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Punti di vista sulla Birmania E-mail
Scritto da ANTS Artisti nonviolenti   

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*Birmania: va bene il 'fiocco rosso', ma i nostri affari col regime?*


Le manifestazioni di questi giorni in Birmania e la dura repressione del

regime - che ieri ha fatto nove morti tra dimostranti e reporter - ha

posto all'attenzione dei media mondiali la situazione delle violazioni

dei diritti umani operata dal regime militare comandato dal generale

Than Shwe.



Non è da ieri che esiste questo regime, ma come ricorda Amnesty
International - è almeno dall'estate del 1988 che nella ex-Birmania,
ridenominata dai colonnelli Myanmar, "vi è una situazione di sostanziale
negazione dei fondamentali diritti umani: Aung San Suu Kyi, premio Nobel
per la pace e leader della Lega nazionale per la democrazia, è privata
della libertà da 17 anni; le leggi in vigore criminalizzano
l’espressione pacifica del dissenso politico; gli arresti avvengono
spesso senza mandato e i detenuti sono costretti a trascorrere lunghi
periodi d’isolamento; la tortura è praticata regolarmente nel corso
degli interrogatori; i processi nei confronti degli oppositori politici
seguono procedure non in linea col diritto internazionale e agli
imputati viene frequentemente negato il diritto a scegliere un avvocato".

E' giusta e necessaria la solidarietà internazionale alla popolazione e
ai dimostranti che oggi si è manifestata anche con il "fiocco rosso" da

indossare e, in Italia, con sit-in a Roma e a Milano. Ma forse è utile

legami tra il regime militari e i tanti piccoli e grandi affari cheu003cbr />diversi, chiudendo più di un occhio, portano avanti da anni.u003cbr />u003cbr />Sarebbe il caso ad esempio di cominciare a prendere sul serio quanto leu003cbr />campagne per il boicottaggio del turismo stanno dicendo da anni. Lau003cbr />Burma Campaign UK, in collegamento con i movimenti che si battono per lau003cbr />democrazia nell’ex-Birmania ha promosso il boicottaggio del turismo nelu003cbr />Paese asiatico: grazie al settore turistico, le cui infrastrutture siu003cbr />sono sviluppate grazie al ricorso a forme di schiavitù e al lavorou003cbr />minorile, il regime di Myanmar afferma di ricavare circa 100 milioni diu003cbr />dollari l’anno, circa la metà dei quali finiscono in spese militari. Chiu003cbr />fa viaggi, chi li promuove lo tenga presente. Sempre la Burma Campaignu003cbr />UK ha denunciato le attività della multinazionale francese Totalu003cbr />soprattutto per quanto riguarda il metanodotto di Yadana, verso lau003cbr />Thailandia, del valore di 1,2 miliardi di dollari.u003cbr />u003cbr />Ma è anche ora di cominciare a guardare alle nostre ditte italiane. Comeu003cbr />ha ben sottolineato nei giorni scorsi un comunicato di Cisl, Wwf,u003cbr />Greenpeace e Legambiente chiedendo di mettere fine ai rapportiu003cbr />commerciali con il paese fino ad un cambio della situazione politica.u003cbr />Poiché tutte le principali attività economiche e produttive sono in manou003cbr />o sono controllate dal regime militare o dallo stato le associazioniu003cbr />chiedono "alle imprese italiane che hanno rapporti commerciali con lau003cbr />Birmania e alle multinazionali, a partire da quelle impegnate nelu003cbr />settore forestale, petrolifero, del gas e minerario, nei progetti diu003cbr />costruzione di dighe ed infrastrutture - che comportano ingenti profittiu003cbr />per il regime, la violazione dei diritti umani, sindacali, ambientali -u003cbr />di sospendere i loro rapporti con questo paese, per non contribuire au003cbr />rafforzare il potere della giunta, che continua ad utilizzare il lavorou003cbr />",1] ); //-->cominciare a guardare anche in casa nostra, in Italia, per capire i

legami tra il regime militari e i tanti piccoli e grandi affari che

diversi, chiudendo più di un occhio, portano avanti da anni.


Sarebbe il caso ad esempio di cominciare a prendere sul serio quanto le

campagne per il boicottaggio del turismo stanno dicendo da anni. La

Burma Campaign UK, in collegamento con i movimenti che si battono per la

democrazia nell’ex-Birmania ha promosso il boicottaggio del turismo nel

Paese asiatico: grazie al settore turistico, le cui infrastrutture si

sono sviluppate grazie al ricorso a forme di schiavitù e al lavoro

minorile, il regime di Myanmar afferma di ricavare circa 100 milioni di

dollari l’anno, circa la metà dei quali finiscono in spese militari. Chi

fa viaggi, chi li promuove lo tenga presente. Sempre la Burma Campaign

UK ha denunciato le attività della multinazionale francese Total

soprattutto per quanto riguarda il metanodotto di Yadana, verso la

Thailandia, del valore di 1,2 miliardi di dollari.


Ma è anche ora di cominciare a guardare alle nostre ditte italiane. Come

ha ben sottolineato nei giorni scorsi un comunicato di Cisl, Wwf,

Greenpeace e Legambiente chiedendo di mettere fine ai rapporti

commerciali con il paese fino ad un cambio della situazione politica.

Poiché tutte le principali attività economiche e produttive sono in mano

o sono controllate dal regime militare o dallo stato le associazioni

chiedono "alle imprese italiane che hanno rapporti commerciali con la

Birmania e alle multinazionali, a partire da quelle impegnate nel

settore forestale, petrolifero, del gas e minerario, nei progetti di

costruzione di dighe ed infrastrutture - che comportano ingenti profitti

per il regime, la violazione dei diritti umani, sindacali, ambientali -

di sospendere i loro rapporti con questo paese, per non contribuire a

rafforzare il potere della giunta, che continua ad utilizzare il lavoro

Confindustria e le Camere di Commercio potrebbero cominciare a muoversiu003cbr />in tal senso, al di là della retorica delle dichiarazioni di solidarietàu003cbr />al popolo birmano. Ma intanto possiamo cominciare tutti dandou003cbr />un'occhiata a questa *lista di ditte che fanno affari col regime diu003cbr />Ragoon, suu003cbr />*u003ca onclicku003d"return top.js.OpenExtLink(window,event,this)" hrefu003d"http://www.burmacampaign.org.uk/dirty_list/dirty_list_details.html" targetu003d_blank>http://www.burmacampaign.orgu003cwbr />.uk/dirty_list/dirty_listu003cwbr />_details.htmlu003c/a>.u003cbr />u003cbr />E anche gli Enti locali, le Regioni, e lo stesso governo Italianou003cbr />potrebbero - come sottolineano le organizzazioni suddette ad "impegnarsiu003cbr />attivamente per l'attuazione della Risoluzione ILO nei confronti delleu003cbr />imprese e di istituire un sistema di disincentivi e di monitoraggio eu003cbr />rapporto regolare all’ILO, sul comportamento delle imprese". Ma, si diceu003cbr />spesso, queste misure sono poi efficaci a fronte dei commerci ad esempiou003cbr />tra dittatura di Myanmar e la Cina? Il fatto è che non conta solou003cbr />"l'efficacia" delle proprie azioni, ma anche il significato e l'impattou003cbr />locale, nazionale e internazionale che queste hanno sull'opinioneu003cbr />pubblica e - soprattutto - la coerenza tra ciò che si dice e ciò che siu003cbr />fa. Giusto e doveroso, quindi, solidalizzare coi manifestanti, ma ancoru003cbr />più giusto e doveroso è cominciare a guardare in casa nostra, ciascunou003cbr />in casa sua e nel suo ambiente di lavoro, impegno, associazione, aiu003cbr />propri consumi e ai viaggi per vedere come far sentire questau003cbr />solidarietà insieme alle parole e delle manifestazioni di piazza.u003cbr />u003cbr />Senza dimenticare di ricordare ai Ministeri degli Esteri e della Difesau003cbr />di rispondere alla Campagna Control Arms circa la faccenda della venditau003cbr />da parte dell'India alla Birmania/Myanmar dell'Advanced Light Helicopteru003cbr />(gli elicotteri da guerra che Delhi sta vendendo a Rangoon, sui qualiu003cbr />",1] ); //-->forzato e la devastazione ambientale come fonte di potere". Forse

Confindustria e le Camere di Commercio potrebbero cominciare a muoversi

in tal senso, al di là della retorica delle dichiarazioni di solidarietà

al popolo birmano. Ma intanto possiamo cominciare tutti dando

un'occhiata a questa *lista di ditte che fanno affari col regime di

Ragoon, su

*http://www.burmacampaign.org.uk/dirty_list/dirty_list_details.html.


