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La forza della non violenza E-mail

Tra le molte convinzioni che caratterizzano la ricerca di stabilità dell’uomo contemporaneo vi è quella che la non violenza caratterizzi per lo più comportamenti a basso raggio di azione. Si pensa cioè che le azioni non-violente siano per loro natura poco o per nulla efficaci.

Non è così.

La non violenza è un modo violento di agire, o meglio di svolgere un’azione nei confronti della società. Se ci soffermiamo sul significato della parola violenza leggeremo “forza impetuosa e non controllata” e più avanti “implica un senso di coercizione operato su altri”.

Se questa è la violenza, la sua negazione non implica una minore forza ma al contrario l’utilizzo di una forza controllata.


Nel controllo sta la differenza tra violenza e non violenza e non nella misurazione dell’intensità. La forza senza controllo è quelle cieca della natura che ingloba o distrugge (o si distrugge in uno dei due tentativi). La forza controllata è quella che ottiene un risultato preservando sé stessa, adattandosi senza perdere la propria identità e purtuttavia raggiungendo lo scopo.


Fuor di metafora, perché la non violenza è tanto facile da dichiarare e tanto difficile da attuare?

A mio avviso le popolazioni occidentali sono, inconsapevolmente, drogate di funzional- strutturalismo. La faccio breve e banalizzo: tutti almeno una volta non abbiamo pensato ad esempio “se sono Cristiano è perché sono nato in Italia, se fossi nato in India sarei Induista”?


Questo significa pensare che la società ci plasma in una maniera incontrollabile e ineluttabile, ma non è così. Tale atteggiamento è la base per una morte morale e intellettuale. Da tali assunti si fa presto a dire “sono: violento/intollerante/razzista etc… perché è la società che mi ha plasmato così.

Ecco allora che per la non violenza è essenziale l’auto controllo, l’incanalare consapevolmente un forza che altrimenti risolverebbe come una piena il suo corso nella distruzione o nell’inglobamento di ciò con cui viene in contatto e che è destinata a morire una volta finito il suo impeto.


Basta leggere i giornali per capire come, ad esempio la questione dell’immigrazione e delle minoranze etniche si adatti a quanto detto sinora. Le due fazioni meno impegnate vorrebbero trattare le minoranze come una piena: inglobarle (riducendole a sé stessa) oppure distruggerle.


Perché accade questo?


Perché il ragionamento a cui accennavo prima manda in corto circuito un intero mo(n)do di pensare. Se l’assunto di base è: “sono così perché non potrei essere altrimenti” la presenza di qualcosa o qualcuno di differente da sé dovrebbe implicare o l’assorbimento nel tessuto sociale che mi ha causato oppure l’eliminazione da quel tessuto sociale come entità estranea.


Quel che succede è che chi la pensa così non vede avverarsi nessuna delle due situazioni e vede ciò che la sua teoria non reputava possibile. Esistono comunità, comunità “altre” (in questo caso religiose, ma potrebbero essere tifoserie, partiti, movimenti…) comunità che continuano ad esistere pur non avendone la possibilità teorica.


La non violenza ha, da sempre, molto in comune con le minoranze essendo essa stessa una minoranza, ma con due vantaggi: essere trasversale rispetto alle altre categorie, e soprattutto avere una scopo che impatta sulle altre categorie.

Ecco perché la non-violenza è, involontariamente, violenta. Pone degli interrogativi scomodi del tipo: “Perché non funziona la mia teoria? In tanti la pensiamo così”.

Eppure la scienza, come ci insegna Galileo, non è democratica. L’idea giusta può essere della minoranza.


Ad virtutem contendimus, inter vitia districti.

http://light-tech.blogspot.com/

Nekuia (Simone De Bellis)

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