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Non è la Befana. Bensì l'Epifania. Manifestazione, annuncio della Pasqua, Magi simbolo di gente lontana. Ma, soprattutto, festa dei bambini. Bambini fisici, completi, totali, non i dolciastri angioletti plasticati di certe nostre insoffribili oleografie. Oleografie, lo dice la parola stessa, untuose, false, indigeste, menzognere, fallaci.
La Chiesa aggiunge, o meglio precisa, qualcosa a questa festa così bistrattata (quasi un... Natale povero) dedicandola all'infanzia missionaria. Si badi bene, non semplicemente all'infanzia santa, ma missionaria: in grado cioè, esattamente come i Magi, di portare Dio ai lontani, sia geograficamente, sia spiritualmente.
Ma come può un bambino, specie un piccolissimo bambino, essere missionario, cioè martire, nel significato originario di "testimone"? Come può testimoniare Dio chi è quasi inconsapevole quasi di esistere?
Lo possono, se una delle festività immediatamente susseguenti il Natale, il 28 dicembre, è quella dei Santi Innocenti Martiri, preceduta dal primo di tutti i martiri, l'adulto Stefano. "Che voce avrai tu più, se vecchia scindi/da te la carne, che se fossi morto/anzi che tu lasciassi il 'pappo' e 'l 'dindi',/pria che passin mill'anni? ch'è più corto/spazio a l'etterno, ch'un muover di ciglia/al cerchio che più tardi in cielo è torto", spiega Dante (Purg. XI). Il grande poeta, che pure non mostrava una particolare predilezione verso i bambini, non esitò a collocarli nell'Empireo, a stretto contatto con Dio, nel seno di quest'ultimo. Lo possono, e ben lo comprese il papa Giovanni Paolo II che, una quindicina d'anni fa, dedicò loro una memorabile Lettera ai bambini.
Ma il bambino è missionario e testimone, non per la sua innocenza intatta, e così breve. Sempre Dante, incontrando Adamo (Par. XXVI), scopre che il progenitore ha vissuto nell'Eden circa sette ore; chi c'impedisce, oggi, di situare quelle sette ore nello spazio fuggevole dei primi tre anni di vita? Un "corto spazio" di cui, peraltro, è segnata l'intera vita, cui si cementa qualche legame insondabile con un linguaggio eterno che, in seguito, fatichiamo a rintracciare. L'epoca in cui Dio è "I", uguale per tutti, uomini, bestie, oggetti, in cui le razze non esistono, in cui i credi non hanno senso. Il bambino è missionario e testimone nella sua presenza senza perifrasi. Perché non differisce da un nidiaceo, perché è muto, e contempla dietro gli occhi d'un sonno più vasto, sfere celesti e aure arcane. E' piovuto spargolo e lontano, ignorante e già gravato di sé. Conserva un profumo di paglia e di piume. La sua forza è balbettante e incrinata, pencola sul baratro, si sbuccerà, si ricreerà, ma la traccia di quel "prima", di quell'attimo senza tempo e senza esistenza, sempre verrà rimpianta. E' magica poltiglia minerale, impastata con acqua e in briciola di trascendente. E, mentre s'avanza nel mondo, brama di tornare alla sua sfera. "I tuoi nemici - scriveva Lutero contemplando il suo ultimogenito - sono il peccato e il diavolo: ma tu suggi il latte senza badare a nulla".

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