E anche gli Enti locali, le Regioni, e lo stesso governo Italiano

potrebbero - come sottolineano le organizzazioni suddette ad "impegnarsi

attivamente per l'attuazione della Risoluzione ILO nei confronti delle

imprese e di istituire un sistema di disincentivi e di monitoraggio e

rapporto regolare all’ILO, sul comportamento delle imprese". Ma, si dice

spesso, queste misure sono poi efficaci a fronte dei commerci ad esempio

tra dittatura di Myanmar e la Cina? Il fatto è che non conta solo

"l'efficacia" delle proprie azioni, ma anche il significato e l'impatto

locale, nazionale e internazionale che queste hanno sull'opinione

pubblica e - soprattutto - la coerenza tra ciò che si dice e ciò che si

fa. Giusto e doveroso, quindi, solidalizzare coi manifestanti, ma ancor

più giusto e doveroso è cominciare a guardare in casa nostra, ciascuno

in casa sua e nel suo ambiente di lavoro, impegno, associazione, ai

propri consumi e ai viaggi per vedere come far sentire questa

solidarietà insieme alle parole e delle manifestazioni di piazza.


Senza dimenticare di ricordare ai Ministeri degli Esteri e della Difesa

di rispondere alla Campagna Control Arms circa la faccenda della vendita

da parte dell'India alla Birmania/Myanmar dell'Advanced Light Helicopter

(gli elicotteri da guerra che Delhi sta vendendo a Rangoon, sui quali

Elettronica Aster SpA): vendita che, in base alla legge 185/90u003cbr />sull'export di armi, richiede l'autorizzazione del governo italiano cheu003cbr />deve certificare il destinatario finale prima che una componente di unu003cbr />sistema militare sia rivenduta a paesi terzi.u003cbr />u003cbr />E, non me ne vogliano, ricordando di far presente anche ai nostriu003cbr />Presidenti del Consiglio, presenti e passati, che vendere armi a India eu003cbr />Cina significa proprio spianare la strada a queste triangolazioni.u003cbr />u003cbr />Giorgio Beretta (Da: Unimondo)u003cbr />u003cbr />u003cbr />u003cbr />Sabato, 29 settembre 2007u003cbr />u003cbr />*Birmania: la Total non condanna la repressione*u003cbr />u003cbr />/Pubblichiamo di seguito lo stralcio di un articolo apparso suu003cbr />Libération, citato da Business & Human Rights Resource Centre. Lau003cbr />versione originale si troiva su:u003cbr />u003ca onclicku003d"return top.js.OpenExtLink(window,event,this)" hrefu003d"http://www.liberation.fr/actualite/monde/281123.FR.php/" targetu003d_blank>www.liberation.fr/actualiteu003cwbr />/monde/281123.FR.php/u003c/a>u003cbr />u003cbr />u003cbr />u003cbr />Il segretario di stato francese per i diritti umani, Rama Yale, hau003cbr />difeso la scelta della Francia di non chiedere il ritiro della Totalu003cbr />dalla Birmania, confermando che il governo si incontrerà con ilu003cbr />management delle società. “Se anche la Total dovesse ritirarsi, lau003cbr />situazione in Birmania non cambierebbe, ha detto Yale in un’intervista au003cbr />radio Rtl, mentre in fatto che sia presente non ha cambiato la decisioneu003cbr />dell’Unione Europea di applicare le sanzioni”. La compagnia petroliferau003cbr />ha detto di non aver effettuato investimenti in Birmania da almeno dieciu003cbr />anni. Lo stesso Nicolas Sarkozy ha raccomandato alle società francesi, eu003cbr />in particolare alla Total, di attuare una politica restrittiva suiu003cbr />propri investimenti nel Paese e di non effettuarne di nuovi.u003cbr />u003cbr />Quando Libération contattò la Total dopo l’inizio della repressione delu003cbr />governo birmano, Jean François Lassalle, direttore delle relazioniu003cbr />",1] ); //-->sono installate componenti del sistema frenante prodotte dall'italiana

Elettronica Aster SpA): vendita che, in base alla legge 185/90

sull'export di armi, richiede l'autorizzazione del governo italiano che

deve certificare il destinatario finale prima che una componente di un

sistema militare sia rivenduta a paesi terzi.


E, non me ne vogliano, ricordando di far presente anche ai nostri

Presidenti del Consiglio, presenti e passati, che vendere armi a India e

Cina significa proprio spianare la strada a queste triangolazioni.


Giorgio Beretta (Da: Unimondo)

 


Sabato, 29 settembre 2007


*Birmania: la Total non condanna la repressione*


/Pubblichiamo di seguito lo stralcio di un articolo apparso su

Libération, citato da Business & Human Rights Resource Centre. La

versione originale si troiva su:

www.liberation.fr/actualite/monde/281123.FR.php/

 


Il segretario di stato francese per i diritti umani, Rama Yale, ha

difeso la scelta della Francia di non chiedere il ritiro della Total

dalla Birmania, confermando che il governo si incontrerà con il

management delle società. “Se anche la Total dovesse ritirarsi, la

situazione in Birmania non cambierebbe, ha detto Yale in un’intervista a

radio Rtl, mentre in fatto che sia presente non ha cambiato la decisione

dell’Unione Europea di applicare le sanzioni”. La compagnia petrolifera

ha detto di non aver effettuato investimenti in Birmania da almeno dieci

anni. Lo stesso Nicolas Sarkozy ha raccomandato alle società francesi, e

in particolare alla Total, di attuare una politica restrittiva sui

propri investimenti nel Paese e di non effettuarne di nuovi.


Quando Libération contattò la Total dopo l’inizio della repressione del

governo birmano, Jean François Lassalle, direttore delle relazioni

perché Total non è un’autorità morale o politica. Semplicemente,u003cbr />speriamo che venga trovata una soluzione compatibile con il rispetto deiu003cbr />diritti umani e iniziato un processo di negoziazione senza violenza.u003cbr />Faremo ciò che possiamo per aiutare la popolazione”. La multinazionaleu003cbr />ha detto anche che ha sviluppato un programma sociale ed economico peru003cbr />raggiungere tali obiettivi.u003cbr />u003cbr />In un’intervista a RMC radio, il Primo Ministro dell’opposizione birmanau003cbr />Sein Win, ha accusato la Total di approfittare, almeno indirettamente,u003cbr />del lavoro forzato fornito dalla giunta militare del governo.u003cbr />“Certamente Total può dire che non usa lavoro forzato, ma l’esercito –u003cbr />che protegge le operazioni di Total - la usa, ha detto Sein Win. Se haiu003cbr />un oleodotto o un gasdotto che deve essere protetto, o se devi costruireu003cbr />un’infrastruttura, l’esercito viene sempre coinvolto per ragioni diu003cbr />sicurezza”.u003cbr />u003cbr />u003cbr />u003cbr />Mercoledì, 26 settembre 2007u003cbr />u003cbr />*Mutui subprime: perdite a quota 200 miliardi*u003cbr />u003cbr />Ammontano a 200 miliardi di dollari le perdite legate alla crisi deiu003cbr />mutui in Usa, 30 miliardi più del previsto. Ma secondo il Fondou003cbr />monetario internazionale si tratta di una indicazione approssimativa,u003cbr />come spiega nel Global Financial Stability Report: i timori degliu003cbr />investitori e l’incertezza dei mercati potrebbero aver spinto ancora piùu003cbr />in basso il valore dei titoli, anche al di sotto degli asset inu003cbr />garanzia. Tutto questo avrà ricadute sull’economia reale del pianeta,u003cbr />che rischia una frenata. Il report analizza la situazione dei mutuiu003cbr />subprime a partire dal febbraio scorso e dichiara senza mezzi terminiu003cbr />che l’impatto sull’economia – che non “deve essere sottostimato” - èu003cbr />destinato a protrarsi nel tempo. Nel Global Financial report si parlau003cbr />anche delle agenzie di rating, le cui metodologie di valutazione seguiteu003cbr />finora sono apparse “problematiche”. Secondo il Fmi è necessaria unau003cbr />",1] ); //-->esterne della società, disse che “è difficile condannare la repressione,

perché Total non è un’autorità morale o politica. Semplicemente,

speriamo che venga trovata una soluzione compatibile con il rispetto dei

diritti umani e iniziato un processo di negoziazione senza violenza.

