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Primo Levi, l'uomo delle scale E-mail

E alla fine ha abbracciato l’universo. Ho riflettuto molto, in questi giorni, sull’analogia tra la fine del ragazzo Matteo (gettatosi dalla finestra perché non sopportava più le crudeltà dei compagni) e quella del maturo scrittore Primo (lanciatosi dalla tromba delle scale il 12 aprile di vent’anni fa). Un anonimo fanciullo e un grande intellettuale. Entrambi schiacciati dallo stigma della diversità. Una diversità appioppatagli in nome di un’arbitraria e capricciosa natura.


 

Una diversità che li perseguitava come un incubo di Fuessli. Ma dal quale non si poteva scampare, perché nello scrittore, sempre, sopravvive tenace e spaurito il bimbo attonito e trucidato dalla cattiveria adult(erin)a.

 

Il narratore-compagno, dalla prosa piana e corrusca che tanto affascina gli scolari d’ogni tempo, era anche - un segno del destino - l’uomo delle scale. Quelle scale che, in un suo celebre brano, aveva descritte con allucinazione furiosamente lucida: l’emblema stesso dell’inganno e dell’assurdo. Quelle scale a chiocciola, a pioli, diritte e curve, irregolari, sfuggenti, scale capaci di dilatare e chiudere spazi, in un’immensa fisarmonica di colori e suoni. Scale per comunicare. Scale che congiungono. Ma anche scale che, dopo un lungo e tortuoso percorso, il poeta-fanciullo scopre, affranto e smarrito, non portare in nessun luogo.

 

Scale sempre mobili. Vasi comunicanti, senza inizio né fine, dove l’umanità s’incrocia nei suoi alti e bassi. Dove potrebbe stringersi in un caldo abbraccio, e spezzare il flusso dell’indifferente fiumara in cui annegano piccoli e grandi dolori. Spirali d’infinito in uno spazio chiuso, le scale consentono solo un volo modesto. E la morte di Levi voleva essere così, modesta. Perché vicina agli uomini. Non era uno scoppio di vita, come in Matteo che, nella fresca ebrietà della gioventù dilaniata, aspirava a vastità campestri. Levi no, Levi ricercava l’infanzia interrotta nelle fatiche quotidiane, nei cappelli di feltro, negli studenti dinoccolati, nell’incerto tremore delle aule scolastiche, nei chiacchiericci delle panetterie. La ricercava nel sistema periodico, nella linearità arguta e dolente, dal sorriso sempre un po’ affaticato. La ricercava, ancora una volta, nelle scale, in quei testimoni di un’umanità di passaggio, che nel folle e segregato volo egli volle fissare per sempre. In un disperato bisogno di amore.


Per ricreare un misticismo vivido e domestico.

 

Per sublimare l’incubo in una pace coalescente.

 

Per ritornare, vertiginosamente, ai primordi dell’uomo. Nella ferma beatitudine di notti e bagliori.

 

 

Daniela Tuscano

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