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La nostra vita a Zero - "Quattro dischi e un po' di whisky" in scena a Roma | La nostra vita a Zero - "Quattro dischi e un po' di whisky" in scena a Roma |
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| Scritto da daniela tuscano | |
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Rossana è schietta, determinata, volitiva. Gestisce un cocktail-bar dal nome curioso: Quattro dischi e un po’ di whisky. La vita sembra averla resa disincantata, talora ci
- Quando hai scritto la commedia?
"Circa un anno fa. Nella mia mente hanno preso forma le fisionomie dei quattro personaggi che scandiscono un passaggio temporale di venticinque-trent’anni, a partire ovviamente da Triangolo, che risale al 1978".
- I brani di Renato Zero accompagnano le vite dei protagonisti, giungendo fino ai giorni nostri. Eppure l’attenzione è catalizzata intorno a un periodo magico ma ancor poco studiato: l’ultimo scorcio dei ’70. Quando Renato è esploso.
"Il periodo della consapevolezza per molti di noi. I protagonisti sono molto giovani, alcuni ancora bambini, nel momento in cui vengono investiti dalla zerofollia. Come tanti loro coetanei non si riconoscono nei valori tradizionali dominanti, non nei sentimenti a uso esclusivamente 'privato' come le magliette fine di baglioniana memoria, ma non riescono a identificarsi totalmente nemmeno nella cosiddetta controcultura dell’epoca, rappresentata dai cantautori 'impegnati'”.
- In passato scrissi che Zero è stato l’unico artista italiano a proporre e a proporsi, anche fisicamente, come personaggio di rottura compiendo, però, un percorso opposto a quello dei cantautori. In un periodo in cui tutto doveva essere collettivo e politico, Renato è partito dall’intimo per fare un discorso sociale, aperto, innovativo e rivoluzionario.
"Ed è uno dei motivi per cui tanti si sono identificati in lui. È accaduto anche a me. Lo vedevo 'diverso', a volte una sorta di alieno caduto sulla terra, altre volte vicinissimo, quasi carnale. Il suo messaggio era libertario e liberatorio: una vera boccata d’ossigeno per quanti si percepivano emarginati e disadattati. Esortava a seguire ognuno la propria natura, perché la natura è varia, molteplice, non univoca; nulla di sorprendente, quindi, che sia poi riuscito ad arrivare a tutte le realtà sociali". - Anche alle famiglie… "Sì, perché un artista vero si rivolge necessariamente a tutti e ad ognuno".
- Proponendo fra l'altro, in prima serata, esibizioni oggi inimmaginabili. Nessuno, che io ricordi, avrebbe più il coraggio di cantare un brano come La fregata a un Fantastico, con quell'inquadratura di lanciamissili che non pareva esattamente una citazione di Eisenstein... "[Risate] Per noi era un gioco. Più ingenui? Non so. So che adesso sto riscoprendo quel periodo in modo più cosciente e mi rendo conto di quanto certi atteggiamenti fossero davvero all'avanguardia".
- Ricordo di aver letto, nel ’79, il commento d’un fan: “Renato canta per noi operai”. Potrebbe stupire. "Invece no. Renato era, è, tanto etereo quanto realista, anzi, espressionista.
- Espressionista?
"Scuoteva, cantava in italiano, non usava filtri. Le sue canzoni parlavano chiaro: Mi vendo, Baratto, Uomo no… Attraverso la metafora del realismo, Renato obbligava a pensare, a riflettere su di sé, senza cercare alibi all’esterno, fossero anche nobilissimi. Un altro che aveva capito che occorreva scavare all'interno di noi stessi per sovvertire le false regole della società è stato Pasolini". - Guarda caso, uno dei “miti” di Renato stesso. "Ma filtrato dalla sua sensibilità squisitamente teatrale".