Faremo ciò che possiamo per aiutare la popolazione”. La multinazionale

ha detto anche che ha sviluppato un programma sociale ed economico per

raggiungere tali obiettivi.


In un’intervista a RMC radio, il Primo Ministro dell’opposizione birmana

Sein Win, ha accusato la Total di approfittare, almeno indirettamente,

del lavoro forzato fornito dalla giunta militare del governo.

“Certamente Total può dire che non usa lavoro forzato, ma l’esercito –

che protegge le operazioni di Total - la usa, ha detto Sein Win. Se hai

un oleodotto o un gasdotto che deve essere protetto, o se devi costruire

un’infrastruttura, l’esercito viene sempre coinvolto per ragioni di

sicurezza”.

 


Mercoledì, 26 settembre 2007


*Mutui subprime: perdite a quota 200 miliardi*


Ammontano a 200 miliardi di dollari le perdite legate alla crisi dei

mutui in Usa, 30 miliardi più del previsto. Ma secondo il Fondo

monetario internazionale si tratta di una indicazione approssimativa,

come spiega nel Global Financial Stability Report: i timori degli

investitori e l’incertezza dei mercati potrebbero aver spinto ancora più

in basso il valore dei titoli, anche al di sotto degli asset in

garanzia. Tutto questo avrà ricadute sull’economia reale del pianeta,

che rischia una frenata. Il report analizza la situazione dei mutui

subprime a partire dal febbraio scorso e dichiara senza mezzi termini

che l’impatto sull’economia – che non “deve essere sottostimato” - è

destinato a protrarsi nel tempo. Nel Global Financial report si parla

anche delle agenzie di rating, le cui metodologie di valutazione seguite

finora sono apparse “problematiche”. Secondo il Fmi è necessaria una

più solido e meno vulnerabile.u003cbr />u003cbr />u003cbr />*Tfr: al 22% l’adesione alla previdenza integrativa*u003cbr />u003cbr />A conclusione del semestre di avvio della riforma, gli iscritti alleu003cbr />forme pensionistiche complementari risultano 3 milioni e mezzo, ai qualiu003cbr />si aggiunge un altro milione e 300 mila se consideriamo anche iu003cbr />sottoscrittori di piani pensionistici di tipo assicurativo. Tra iu003cbr />lavoratori dipendenti privati le adesioni sono circa 2 milioni e 700u003cbr />mila, in crescita di circa 900 mila lavoratori rispetto al 1 milione eu003cbr />800 mila di fine 2006 (+50%). Le cifre sono contenute nella relazioneu003cbr />annuale del presidente delle Covip Luigi Scimia, che scontano tuttaviau003cbr />la mancata rilevazione lavoratori silenti, ossia coloro che nel semestreu003cbr />non hanno espresso alcuna volontà e verranno alla luce solo conu003cbr />l'effettivo versamento delle quote del Tfr, atteso nel mese di ottobre.u003cbr />Primeggiano, tra le scelte dei lavoratori dipendenti privati, i fondiu003cbr />negoziali, che segnano un incremento nel semestre di circa 600 milau003cbr />unità a quota 1,7 milioni di aderenti. Crescono in modo consistenteu003cbr />anche i fondi pensione aperti e i Pip, rispettivamente di 190 mila e 110u003cbr />mila nuove adesioni. Il tasso di adesione - che secondo la Covip vau003cbr />calcolato considerando solo i fondi pensione negoziali già operativi alu003cbr />31 dicembre 2006 e i fondi pensione preesistenti rivolti ai lavoratoriu003cbr />dipendenti, per un totale di 8 milioni di lavoratori - si attesterebbeu003cbr />al 31%. Ma se consideriamo anche i fondi istituiti nel 2007, il bacinou003cbr />potenziale sale a 12 milioni e 200 mila e in tal caso le adesioni siu003cbr />fermerebbero al 22% (a cui si dovranno aggiungere il lavoratoriu003cbr />silenti). Non molto, considerata anche la massiccia campagnau003cbr />pubblicitaria di Governo e sindacati.u003cbr />u003cbr />u003cbr />u003cbr />Lunedì, 24 settembre 2007u003cbr />u003cbr />*Le ong: fermate il progetto dell'Agip in Kazakistan*u003cbr />",1] ); //-->revisione del ruolo delle agenzie sul mercato, per rendere il sistema

più solido e meno vulnerabile.

 

*Tfr: al 22% l’adesione alla previdenza integrativa*


A conclusione del semestre di avvio della riforma, gli iscritti alle

forme pensionistiche complementari risultano 3 milioni e mezzo, ai quali

si aggiunge un altro milione e 300 mila se consideriamo anche i

sottoscrittori di piani pensionistici di tipo assicurativo. Tra i

lavoratori dipendenti privati le adesioni sono circa 2 milioni e 700

mila, in crescita di circa 900 mila lavoratori rispetto al 1 milione e

800 mila di fine 2006 (+50%). Le cifre sono contenute nella relazione

annuale del presidente delle Covip Luigi Scimia, che scontano tuttavia

la mancata rilevazione lavoratori silenti, ossia coloro che nel semestre

non hanno espresso alcuna volontà e verranno alla luce solo con

l'effettivo versamento delle quote del Tfr, atteso nel mese di ottobre.

Primeggiano, tra le scelte dei lavoratori dipendenti privati, i fondi

negoziali, che segnano un incremento nel semestre di circa 600 mila

unità a quota 1,7 milioni di aderenti. Crescono in modo consistente

anche i fondi pensione aperti e i Pip, rispettivamente di 190 mila e 110

mila nuove adesioni. Il tasso di adesione - che secondo la Covip va

calcolato considerando solo i fondi pensione negoziali già operativi al

31 dicembre 2006 e i fondi pensione preesistenti rivolti ai lavoratori

dipendenti, per un totale di 8 milioni di lavoratori - si attesterebbe

al 31%. Ma se consideriamo anche i fondi istituiti nel 2007, il bacino

potenziale sale a 12 milioni e 200 mila e in tal caso le adesioni si

fermerebbero al 22% (a cui si dovranno aggiungere il lavoratori

silenti). Non molto, considerata anche la massiccia campagna

pubblicitaria di Governo e sindacati.

 


