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Ernesto Teodoro Moneta, la febbre dell'idea E-mail
Scritto da daniela tuscano   

L'anno appena concluso ha festeggiato il centenario del Nobel per la Pace all'unico italiano: Moneta il garibaldino, Moneta il giornalista, Moneta il "filantropo" - per usare uno scialbo e pietistico termine che in nulla definisce il peso e il pondo di un'esistenza contrassegnata dall'impegno e dalla condivisione appassionata, totale, ferma e decisa.

Un'esistenza di consapevolezza, in cui la pace non si poteva che coniugare con la giustizia, pena restare un sogno romantico per pie nobildonne. Moneta è tutto questo e anche di più. Come tutti i personaggi unici, sfugge a categorie preconfezionate. L'hanno chiamato il padre del pacifismo italiano. Fra i primi a rendersi conto che per evitare i conflitti occorreva un arbitrato internazionale, vincolante per i governi che la sottoscrivevano.

Il crispino che si opponeva con forza alla guerra d'Etiopia, e al colonialismo in genere, difendendo il diritto dei popoli all'auto-determinazione in un periodo in cui trionfavano - oggi come allora - le logiche dello scontro di civiltà, i deliri di supremazia culturale e razziale, la futuristica aspirazione al sangue come "sola igiene del mondo".

Ottocento anch'esso. Un Ottocento strappato all'oleografia dei vecchi cappelli, dei favoriti e dei crumiri, di quell'eleganza impolverata e goffa, di quella boria sabauda, degli sguardi impettiti di fumosi dagherrotipi. I baffi di Moneta. Lunghi, bianchi, mai giovani. Ma niente di polveroso, nessuna delle care cose di pessimo gusto dietro lo sguardo scintillante e profondo, strappato alla retorica e incarnato nel suo eroe Garibaldi finalmente compreso e umano. Moneta che, in anticipo sui nostri ambientalisti d'accatto, organizzava biciclettate nei parchi. E sempre per lei, per la pace. Moneta che voleva raggiungere tutti col suo pugnace e leggero cavallo d'acciaio.


Moneta, anche, il milanese. Di quella Milano cavallottiana e turatiana, e - perché no? - di quell'operosità cattolica che guarda all'altro e tutto congloba nel suo abbraccio nebbioso ma schietto. Ma, nella sua città, non se n'è accorto nessuno. L'hanno infatti celebrato a Sanremo, naturalmente alla villa Nobel. Non un caso, visto il cosmopolitismo di Moneta, che alla commemorazione fosse presente anche Shirin Ebadi e l'Orchestra Sinfonica di Nazareth, composta - come quella gerosolimitana di Barenboim - da musicisti israeliani e palestinesi. Più di un simbolo.


Tutto ovviamente ignorato dalla nostra sindachessa Moratti, alla quale la parola "pace" suscita strani brividi, turba i sonni da brava signora, le insinua persino il dubbio serpentino di qualche lascivia poco virile. Pace, roba da comunisti, anzi da radicali, da smidollati, da foffi. Moneta, chi era costui? Resta un nome periferico in una zona periferica, nel grigiore di Affori, tra la miserabile decrepitezza delle erbacce, coperta di noia e fango. Che s'apre in vuoti spazi di depositi, di autocarri maleodoranti, di bovisasco grigiore. No, troppo impegnata, la sindachessa, a cacciare gli alunni extracomunitari dalle "ariane" scuole in salsa legaiola per ricordarsi - o, forse, per informarsi - su Moneta.


Ernesto - nome sabiano - non se ne avrà comunque a male. Nonostante tutto. Forse preferisce restare proprio lì, tra le altane ammonticchiate di rifiuti ormai stranieri, in mezzo a quei marginali per i quali s'era battuto. Spunta di nuovo, forse, ancora in bicicletta, trafelato e socratico, d'una sagacia ambrosiano-brianzola, "semper sui rutài", sempre sulle rotaie, lento come il "tramway" di periferia, ma inesorabile, continuo, rullante come un caterpillar. Lui, paziente e austero, perdonerà. Noi, rimorso però ne proviamo. Di lasciarlo su una lapide screpolata, non ce la sentiamo. Non ora, poi. Perché comunque ben misero è un mondo che oltrepassa una febbre. Quella febbre, per dirla con le parole di Ada Negri, "che mina il corpo e l'anima arroventa/Che è più forte del bacio e della vita/La febbre dell'idea".

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