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Arte e nonviolenza E-mail
Scritto da Simone Casu   

 Che relazione vi è tra l’agire, il pensare e il sentire artistico e quello nonviolento? C’è un senso di ricerca e di soddisfazione profonda tra le due discipline.

 

Se è vero che l’espressione artistica aiuta a conoscere se stessi, a sviluppare una maggiore attenzione, a rilassare e a modificare contenuti profondi in chi la fa, se è vero che chi fa arte ha un senso di profonda soddisfazione e di piacere queste sono conquiste che si ottengono anche in un percorso di vita nonviolento.

 

Se essere artisti non è solamente creare opere d’arte ma anche u atteggiamento vitale di fronte alla vita, un sentimento che influenza tutti gli aspetti del vivere da quelli quotidiani a quelli più eccezionali, la similitudine tra arte e nonviolenza i fa sempre più marcata.

 

Potremo dire che se l’estetica è obbiettivo dell’arte, che vede nella bellezza il raggiungimento di un livello più profondo di essere in armonia e in sintonia con l’universo, anche per il cammino non violento vi è una bellezza, forse più morale ed etica che nell’arte, che pone al centro il rapporto tra me e il mondo, tra l’io e il noi, tra il Se e l’essere e lo intende curare come se fosse una musica, un quadro, una danza o una poesia. L’opera d’arte per il nonviolento è l’insieme di comportamenti interni ed esterni, che si vanno modificando e cambiando in base ad una necessità morale che potremo chiamare l’estetica o la bellezza dell’essere al mondo.

Ma non tutto è similitudine, ad esempio nell’arte attuale vi è il perseguimento dell’individualismo, dell’isolamento piuttosto che la condivisione, alla sofferenza piuttosto che la felicità, al disadattamento sociale più che al cambiamento crescente per modificare l’ambiente in cui si vive, vi è come una rinuncia alla partecipazione sociale mentre chi sceglie un percorso nonviolento, solitamente si pone verso il mondo con un atteggiamento di apertura, di comprensione, crede che sia giusto partecipare e che sia possibile cambiare la società a partire da se stessi.

Per cui non si può associare l’arte alla nonviolenza così facilmente. Anzi non si tratta di arte, che è cosa tanto oscura, ambigua e differente a seconda di chi la pratica, ma di un atteggiamento vitale che si può riscontrare in un artista come no. Allora il connubio più corretto è in relazione al valore che si da all’arte e non all’arte in se stessa che forse è solo utopia e astrazione. Si tratta in fondo di comportamenti umani, e quindi di scelte vitali che gli artisti possono fare o non fare in una direzione nonviolenta. Non credo ci sia un’arte nonviolenta o violenta a prescindere dal comportamento dell’artista che la creata. Se l’artista è violento, e ci sono innumerevoli casi nella storia dell’arte di artisti che moralmente ed eticamente erano spiccatamente violenti, in combutta col potere, guerrafondai, disonesti, attaccabrighe, ecc., che non si può definire una categoria così ampia in senso violento o nonviolento. Dire l’arte è come dire l’ingegneria, di per se non è ne violenta e ne nonviolenta, ma gli artisti e gli ingegneri, sì loro possono scegliere e scelgono la direzione che vogliono dare alla loro vita e alla loro arte.

Visto in questo modo potrebbe sembrare più un evento sulla nonviolenza che sull’arte. Diciamo che è un evento promosso e fatto da artisti nonviolenti, o meglio che aspirano ad esserlo. E cosa faranno gli artisti nonviolenti di diverso da quelli violenti? Non tanto nei comportamenti sociali o con se stessi, che possono essere simili o uguali a tutte le persone che sviluppano la nonviolenza, ma le loro creazioni. Esteticamente come si può esprimere questo sentimento, questa sensibilità?

Arte e Nonviolenza è appunto un evento creativo in cui si cerca anche un corrispettivo estetico della nonviolenza, un suo apparire in un modo piuttosto che in un’altro. Quale sia o sarà questo modo non si può sapere e neanche credo che si debba cercare un modello estetico nonviolento, un’arte nonviolenta. Sarebbe una forzatura, un’intellettuale e vuoto manifesto artistico.

Parliamo invece di esperienze umane profonde e alte, nel senso morale e della luminosità interna. Esperienze che sappiamo sono legate ad un processo di riconciliazione, di superamento del risentimento, di solidarietà, compassione e lotta contro la violenza. Cosa producono queste esperienze nelle persone in questo caso negli artisti che aderiscono all’evento?

Si tratta di un’arte che esprime tali esperienze, in questo atteggiamento possiamo dire che si sta sviluppando l’arte nonviolenta. Un’arte che pone come modello e fonte di ispirazione creativa l’esperienza nonviolenta, sceglie di rappresentare, tra le tante esperienze anche negative e violente, solo alcune cose le più belle, le più alte, quelle che ritiene interessanti da comunicare e trasmettere attraverso l’arte.

E chissà, magari questa energia liberata dall’azione unitiva nonviolenta ci porterà a frequentare luoghi mai visti, udire suoni incredibili e celestiali, comporre versi sublimi e meravigliosi. Non è assolutamente da escludere ciò anzi dovrebbe essere un motivo in più per lavorare con la nonviolenza, un motivo non solo morale ma anche creativo, di alta ispirazione divina e sacra.

 

Arte e nonviolenza unite nella ricerca del bello nella sua essenza più luminosa, chiara e irradiante.