Lunedì, 24 settembre 2007


*Le ong: fermate il progetto dell'Agip in Kazakistan*

Denunciano "gravi rischi socio-ambientali e per la salute delle persone"u003cbr />e chiedono alla Commissione Europea e al governo italiano "unau003cbr />valutazione completa degli impatti ambientali e sociali del progetto diu003cbr />estrazione del petrolio a Kashagan (Kazakistan) guidato dall’AGIP KCO".u003cbr />E' ciò che emerge dal comunicato di diverse associazioni e Ong che neiu003cbr />giorni scorsi hanno svolto una "missione sul campo" in Kazakistan neiu003cbr />luoghi interessati alle operazioni di estrazione petrolifera della Agipu003cbr />Kazakhstan North Caspian Operating Company N.V. (AGIP KCO). Ad agosto ilu003cbr />governo del Kazakistan aveva sospeso le operazioni accusando ilu003cbr />consorzio estrattivo di "violazioni ambientali", ma in questi giorni leu003cbr />compagnie petrolifere, il governo italiano e la Commissione Europeau003cbr />stanno facendo pressioni per rinegoziare l'accordo del progetto diu003cbr />estrazione del petrolio a Kashagan che è considerato il più grandeu003cbr />giacimento petrolifero degli ultimi trent'anni.u003cbr />u003cbr />La Campagna per la riforma della Banca mondiale (CRBM), Friends of theu003cbr />Earth Europa, Friends of the Earth Francia, CEE Bankwatch e Globus hannou003cbr />raccolto prove di come le emissioni e la conservazione dello zolfou003cbr />legato all'estrazione del petrolio "mettano in serio pericolo l'ambienteu003cbr />del Caspio e le comunità locali direttamente impattate dalle struttureu003cbr />di Kashagan". "Nella regione sono già state reinsediate migliaia diu003cbr />persone a causa delle emissioni di anidride solforosa e di altri agentiu003cbr />chimici altamente inquinanti come il mercaptano, elementi che sonou003cbr />presenti in dosi massicce nel petrolio del Caspio del Nord. Proprio lau003cbr />conservazione non protetta di grandi quantità di zolfo è ritenuta unau003cbr />delle principali cause delle piogge acide a livello globale" - riportanou003cbr />le Ong.u003cbr />u003cbr />Il presidente del Consiglio, Romano Prodi ha annuciato che sarà inu003cbr />Kazakistan, nella capitale Astana dal 7 al 9 ottobre prossimo. Al centrou003cbr />",1] ); //-->

Denunciano "gravi rischi socio-ambientali e per la salute delle persone"

e chiedono alla Commissione Europea e al governo italiano "una

valutazione completa degli impatti ambientali e sociali del progetto di

estrazione del petrolio a Kashagan (Kazakistan) guidato dall’AGIP KCO".

E' ciò che emerge dal comunicato di diverse associazioni e Ong che nei

giorni scorsi hanno svolto una "missione sul campo" in Kazakistan nei

luoghi interessati alle operazioni di estrazione petrolifera della Agip

Kazakhstan North Caspian Operating Company N.V. (AGIP KCO). Ad agosto il

governo del Kazakistan aveva sospeso le operazioni accusando il

consorzio estrattivo di "violazioni ambientali", ma in questi giorni le

compagnie petrolifere, il governo italiano e la Commissione Europea

stanno facendo pressioni per rinegoziare l'accordo del progetto di

estrazione del petrolio a Kashagan che è considerato il più grande

giacimento petrolifero degli ultimi trent'anni.


La Campagna per la riforma della Banca mondiale (CRBM), Friends of the

Earth Europa, Friends of the Earth Francia, CEE Bankwatch e Globus hanno

raccolto prove di come le emissioni e la conservazione dello zolfo

legato all'estrazione del petrolio "mettano in serio pericolo l'ambiente

del Caspio e le comunità locali direttamente impattate dalle strutture

di Kashagan". "Nella regione sono già state reinsediate migliaia di

persone a causa delle emissioni di anidride solforosa e di altri agenti

chimici altamente inquinanti come il mercaptano, elementi che sono

presenti in dosi massicce nel petrolio del Caspio del Nord. Proprio la

conservazione non protetta di grandi quantità di zolfo è ritenuta una

delle principali cause delle piogge acide a livello globale" - riportano

le Ong.


Il presidente del Consiglio, Romano Prodi ha annuciato che sarà in

Kazakistan, nella capitale Astana dal 7 al 9 ottobre prossimo. Al centro

consorzio per lo sfruttamento del giacimento del Kashagan, e il governou003cbr />kazako che ha minacciato di togliere all'Agip il ruolo di capofila delu003cbr />raggruppamento e ha annunciato una richiesta di danni di 10 miliardi diu003cbr />dollari alle aziende impegnate nello sfruttamento. Al consorziou003cbr />partecipano Royal Dutch Shell, Exxon Mobil Corp, Total, ConocoPhillips,u003cbr />la giapponese Inpex Holdings Inc e KazMunaiGas. Il vice ministro delleu003cbr />finanze kazako, Yergozhin, ha annunciato che i danni dei ritardiu003cbr />"saranno superiori ai 10 miliardi di dollari per l'intero periodo delu003cbr />progetto". Agip Kco ha infatti posticipato l'inizio della produzione au003cbr />Kashagan dal 2008 alla seconda metà del 2010 e previsto un aumento deiu003cbr />costi da 57 a 136 miliardi di dollari. (Da: Unimondo)u003cbr />u003cbr />u003cbr />*Ilisu: la diga delle discordia e gli interessi di Unicredit*u003cbr />u003cbr />Per chi non lo sapesse la diga di Ilusu – parte di un mega progettou003cbr />energetico (Gap) che prevede un sistema di centrali idroelettriche nellau003cbr />zona – avrà impatti devastanti sul piano culturale, ambientale, socialeu003cbr />e archeologico nel kurdistan turco, porterà alla distruzione dellau003cbr />bellissima città di Hasankeyf, considerata uno dei gioielliu003cbr />dell’umanità, a decine di migliaia di sfollati e a possibili carenze diu003cbr />acqua nei paesi confinanti di Siria e Iraq. Questa la breve cronistoriau003cbr />degli ultimi eventi.u003cbr />u003cbr />A luglio governi dell'Iraq e della Siria hanno espresso la lorou003cbr />preoccupazione per la realizzazione della diga sul fiume Tigri nelu003cbr />meeting tecnico sulle acque internazionali che si è riunito a Damasco inu003cbr />giugno dopo 15 anni di sospensione delle attività.u003cbr />u003cbr />Il 14 agosto il Dipartimento delle infrastrutture idriche (DSI) Turcou003cbr />firma l'accordo con le imprese che realizzeranno la costruzione dellau003cbr />diga di Ilisu, comprese l'austriaca Andritz AG, la svizzera Alstomu003cbr />Switzerland e la tedesca Zueblin.u003cbr />",1] ); //-->del viaggio vi sarà proprio il contenzioso insorto fra Eni, che guida il

consorzio per lo sfruttamento del giacimento del Kashagan, e il governo

kazako che ha minacciato di togliere all'Agip il ruolo di capofila del

raggruppamento e ha annunciato una richiesta di danni di 10 miliardi di

dollari alle aziende impegnate nello sfruttamento. Al consorzio

partecipano Royal Dutch Shell, Exxon Mobil Corp, Total, ConocoPhillips,

la giapponese Inpex Holdings Inc e KazMunaiGas. Il vice ministro delle

finanze kazako, Yergozhin, ha annunciato che i danni dei ritardi

"saranno superiori ai 10 miliardi di dollari per l'intero periodo del

progetto". Agip Kco ha infatti posticipato l'inizio della produzione a

Kashagan dal 2008 alla seconda metà del 2010 e previsto un aumento dei

costi da 57 a 136 miliardi di dollari. (Da: Unimondo)

 

*Ilisu: la diga delle discordia e gli interessi di Unicredit*


Per chi non lo sapesse la diga di Ilusu – parte di un mega progetto

energetico (Gap) che prevede un sistema di centrali idroelettriche nella

zona – avrà impatti devastanti sul piano culturale, ambientale, sociale

e archeologico nel kurdistan turco, porterà alla distruzione della

bellissima città di Hasankeyf, considerata uno dei gioielli

dell’umanità, a decine di migliaia di sfollati e a possibili carenze di

acqua nei paesi confinanti di Siria e Iraq. Questa la breve cronistoria

degli ultimi eventi.


A luglio governi dell'Iraq e della Siria hanno espresso la loro

preoccupazione per la realizzazione della diga sul fiume Tigri nel

meeting tecnico sulle acque internazionali che si è riunito a Damasco in

giugno dopo 15 anni di sospensione delle attività.


Il 14 agosto il Dipartimento delle infrastrutture idriche (DSI) Turco

firma l'accordo con le imprese che realizzeranno la costruzione della

diga di Ilisu, comprese l'austriaca Andritz AG, la svizzera Alstom

Switzerland e la tedesca Zueblin.

