuste, mentre lui vorrebbe curarsi degli onori, del potere etc. anche i discorsi di Socrate sembrano Sileni, poco curati all’esterno con termini popolari, ma ricchissimi di contenuto.
I ruoli si capovolgono, Socrate non è l’amante, bensì l’amato! Socrate prepara l’animo a salire la scala dell’amore a cogliere il vero amore che sta oltre il fisico. Platone non condanna l’amore fisico, lo accetta a patto che sia il punto di partenza per giungere all’amore intellettuale. Socrate da filosofo ama i giovanetti. Platone ebbe un eros spirituale con Dione che conobbe a Siracusa e morì vittima di un complotto neo 353. Nel Fedro Platone descrive questo eros spirituale come l’incontro tra due anime che facevano parte della stessa schiera al seguito dello stesso dio. Quelle che seguivano Zeus cerca nell’anima dell’amato tratti di Zeus, doti filosofiche e di comando. E quel rapporto spinge a guardare verso il dio e a partecipare del divino. Capitolo quindicesimo: DIONISO E APOLLO La loro alleanza per la comunicazione del grande messaggio sull’Eros e conclusione del Simposio con Firma d’autore
Ma nel Simposio Dioniso non ha il predominio, e Socrate pose il suo messaggio filosofico sotto il segno di Apollo. Lo dice nell’Apologia, nel Fedone Socrate viene paragonato ai cigni sacri di Apollo che sono ministri del dio. Così l’elogio di Socrate ad Eros doveva essere di natura apollinea, tanto che Pausania fa bere con moderazione e Erissimaco dice che l’ubriacatura è pericolosa per gli uomini e viene mandata via la suonatrice di flauto (in uso nei riti dionisiaci). Alcibiade fa tornare in campo Dioniso perché a Platone serviva Dioniso per dire ciò che voleva, in vino veritas. Vi è un vero che Alcibiade dice e che solo nello stato dionisiaco poteva dire! Comunque qui Apollo risulta essere superiore a Dioniso. Nel suo messaggio finale Platone sostiene che il vero poeta tragico è anche comico e che comunque il filosofo supera la poesia con la verità. Poesia e commedia erano sacre a Dioniso, la filosofia ad Apollo! Apollo e Dioniso sono però alleati nel Simposio per rivelarci chi sia Eros.
Alla fine Socrate affermava che chi è poeta tragico è anche comico, Aristofane (il comico) e Agatone (il tragico), unici svegli in quel momento, ciondolavano e non seppero rispondere e poi si addormentarono. L’arte del vero ingloba tragedia e commedia. Dunque il vero poeta è il filosofo. E Platone sapeva di essere lui questo filosofo, lui che nelle sue opere era stato capace di essere a volte tragico e a volte comico, sempre vero. È questa la sua firma d’autore al Simposio, con l’uso delle maschere Platone aveva ben dimostrato la verità della sua convinzione. Alberto Sartori Giovanni Benvenuto
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