- Ho letto un bell’articolo: Quante strade portano al camp.Recensiva un libro “serio”, ma esordiva proprio con l’analisi del “fenomeno Zero”. Spesso sottovalutato, anche da chi avrebbe dovuto capirlo meglio, accusato persino di frivolezza…
"Frivolezza e leggerezza non sono sinonimi. Non tutti si rendono conto che si possono affrontare temi, come dici tu, seri, anche col sorriso sulle labbra. Il mio teatro è così: semplice, diretto, popolare. Ma ha la pretesa di non essere stupido: voglio divertire, ma anche spingere a porsi delle domande, a non dar nulla per scontato e immutabile". - Anche i protagonisti di Quattro dischi… sembrano alla ricerca di autenticità. "E la trovano, pur attraversando conflitti talvolta dolorosi. Solo così, del resto, si cresce". - Hai scelto come incarnazione della sorcina doc una donna: è un caso? "Beh, ovviamente no… Non nascondo una certa autoidentificazione. Va pure ricordato che, drammaturgicamente, la figura femminile rende molto: Fassbinder, Almodovar, lo stesso Pasolini hanno sempre prediletto le donne per le loro opere. Sono il nostro lato segreto: fantasioso, nascosto. Con le donne si può 'osare'. Giulia Cantore poi è bravissima nella parte della sorcina 'attempata': ha lavorato con me in Good as you e la nostra intesa è ormai consolidata". - E gli altri attori? "Anche Diego Longobardi, il mio Camillo, mi ha affiancato nell’avventura di Good as you e Fiesta. Ma non ha certo bisogno di presentazioni. Era perfetto per la parte perché non volevo un imitatore di Renato, bensì un ragazzo autentico, coi suoi vizi, i suoi tic, il suo carattere insomma. Quando si concia come lui lo recita infatti a volte 'male', in modo stralunato. Deve scaturire il suo 'io', non una copia più o meno fedele di Zero".
- E arriviamo a Francesco De Angelis e a Linda Santaguida…
"Francesco è il sacerdote in crisi vocazionale che, all’inizio, si presenta come il classico individuo al di sopra di ogni sospetto. Poi, vinte le chiusure, abbandona la tonaca improvvisandosi idraulico, quindi allenatore di rugby, infine s’innamora di Paola/Linda Santaguida. Linda è alla prima esperienza teatrale e mi è piaciuta perché umile, volonterosa, appassionata.
"Non è così strano: l’afflato spirituale non è mai mancato nei brani di Renato. Ma d’altronde si tratta di due figure in un certo senso 'ai margini': costrette a vivere da minoranza in un mondo che ha compiuto scelte diverse. E, al tempo stesso, vittime dell’ipocrisia, dell’ostracismo. Certo, oggi le cose vanno molto meglio: gli omosessuali hanno raggiunto traguardi impensabili solo pochi anni prima, la Chiesa vive questa forte contraddizione tra il conformismo e la ricerca della verità. Ciò provoca tensioni acutissime, cui assistiamo ogni giorno". - Esiste un altro tipo di conformista, però: il provocatore di professione. Costui non vuole in realtà cambiare nulla, infatti ogni televisione ne propone uno. Il risultato è la noia, se non il rigetto. "Certo, anche la 'diversità' può rimanere assorbita da una logica consumistica e vendersi a meccanismi mercificatori. Uno dei motivi del prolungato successo di Renato credo sia proprio questo: ha sempre dato l’idea di vivere le esperienze sulla propria pelle. Contraddittorio, problematico, angelico e demoniaco quanto si vuole, ribelle e pacificato, ma sempre e comunque lui, non un prodotto di serie".
Zero canta Triangolo (dal film Ciao Nì!)
- Renato conosce lo spettacolo?
"Abbiamo scritto una lettera al suo ufficio stampa per informarlo del progetto e per invitarlo ad assistere. se vorrà, alla nostra performance. In ogni caso, aspettiamo tanti suoi fans e non solo, per divertirci e 'scambiare assieme' qualche brandello di vita. Cominciando da Roma, ma sperando d'incontrare presto tutta l'Italia".
Quattro dischi e un po’ di whisky, dal 13 gennaio al 1° febbraio. Roma, Colosseo Nuovo Teatro (via Capo d’Africa, 29). Info e prenotazioni 06/700.49.32 - 320.3814625.
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