Il 15 agosto lo stesso DSI ha firmato l'accordo anche con le Banche, trau003cbr />cui la tedesca DekaBank, la francese Société Générale e l'austriacau003cbr />*Austria Bank Creditanstalt1 (del gruppo Unicredit)*.u003cbr />u003cbr />A questo punto le Agenzie di credito all'export dei Paesi le cui impreseu003cbr />sono coinvolte nella realizzazione del progetto dovranno verificare seu003cbr />le 150 condizioni già poste al finanziamento nel mese di marzo 2007 -u003cbr />mediante le quali il progetto potrebbe essere portato in linea con gliu003cbr />standard internazionali - siano state risolte.u003cbr />u003cbr />Intanto l’8 agosto le associazioni europee che portano avanti lau003cbr />campagna contro la costruzione della diga di Ilisu hanno inviato,u003cbr />d'accordo con Bank Track, una lettera all'attenzione delle Istituzioniu003cbr />Finanziarie che applicano gli Equator Principles (ossia le linee guidau003cbr />che definiscono gli standard ambientali e sociali cui attenersi nel casou003cbr />di finanziamento di progetti), chiedendo loro di prendere le distanzeu003cbr />dal progetto in questione, in quanto questo rovinerebbe la reputazioneu003cbr />di tali standard. Le Banche che intendono sostenere il progetto hannou003cbr />infatti dichiarato di ispirarsi (come nel caso di Société Générale) o diu003cbr />voler firmare (come nel caso del gruppo Unicredit) gli Equatoru003cbr />Principles. (Fonte: Acquasuav Tavolo tematico di lavoro delu003cbr />coordinamento nazionale della rete di solidarietà con il popolo kurdo)u003cbr />u003cbr />u003cbr />u003cbr />Mercoledì, 19 settembre 2007u003cbr />u003cbr />*Se anche Ctm si affida a Intesa Sanpaolo…*u003cbr />u003cbr />Ho letto la nota del Consorzio Ctm (Cooperazione terzo mondo, principaleu003cbr />importatore italiano dei prodotti del commercio equo e solidale eu003cbr />struttura di servizio per le botteghe sparse sul territorio) del 14u003cbr />settembre scorso, relativa all'accordo con Banca Prossima, controllatau003cbr />di Intesa-Sanpaolo dedicata all’economia solidale. Da quello che leggo,u003cbr />Ctm ha firmato una convenzione che consente ai soci (cioè alle botteghe)u003cbr />di accedere ai finanziamenti a condizioni agevolate di Banca Prossima,u003cbr />",1] ); //-->

Il 15 agosto lo stesso DSI ha firmato l'accordo anche con le Banche, tra

cui la tedesca DekaBank, la francese Société Générale e l'austriaca

*Austria Bank Creditanstalt1 (del gruppo Unicredit)*.


A questo punto le Agenzie di credito all'export dei Paesi le cui imprese

sono coinvolte nella realizzazione del progetto dovranno verificare se

le 150 condizioni già poste al finanziamento nel mese di marzo 2007 -

mediante le quali il progetto potrebbe essere portato in linea con gli

standard internazionali - siano state risolte.


Intanto l’8 agosto le associazioni europee che portano avanti la

campagna contro la costruzione della diga di Ilisu hanno inviato,

d'accordo con Bank Track, una lettera all'attenzione delle Istituzioni

Finanziarie che applicano gli Equator Principles (ossia le linee guida

che definiscono gli standard ambientali e sociali cui attenersi nel caso

di finanziamento di progetti), chiedendo loro di prendere le distanze

dal progetto in questione, in quanto questo rovinerebbe la reputazione

di tali standard. Le Banche che intendono sostenere il progetto hanno

infatti dichiarato di ispirarsi (come nel caso di Société Générale) o di

voler firmare (come nel caso del gruppo Unicredit) gli Equator

Principles. (Fonte: Acquasuav Tavolo tematico di lavoro del

coordinamento nazionale della rete di solidarietà con il popolo kurdo)

 


Mercoledì, 19 settembre 2007


*Se anche Ctm si affida a Intesa Sanpaolo…*


Ho letto la nota del Consorzio Ctm (Cooperazione terzo mondo, principale

importatore italiano dei prodotti del commercio equo e solidale e

struttura di servizio per le botteghe sparse sul territorio) del 14

settembre scorso, relativa all'accordo con Banca Prossima, controllata

di Intesa-Sanpaolo dedicata all’economia solidale. Da quello che leggo,

Ctm ha firmato una convenzione che consente ai soci (cioè alle botteghe)

di accedere ai finanziamenti a condizioni agevolate di Banca Prossima,

equo e solidale, dai finanziamenti ai produttori del sud del mondo allau003cbr />promozione dei prodotti del commercio equo e solidale presso i 100.000u003cbr />dipendenti del gruppo bancario. Questa convenzione si aggiunge ad altreu003cbr />già in vigore, tra cui quella con Banca Etica e con le Mag, e può essereu003cbr />utilizzata o meno dai singoli soci come meglio credano. In pratica ogniu003cbr />socio può scegliere tranquillamente Banca Etica o altri strumenti. Ctmu003cbr />dice che questo accordo consentirebbe di alleggerire molte botteghe cheu003cbr />rischiano di chiudere, che le condizioni applicate sono le miglioriu003cbr />finora ottenute e che ne deriverebbero vantaggi notevoli per ilu003cbr />commercio equo. Tuttavia Ctm ha posto la questione etica e ha pretesou003cbr />che Intesa Sanpaolo fuoriuscisse dalla lista delle cosiddette "bancheu003cbr />armate", decisoione che la banca aveva già preso un mese prima dellau003cbr />firma della convenzione.u003cbr />u003cbr />Possiamo fare due considerazioni. La prima è che la decisione del Gruppou003cbr />bancario di uscire dal commercio di armi andrà verificata. Nellau003cbr />relazione di Caboto (banca controllata da Intesa Sanpaolo) del lugliou003cbr />scorso, la stessa banca risultava ancora tra i finanziatori diu003cbr />Finmeccanica, primo produttore ed esportatore di armi italiano. Peru003cbr />questo motivo dovremo aspettare l'anno nuovo per verificare il rispettou003cbr />degli impegni da parte dell’istituto e, visti i precedenti con altreu003cbr />banche, non fidarsi è meglio.u003cbr />u003cbr />L'altra considerazione è che se la mettiamo sul piano etico, Intesau003cbr />Sanpaolo è da scartare a prescindere dal coinvolgimento nel mercatou003cbr />bellico. Il Gruppo specula regolarmente sui mercati di tutto il mondo,u003cbr />finanzia le maggiori (e peggiori) multinazionali a livello globale, hau003cbr />finanziato progetti devastanti come il gasdotto Camisea in Perù,u003cbr />l'oleodotto Ocp in Equador e l'oleodotto Btc nel Caspio (ques'ultimou003cbr />fermato grazie a una campagna di pressione della società civile), èu003cbr />",1] ); //-->impegnando Intesa Sanpaolo a sostenere in diverse forme il commercio

equo e solidale, dai finanziamenti ai produttori del sud del mondo alla

promozione dei prodotti del commercio equo e solidale presso i 100.000

dipendenti del gruppo bancario. Questa convenzione si aggiunge ad altre

già in vigore, tra cui quella con Banca Etica e con le Mag, e può essere

utilizzata o meno dai singoli soci come meglio credano. In pratica ogni

socio può scegliere tranquillamente Banca Etica o altri strumenti. Ctm

dice che questo accordo consentirebbe di alleggerire molte botteghe che

rischiano di chiudere, che le condizioni applicate sono le migliori

finora ottenute e che ne deriverebbero vantaggi notevoli per il

commercio equo. Tuttavia Ctm ha posto la questione etica e ha preteso

che Intesa Sanpaolo fuoriuscisse dalla lista delle cosiddette "banche

armate", decisoione che la banca aveva già preso un mese prima della

firma della convenzione.


Possiamo fare due considerazioni. La prima è che la decisione del Gruppo

bancario di uscire dal commercio di armi andrà verificata. Nella

relazione di Caboto (banca controllata da Intesa Sanpaolo) del luglio

scorso, la stessa banca risultava ancora tra i finanziatori di

Finmeccanica, primo produttore ed esportatore di armi italiano. Per

questo motivo dovremo aspettare l'anno nuovo per verificare il rispetto

degli impegni da parte dell’istituto e, visti i precedenti con altre

banche, non fidarsi è meglio.