 

 

Cito per l’occasione uno scritto di Joyce:

 

 

«Per concludere quanto stavo dicendo sulla bellezza», disse Stephen, «i più soddisfacenti rapporti del sensibile devono pertanto corrispondere alle fasi necessarie della percezione artistica. Tro­vate queste, si troveranno le qualità della bellezza universale. San Tommaso dice: Ad pulchritudinem trìa requiruntum integritas, consonantia, claritas. Io traduco così: tre sono le condizioni del bello, l'interezza, l'armonia e lo splendore. Corrispondono queste condi­zioni alle fasi della percezione? Mi stai seguendo?»

 

«Certo che ti seguo», disse Lynch. «Se credi che abbia un'intelli­genza escrementizia, corri appresso a Donovan e chiedigli di ascoltarti.»

 

Stephen indicò un cesto che un garzone di macellaio si era ficca­to in testa a rovescio.

 

«Guarda quel cesto», disse.

 

«Lo vedo», disse Lynch.

 

«Per vedere quel cesto», disse Stephen, «la tua mente prima di tutto separa il cesto dal resto dell'universo visibile che non è quel cesto. La prima fase della percezione è una linea di demarcazione tracciata intorno all'oggetto da percepire. Un'immagine estetica ci è presentata o nello spazio o nel tempo. Quello che è auditivo ci è presentato nel tempo, quello che è visivo, nello spazio. Ma, tem­porale o spaziale, l'immagine estetica è dapprima percepita chia­ramente come un insieme, limitato e contenuto in sé, sullo sfondo incommensurabile dello spazio o del tempo che non è quest'im­magine. La percepisci come una cosa. La vedi come un tutto. Ne percepisci l'interezza. Questa è integritas.»

 

«Bel colpo!», disse Lynch, ridendo. «Vai avanti.»

 

«Poi», disse Stephen, «passi da un punto all'altro, guidato dalle sue linee formali, percepisci l'immagine come un equilibrio di ogni parte con l'altra entro i suoi limiti, senti il ritmo della sua struttura. In altre parole, la sintesi della sensazione immediata è seguita dall'analisi della percezione. Avendo dapprima sentito che la cosa è una, ora senti che è una cosa. La percepisci complessa, multipla, divisibile, separabile, composta dalle sue parti, risultato e somma di tali parti, armoniosa. Questa è la consonantia.»

 

«Altro bel colpo!», disse Lynch facendo lo spiritoso. «Dimmi ades­so cos'è la claritas e il sigaro è tuo.»

 

«Il significato della parola», disse Stephen, «è piuttosto vago. San Tommaso usa un termine che sembra inesatto. Mi ha sconcer­tato a lungo. Potrebbe farti credere che avesse in mente il simbo­lismo o l'idealismo, essendo la qualità suprema della bellezza una luce da un altro mondo, l'idea di cui la materia non è che l'ombra, la realtà di cui essa non è che il simbolo. Ho pensato che forse san Tommaso intendesse per claritas la scoperta artistica e la rappre­sentazione del divino disegno in ogni cosa oppure una forza gene-realizzatrice che facesse dell'immagine estetica un'immagine uni­versale, le facesse superare in splendore la sua stessa natura. Ma queste sono chiacchiere da letterati. Io penso che sia così. Quando hai percepito quel cesto come una cosa e l'hai poi analizzato se­condo la sua forma e percepito come cosa, fai l'unica sintesi che sia logicamente ed esteticamente ammissibile. Vedi che è quella cosa che è e nessun'altra. Lo splendore di cui parla san Tommaso è la quidditas scolastica, l'essenza di una cosa. Tale qualità supre­ma viene sentita dall'artista, non appena la sua immaginazione concepisce l'immagine estetica. Shelley ha meravigliosamente pa­ragonato la mente in quel misterioso istante a un carbone che si spegne. L'istante in cui quella qualità suprema della bellezza, il lu­minoso splendore dell'immagine estetica, viene percepita limpi­damente dalla mente, arrestata dalla sua interezza e affascinata dalla sua armonia, quell'istante è la limpida, silenziosa stasi del piacere estetico, uno stato spirituale molto simile a quella condi­zione cardiaca che il fisiologo italiano Luigi Galvani, con una frase bella quasi quanto quella di Shelley, ha chiamato l'incanto del cuore.»

 

Stephen fece una pausa e, sebbene il compagno non parlasse, sentì che le sue parole avevano evocato intorno un silenzio incan­tato di pensiero.

 


Tratta da: James Joyce


Allora si è detto: tre sono le condizioni del bello, l'interezza, l'armonia e lo splendore. Come si possono percepire questi elementi se si è abbruttiti dalla violenza? La schizofrenia e contraddizione sono caratteristiche che si ritrovano spesso in uomini di genio, teste di cazzo scorbutici e irriverenti da una parte, e geniali e celestiali creatori di opere di estrema bellezza. Chissà se è proprio vero, chissà se è possibile un tale contrasto in una persona e se le due parti non si influenzino a vicenda anzi che rimanere nettamente separate.

Comunque sia sembrerebbe più coerente che chi cercasse nell’arte che crea l'interezza, l'armonia e lo splendore questa ricerca non possa rimanere emarginata al solo agire artistico. Per me è decisamente più facile se questo obiettivo così difficile da raggiungere fosse in tutti i momenti e ambienti della mia vita. Credo che l’artista nonviolento possa avere questa come caratteristica distintiva: la ricerca di una coerenza profonda tra la sua arte e la sua vita nel mondo.


Allora forse tra arte e nonviolenza non ci sarebbe nessuna differenza e sarebbero l’una dentro l’altra e viceversa come un TAO che vive della sua continua crescita, in cui metamorfosi dopo metamorfosi, ciclo dopo ciclo si sostengono a vicenda.

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