L'altra considerazione è che se la mettiamo sul piano etico, Intesa

Sanpaolo è da scartare a prescindere dal coinvolgimento nel mercato

bellico. Il Gruppo specula regolarmente sui mercati di tutto il mondo,

finanzia le maggiori (e peggiori) multinazionali a livello globale, ha

finanziato progetti devastanti come il gasdotto Camisea in Perù,

l'oleodotto Ocp in Equador e l'oleodotto Btc nel Caspio (ques'ultimo

fermato grazie a una campagna di pressione della società civile), è

Cirio, Parmalat e Bond argentini. Insomma Intesa Sanpaolo è parte attivau003cbr />di un sistema finanziario globale che per sua natura sottopone le grandiu003cbr />aziende a pressioni sempre più forti per massimizzare i profitti au003cbr />scapito dei lavoratori, dell'ambiente e delle comunità locali,u003cbr />alimentando la politica predatoria delle multinazionali, lau003cbr />disuguaglianza sociale e la finanziarizzazione dell'economia.u003cbr />u003cbr />Detto questo, quanto sia oppportuno fare accordi con tali banche ancheu003cbr />da parte dell'economia sociale è una questione vecchia. Ctm pensa cosìu003cbr />di poter "contaminare" l'economia e la finanza tradizionale con elementiu003cbr />di eticità, inducendo un cambiamento dall'interno o comunque facendou003cbr />fare alla banca un passo in quella direzione, a parte i vantaggiu003cbr />immediati che deriverebbero al sistema del commercio equo. A mio parereu003cbr />il risultato è che a fronte di alcuni indubbi vantaggi per il commerciou003cbr />equo, non faremo che legittimare e dare lustro al marchio Intesau003cbr />Sanpaolo, garantendogli una presenza anche nel sistema dell'economiau003cbr />solidale. Allo stato attuale è illusorio pensare di poter cambiareu003cbr />dall'interno istituzioni finanziarie di questa portata, integrate cosìu003cbr />saldamente nell'economia globale. Sarebbe come pensare di fermare unu003cbr />eurostar in corsa senza farsi travolgere. Domanda a margine: se leu003cbr />botteghe erano in difficoltà, perchè non riunire Banca Etica e tutti iu003cbr />soggetti della finanza etica e cercare insieme una soluzione, magari nonu003cbr />così vantaggiosa ma sicuramente più etica?u003cbr />u003cbr />Roberto Cudau003cbr />u003cbr />u003cbr />u003cbr />Lunedì, 17 settembre 2007u003cbr />u003cbr />*Tasse: le grandi banche pagano (molto) meno*u003cbr />u003cbr />/Da "LiberoMercato", 12 settembre 2007/u003cbr />u003cbr />Se le medie imprese italiane vengono sfiancate da peso delle tasse, lou003cbr />stesso non si può dire per le banche. Che anzi col fisco ci vannou003cbr />d'amore e d'accordo, grazie ad aliquote fiscali medie (tax rate) dau003cbr />",1] ); //-->presente stabilmente in paradisi fiscali ed è stata coinvolta nei casi

Cirio, Parmalat e Bond argentini. Insomma Intesa Sanpaolo è parte attiva

di un sistema finanziario globale che per sua natura sottopone le grandi

aziende a pressioni sempre più forti per massimizzare i profitti a

scapito dei lavoratori, dell'ambiente e delle comunità locali,

alimentando la politica predatoria delle multinazionali, la

disuguaglianza sociale e la finanziarizzazione dell'economia.


Detto questo, quanto sia oppportuno fare accordi con tali banche anche

da parte dell'economia sociale è una questione vecchia. Ctm pensa così

di poter "contaminare" l'economia e la finanza tradizionale con elementi

di eticità, inducendo un cambiamento dall'interno o comunque facendo

fare alla banca un passo in quella direzione, a parte i vantaggi

immediati che deriverebbero al sistema del commercio equo. A mio parere

il risultato è che a fronte di alcuni indubbi vantaggi per il commercio

equo, non faremo che legittimare e dare lustro al marchio Intesa

Sanpaolo, garantendogli una presenza anche nel sistema dell'economia

solidale. Allo stato attuale è illusorio pensare di poter cambiare

dall'interno istituzioni finanziarie di questa portata, integrate così

saldamente nell'economia globale. Sarebbe come pensare di fermare un

eurostar in corsa senza farsi travolgere. Domanda a margine: se le

botteghe erano in difficoltà, perchè non riunire Banca Etica e tutti i

soggetti della finanza etica e cercare insieme una soluzione, magari non

così vantaggiosa ma sicuramente più etica?


Roberto Cuda

 


Lunedì, 17 settembre 2007


*Tasse: le grandi banche pagano (molto) meno*


/Da "LiberoMercato", 12 settembre 2007/


Se le medie imprese italiane vengono sfiancate da peso delle tasse, lo

stesso non si può dire per le banche. Che anzi col fisco ci vanno

d'amore e d'accordo, grazie ad aliquote fiscali medie (tax rate) da

quest'ultima al di sopra della quale si colloca il livello di tassazioneu003cbr />delle media impresa italiana (43% nel 2006, secondo campioneu003cbr />Mediobanca). La prova? È nelle relazioni semestrali dei principaliu003cbr />gruppi bancari quotati a Piazza Affari. Da Unicredit a Intesa Sanpaolo,u003cbr />da Capitalia a Mps, tutti i grandi istituti riescono a spuntare un taxu003cbr />rate che farebbe invidia a qualunque imprenditore pressato da Irap e Ires.u003cbr />u003cbr />La semestrale al 30 giugno di Unicredit, infatti, mostra che il gruppou003cbr />guidato da Alessandro Profumo su 2.829 milioni di utile lordo, ne pagau003cbr />808 milioni di imposte, cifre che esprimono un aliquota fiscale mediau003cbr />del 28 per cento. Più alto di quasi dieci punti è il tax rate diu003cbr />Capitalia, l'istituto appena acquisito da Unicredit. La banca romana hau003cbr />infatti chiuso il semestre con utili netti per 531 milioni e un'aliquotau003cbr />fiscale media del 37,9 per cento.u003cbr />u003cbr />Certo, va considerato che Piazza Cordusio ha una presenza diffusau003cbr />nell'Europa dell'Est, dove la pressione fiscale è notoriamente piùu003cbr />bassa, che eventuali operazioni straordinarie, che spesso ingrossanou003cbr />l'utile delle banche, non sono tassate e che alcune società sonou003cbr />domiciliate, non solo per ragioni fiscali, all'estero. È il caso peru003cbr />esempio della Pioneer Investments, la subholding del risparmio delu003cbr />gruppo che ha sede a Dublino. Unicredit ha comunque fatto meglio l'annou003cbr />scorso, quando il gruppo ha chiuso l'esercizio con un tax rate del 22,7u003cbr />per cento.u003cbr />u003cbr />Su livelli di fiscalità simili è anche il gruppo Intesa Sanpaolo, cheu003cbr />proprio ieri ha diffuso i risultati sul primo semestre. L'istitutou003cbr />presieduto da Giovanni Bazoli ha chiuso la prima metà dell'annou003cbr />realizzando 4,1 miliardi di utile lordo e pagandone 1,4 miliardi diu003cbr />imposte. Ne risulta un tax rate del 34%, che beneficia del fatto che leu003cbr />dismissioni effettuate nell'anno (per 3 miliardi di euro) sonou003cbr />",1] ); //-->favola. Spesso più vicine al 30 che non al 40% del reddito lordo, soglia

quest'ultima al di sopra della quale si colloca il livello di tassazione

delle media impresa italiana (43% nel 2006, secondo campione

Mediobanca). La prova? È nelle relazioni semestrali dei principali

gruppi bancari quotati a Piazza Affari. Da Unicredit a Intesa Sanpaolo,

da Capitalia a Mps, tutti i grandi istituti riescono a spuntare un tax

rate che farebbe invidia a qualunque imprenditore pressato da Irap e Ires.


La semestrale al 30 giugno di Unicredit, infatti, mostra che il gruppo

guidato da Alessandro Profumo su 2.829 milioni di utile lordo, ne paga

808 milioni di imposte, cifre che esprimono un aliquota fiscale media

del 28 per cento. Più alto di quasi dieci punti è il tax rate di

Capitalia, l'istituto appena acquisito da Unicredit. La banca romana ha

infatti chiuso il semestre con utili netti per 531 milioni e un'aliquota

fiscale media del 37,9 per cento.


Certo, va considerato che Piazza Cordusio ha una presenza diffusa

nell'Europa dell'Est, dove la pressione fiscale è notoriamente più

bassa, che eventuali operazioni straordinarie, che spesso ingrossano

l'utile delle banche, non sono tassate e che alcune società sono

domiciliate, non solo per ragioni fiscali, all'estero. È il caso per

esempio della Pioneer Investments, la subholding del risparmio del

gruppo che ha sede a Dublino. Unicredit ha comunque fatto meglio l'anno

scorso, quando il gruppo ha chiuso l'esercizio con un tax rate del 22,7

per cento.


Su livelli di fiscalità simili è anche il gruppo Intesa Sanpaolo, che

proprio ieri ha diffuso i risultati sul primo semestre. L'istituto

presieduto da Giovanni Bazoli ha chiuso la prima metà dell'anno

realizzando 4,1 miliardi di utile lordo e pagandone 1,4 miliardi di

imposte. Ne risulta un tax rate del 34%, che beneficia del fatto che le

dismissioni effettuate nell'anno (per 3 miliardi di euro) sono

u003cbr />Va peggio in fatto di fiscalità anche a due banche più pi cole come Mpsu003cbr />e Banca Carige. Nei primi sei mesi dell'anno, la prima dichiara un taxu003cbr />rate del 41%, non troppo lontano da quel 43% che l'ufficio studi diu003cbr />Mediobanca indica per le medie imprese italiane. Su quest'ultimo livellou003cbr />di aliquota fiscale media si colloca anche Banca Carige, il cuiu003cbr />consiglio di amministrazione ha approvato ieri i risultati al 30 giugno. (…)u003cbr />u003cbr />Infine, ieri sera sono stati diffusi i risultati del gruppo Bancou003cbr />Popolare, nato dalla fusione tra la Verona-Novara e la Bpi. (…) La primau003cbr />mostra un tax rate vicino al 50%, mentre la Bpi ha un'aliquota fiscaleu003cbr />media del 41 per cento.u003cbr />u003cbr />u003cbr />*Unipol: qualche domanda indiscreta*u003cbr />u003cbr />Giovedì scorso Unipol ha presentato a Bologna la nuova Unipol Gruppou003cbr />Finanziario, holding di partecipazioni e servizi a cui faranno capou003cbr />tutte le attività assicurative, bancarie e di risparmio gestito. Nelu003cbr />corso della conferenza stampa molte domande sulle possibili acquisizioniu003cbr />di una banca, utilizzando quel 1,9 miliardi di euro di capitale libero.u003cbr />Ecco alcune domande che nessun giornalista farà mai ai dirigenti diu003cbr />Unipol e di nessun’altra compagnia.u003cbr />u003cbr />- Cosa differenzia il Gruppo Unipol, controllata da un gruppo diu003cbr />cooperative, da altre imprese del settore?u003cbr />u003cbr />- Qual è la vostra politica del personale? Esistono forme diu003cbr />partecipazione dei lavoratori alla vita aziendale? Quali?u003cbr />u003cbr />- Quali sono gli attuali stipendi del top management? E’ compatibileu003cbr />questa remunerazione con i principi cooperativistici e di solidarietàu003cbr />affermati dall’azionista di maggioranza? Sono state assegnate stock options?u003cbr />u003cbr />- Esistono criteri etici nell’investimento degli asset? Quali? Sonou003cbr />stati effettuati investimenti nel settore degli armamenti e nel settoreu003cbr />idrico? Come considerate tali investimenti?u003cbr />u003cbr />- Sono stati fatti investimenti in Hedge funds o in operazioniu003cbr />",1] ); //-->fiscalmente esenti. (…)


Va peggio in fatto di fiscalità anche a due banche più pi cole come Mps

e Banca Carige. Nei primi sei mesi dell'anno, la prima dichiara un tax

rate del 41%, non troppo lontano da quel 43% che l'ufficio studi di

Mediobanca indica per le medie imprese italiane. Su quest'ultimo livello

di aliquota fiscale media si colloca anche Banca Carige, il cui

consiglio di amministrazione ha approvato ieri i risultati al 30 giugno. (…)


Infine, ieri sera sono stati diffusi i risultati del gruppo Banco

Popolare, nato dalla fusione tra la Verona-Novara e la Bpi. (…) La prima

mostra un tax rate vicino al 50%, mentre la Bpi ha un'aliquota fiscale

media del 41 per cento.

 

*Unipol: qualche domanda indiscreta*


Giovedì scorso Unipol ha presentato a Bologna la nuova Unipol Gruppo

Finanziario, holding di partecipazioni e servizi a cui faranno capo

tutte le attività assicurative, bancarie e di risparmio gestito. Nel

corso della conferenza stampa molte domande sulle possibili acquisizioni

di una banca, utilizzando quel 1,9 miliardi di euro di capitale libero.

Ecco alcune domande che nessun giornalista farà mai ai dirigenti di

Unipol e di nessun’altra compagnia.


- Cosa differenzia il Gruppo Unipol, controllata da un gruppo di

cooperative, da altre imprese del settore?


- Qual è la vostra politica del personale? Esistono forme di

partecipazione dei lavoratori alla vita aziendale? Quali?


- Quali sono gli attuali stipendi del top management? E’ compatibile

questa remunerazione con i principi cooperativistici e di solidarietà

affermati dall’azionista di maggioranza? Sono state assegnate stock options?


- Esistono criteri etici nell’investimento degli asset? Quali? Sono

stati effettuati investimenti nel settore degli armamenti e nel settore

idrico? Come considerate tali investimenti?


- Sono stati fatti investimenti in Hedge funds o in operazioni

u003cbr />- Quali contributi darà il nuovo gruppo al mondo cooperativo? Cheu003cbr />vantaggi deriverebbero alle cooperative da un’acquisizione bancaria?u003cbr />u003cbr />- Quali sono le strategie dell’azienda per la tutela del consumatore?u003cbr />Come vengono gestiti i reclami? Su cosa vertono le lamentele degliu003cbr />assicurati?u003cbr />u003cbr />- La società è presente in paradisi fiscali? Quali?u003cbr />u003cbr />- Quali partiti sono stati finanziati nelle ultime elezioni? In che misura?u003cbr />u003cbr />u003cbr />u003cbr />Domenica, 16 settembre 2007u003cbr />u003cbr />*Mutui: per gli Usa si avvicina il rischio recessione*u003cbr />u003cbr />Sembrava che le iniezioni di liquidità della banca centrale americanau003cbr />(Fed) avessero riportato la situazione alla normalità. E invece gliu003cbr />allarmi sono tornati. Anche nel nostro Paese alcuno analisti hannou003cbr />stimato una crescita del Pil per l’anno in corso inferiore dello 0,2% au003cbr />causa della crisi dei mutui subprime americani. Sembra incredibile. Cheu003cbr />c’entra la crescita dell’economia italiana – si chiede qualunque personau003cbr />di buon senso - con i problemi dei mutui americani? La domanda sarebbeu003cbr />lecita in un sistema economico razionale e non finanziarizzato allou003cbr />spasimo come il nostro. Il fatto è che i mutui dei cittadini americaniu003cbr />sono stati venduti ad altre banche e fondi di investimento (sotto formau003cbr />di titoli), che a loro volta li hanno inseriti in centinaia di prodottiu003cbr />finanziari e rivenduti ad altre banche e altri fondi e così via, in unau003cbr />spirale senza fine. Il risultato è che la prima pedina cade (i mutuatariu003cbr />insolventi) cadono anche tutte le altre come in un domino e la crisiu003cbr />rischia di diventare sistemica. Da qui il passaggio all’economia reale èu003cbr />più veloce di quanto si pensi, come sta accandendo negli Stati Uniti.u003cbr />Secondo Nouriel Roubini in un articolo su Affari e Finanza di lunedìu003cbr />scorso, il rallentamento dell’economia Usa peggiorerà nei prossimiu003cbr />trimestri.u003cbr />u003cbr />All’origine c’è la bolla immobiliare, che sta scoppiando deprimendo iu003cbr />",1] ); //-->speculative sulle valute?


- Quali contributi darà il nuovo gruppo al mondo cooperativo? Che

vantaggi deriverebbero alle cooperative da un’acquisizione bancaria?


- Quali sono le strategie dell’azienda per la tutela del consumatore?

Come vengono gestiti i reclami? Su cosa vertono le lamentele degli

assicurati?


- La società è presente in paradisi fiscali? Quali?


- Quali partiti sono stati finanziati nelle ultime elezioni? In che misura?

 


Domenica, 16 settembre 2007


*Mutui: per gli Usa si avvicina il rischio recessione*


Sembrava che le iniezioni di liquidità della banca centrale americana

(Fed) avessero riportato la situazione alla normalità. E invece gli

allarmi sono tornati. Anche nel nostro Paese alcuno analisti hanno

stimato una crescita del Pil per l’anno in corso inferiore dello 0,2% a

causa della crisi dei mutui subprime americani. Sembra incredibile. Che

c’entra la crescita dell’economia italiana – si chiede qualunque persona

di buon senso - con i problemi dei mutui americani? La domanda sarebbe

lecita in un sistema economico razionale e non finanziarizzato allo

spasimo come il nostro. Il fatto è che i mutui dei cittadini americani

sono stati venduti ad altre banche e fondi di investimento (sotto forma

di titoli), che a loro volta li hanno inseriti in centinaia di prodotti

finanziari e rivenduti ad altre banche e altri fondi e così via, in una

spirale senza fine. Il risultato è che la prima pedina cade (i mutuatari

insolventi) cadono anche tutte le altre come in un domino e la crisi

rischia di diventare sistemica. Da qui il passaggio all’economia reale è

più veloce di quanto si pensi, come sta accandendo negli Stati Uniti.

Secondo Nouriel Roubini in un articolo su Affari e Finanza di lunedì

scorso, il rallentamento dell’economia Usa peggiorerà nei prossimi

trimestri.


All’origine c’è la bolla immobiliare, che sta scoppiando deprimendo i

affidamento per avere ottenere mutui da parte della banche: ecco cheu003cbr />allora che calando il valore degli immobili le banche sono spinte au003cbr />rinegoziare i mutui concessi a condizioni più onerose. Nei prossimi 12u003cbr />mesi, spiega Roubini, sarà rinegoziato l’equivalente di 1000 miliardi diu003cbr />mutui a tasso variabile attraverso un aumento sostanzioso dei tassi diu003cbr />interesse e le famiglie che non saranno in grado di pagare dovrannou003cbr />vendere le proprie case a prezzi stracciati, cosa che, d’altro canto,u003cbr />farà aumentare l’offerta di immobili sul mercato facendone calareu003cbr />ulteriormente i prezzi.u003cbr />u003cbr />Ma la crisi immobiliare – che rappresenta solo il 5% del pil americano –u003cbr />sta trascinando altri settori, come tutti i beni durevoli legati allau003cbr />casa (mobili, ecc.) e il manifatturiero, mentre farà calare i consumiu003cbr />delle famiglie indebitate. Per non parlare dei licenziamenti da parteu003cbr />della banche che non riescono a rientrare nei propri crediti e di tuttiu003cbr />i settori colpiti. In agosto il numero degli occupati è calato per lau003cbr />prima volta. Quindi non si tratta solo di un problema di liquiditàu003cbr />(mancanza di denaro in circolazione nei circuiti delle finanza), per ilu003cbr />quale basterebbe qualche iniezione di denaro fresco da parte della bancau003cbr />centrale (politica monetaria), ma siamo di fronte ad un problema diu003cbr />credito, causato dalle numerose insolvenze, per il quale la politicau003cbr />monetaria serve a poco. Secondo Rubini infatti, le banche utilizzerannou003cbr />le iniezioni di liquidità per accumulare riserve e non per concede nuoviu003cbr />crediti ai settori in sofferenza a causa degli alti tassi.u003cbr />u003cbr />Infine non bisogna trascurare il fattore incertezza, che condizioneràu003cbr />qualunque scelta di investimento: nessuno sa esattamente a quantou003cbr />ammontano e ammonteranno le perdite del settore creditizio (forse 100u003cbr />miliardi di dollari, ma molto dipenderà anche dal deprezzamento dellau003cbr />",1] ); //-->prezzi delle case. Ma sulle case milioni di cittadini americani facevano

affidamento per avere ottenere mutui da parte della banche: ecco che

allora che calando il valore degli immobili le banche sono spinte a

rinegoziare i mutui concessi a condizioni più onerose. Nei prossimi 12

mesi, spiega Roubini, sarà rinegoziato l’equivalente di 1000 miliardi di

mutui a tasso variabile attraverso un aumento sostanzioso dei tassi di

interesse e le famiglie che non saranno in grado di pagare dovranno

vendere le proprie case a prezzi stracciati, cosa che, d’altro canto,

farà aumentare l’offerta di immobili sul mercato facendone calare

ulteriormente i prezzi.


Ma la crisi immobiliare – che rappresenta solo il 5% del pil americano –

sta trascinando altri settori, come tutti i beni durevoli legati alla

casa (mobili, ecc.) e il manifatturiero, mentre farà calare i consumi

delle famiglie indebitate. Per non parlare dei licenziamenti da parte

della banche che non riescono a rientrare nei propri crediti e di tutti

i settori colpiti. In agosto il numero degli occupati è calato per la

prima volta. Quindi non si tratta solo di un problema di liquidità

(mancanza di denaro in circolazione nei circuiti delle finanza), per il

quale basterebbe qualche iniezione di denaro fresco da parte della banca

centrale (politica monetaria), ma siamo di fronte ad un problema di

credito, causato dalle numerose insolvenze, per il quale la politica

monetaria serve a poco. Secondo Rubini infatti, le banche utilizzeranno

le iniezioni di liquidità per accumulare riserve e non per concede nuovi

crediti ai settori in sofferenza a causa degli alti tassi.


Infine non bisogna trascurare il fattore incertezza, che condizionerà

qualunque scelta di investimento: nessuno sa esattamente a quanto

ammontano e ammonteranno le perdite del settore creditizio (forse 100

miliardi di dollari, ma molto dipenderà anche dal deprezzamento della

“l’atterraggio” dell’economia americana sarà traumatico e, visto che gliu003cbr />Usa rappresentano il 25% del Pil mondiale e hanno vincoli molto strettiu003cbr />copn il resto del mondo, c’è il rischio reale di un contagio a livellou003cbr />globale. R.C.u003cbr />u003cbr />u003cbr />u003cbr />u003cbr />u003cbr />Venerdì, 14 settembre 2007u003cbr />u003cbr />*E’ l’estate della finanza*u003cbr />u003cbr />/Di seguito l’intervento di Antonio Tricarico, coordinatore dellau003cbr />Campagna per la riforma della Banca mondiale (Crbm) al convengo diu003cbr />Sbilanciamoci/u003cbr />u003cbr />E’ stata l’estate della finanza, senza dubbio. Non solo perché l’anno diu003cbr />lavoro si è chiuso con una riassestamento definitivo ed epocale delu003cbr />panorama bancario italiano – con le due mega fusioni e la creazione delu003cbr />trio italiano nella finanza globale, IntesaIMI, Unicredit-Capitalia,u003cbr />accanto alla già rilanciata Generali. Il mese di agosto è stato dominatou003cbr />dai timori della crisi finanziaria dei mutui sub-prime americani,u003cbr />cartolarizzati con molta allegria e poi crollati in seguito allo scoppiou003cbr />della bolla speculativa che ha gonfiato in maniera chiara a tutti peru003cbr />alcuni anni il mercato immobiliare a stelle e strisce. Decine diu003cbr />miliardi di Euro bruciati dalla Banca centrale americana e da quellau003cbr />europea – che si sono mosse in un tandem senza precedenti – per arginareu003cbr />il propagarsi della crisi al mercato del credito più in generale e cosìu003cbr />all’

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