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Coscienza e fuga E-mail
Scritto da ANTS Artisti nonviolenti   

Il tema ci presenta due questioni differenti in principio, però in realtà si tratta di una sola questione, poiché la fuga è una particolare situazione della coscienza, così che il tema si può enunciare meglio come la coscienza in situazione di fuga. Tuttavia, ai fini della esposizione, li affronteremo separatamente, per giungere poi al punto sopra menzionato....

Il tema ci presenta due questioni differenti in principio, però in realtà si tratta di una sola questione, poiché la fuga è una particolare situazione della coscienza, così che il tema si può enunciare meglio come la coscienza in situazione di fuga. Tuttavia, ai fini della esposizione, li affronteremo separatamente, per giungere poi al punto sopra menzionato.


COSCIENZA

Ovviamente non siamo di fronte ad un tema facile da trattare; tuttavia proveremo. C'è chi si esprime sul tema dicendo: "La coscienza si conosce solo quando la si ha". E non è sbagliato dal punto di vista dell'esperienza; in effetti vi sono momenti di coscienza della coscienza che ci fanno comprendere meglio a che cosa ci riferiamo.

 

Altri spiegano che la coscienza è specialmente coscienza di sé. Ossia che non esisterebbe coscienza isolata, ma strutturata. Anche questo è valido dal punto di vista degli oggetti e degli atti di coscienza.

 

Questo tema della coscienza si può comprendere più facilmente attraverso una esperienza quotidiana che suole passare inosservata; ci riferiamo al semplice "rendersi conto" di qualcosa. È in questa esperienza che incomincia la coscienza. Ciò di cui non ci rendiamo conto, ciò di cui non siamo neppure

informati, non siamo coscienti, ed è ignorato da parte nostra, non è parte della nostra realtà. Questi atti

di "rendersi conto" si strutturano in gruppi, in successioni, e così vanno conformando momenti di coscienza maggiori, i quali a loro volta si fanno più superficiali o profondi, dandoci gradi di coscienza. Tuttavia non è specialmente "quello di cui ci rendiamo conto" ciò che ci dà la indicazione del grado di

coscienza, ma piuttosto il ripetersi del "rendersi conto" e così, quante più volte ci si rende conto, tanti più elementi saranno avvertiti; però insistendo, è nella capacità di rendersi conto (in momenti ed in profondità) ciò che ci darà la possibilità della nostra maggiore coscienza.

 


Continuando nella esposizione, si può dire che nell'atto di rendersi conto incomincia ad essere tangibile la coscienza; poi, all'aumentare della frequenza e del tono, la coscienza si amplia in profondità e in prospettiva. In altri termini: c'è una quantità di atti di coscienza ed una qualità degli stessi. Alla prima si riferisce la "frequenza" e alla seconda si riferisce il "tono".

 

Questo inizio di spiegazione ci è servito per avvicinarci al tema. Ora sorge una domanda, o varie forse: "Come si dà l'atto di rendersi conto ?" poi "Com'è che uno si rende conto?" e anche "Da dove uno si rende conto?".

 

L'atto di coscienza si dà per intersezione di attività mentali. Queste attività sono temporali, dinamiche, mobili, ed hanno una durata. Così il ricordare (una attività) si relaziona -in un momento- con il futurizzare (altra attività) e nasce nel presente l'atto del rendersi conto. Ossia, se ci fosse solo una direzione - o futuro o passato- non vi sarebbe presente e non sorgerebbe la coscienza in quel momento. Da questa prospettiva è chiaro che la coscienza non è statica, ma è essenzialmente dinamica, temporale e infine storica. In seguito la coscienza si esplica in relazione a sè stessa e non in relazione ad oggetti (temi, elementi, dati etc.). A prova di ciò si può osservare che gli oggetti di coscienza variano a causa della capacità della coscienza stessa, non per l'azione degli oggetti. Per esempio: qualcuno guarda un albero; poi dalla coscienza sorge un atto per accogliere questo "oggetto" (previamente analizzato dai sensi e organizzato dalla percezione).

 

Così l'albero "è preso in considerazione", siamo coscienti di questo oggetto. Se al contrario siamo distratti e la coscienza futurizza o ricorda, l'albero non si farebbe mai presente. Bene, ora ci siamo resi conto dell'albero, ora chiudiamo gli occhi e immaginiamo l'albero (non abbiamo più bisogno di vederlo con gli occhi). In questo momento l'oggetto di coscienza è lo stesso albero però...immaginato! L'oggetto è ora immaginario (basato sul dato fisico di averlo visto) e ovviamente è di qualità differente. Ma quello che non è cambiato è la presentazione di atti di coscienza diretti a oggetti (ora fisici, ora immaginari), e qui ci fermiamo perché potremmo andare ancora oltre in questo processo di convertire gli oggetti in altri di differente qualità, perché quello che noi sappiamo è che malgrado gli oggetti cambino enormemente, gli atti sempre appaiono permanentemente e diretti verso oggetti (qualsiasi essi siano). Questa tendenza è anche chiamata intenzionalità della coscienza ed è il fondamento di coloro che spiegano che la coscienza è fondamentalmente "coscienza-di".

 

Compreso questo si presenta un'altra situazione non meno interessante.

 

È la seguente: improvvisamente un atto di coscienza si trasforma in oggetto per un altro atto; cioè "mi rendo conto che mi rendo conto". Qui, in questo momento, la coscienza si è resa conto di sè stessa, si è fatta coscienza di sè. Però in un momento; nella misura in cui questi momenti si strutturano e aumentano, il fatto che la coscienza si renda conto di sè stessa, della propria esistenza diciamo, del fatto che esiste anche per lei, le permette di fare una serie di variazioni prima impossibili. Fermandoci qui possiamo comprendere il "come uno si rende conto", attraverso questo gioco dinamico di atti e oggetti che permettono di congiungersi in un dato momento, producendo il fatto di avvertire, di rendersi conto.

 

E alla domanda "Da dove?", possiamo rispondere con la stessa meccanica che abbiamo scoperto: uno si rende conto da un altro atto mentale. Quest'altro atto è temporalmente distinto; è come se dicessimo "ci si rende conto da un altro momento di coscienza" e qui il tempo, la temporalità dentro la propria mente acquisisce un aspetto molto importante.

 

Riprendendo la questione della coscienza di sé, vediamo che è una cosa semplice, che corrisponde al fatto che la coscienza si rende conto di sé stessa come di un altro oggetto, cioè : "è oggetto di sé stessa"; qui prende rilievo il vocabolo auto-coscienza. È in questo momento che la menzionata capacità di coscienza si può comprendere più adeguatamente.

 

Tutto questo giro ci ha permesso di capire che la coscienza ha capacità di autonomia, non dipende dagli oggetti, ma può essere oggetto di sé stessa. Però sempre si dirigerà verso oggetti, sia fisici sia immaginari o in generale rappresentazioni. Tuttavia questo "sempre " resta in sospeso per quelle che si chiamano "condizioni elevate di coscienza". Ora, la coscienza scoperta da sé stessa, è un tema di investigazione come qualsiasi altro. Così appaiono due zone ben distinte: ciò che la coscienza è in sé stessa, e tutto ciò che è per la coscienza. Queste questioni si pongono separate, però hanno a che vedere fra di loro, e perciò si strutturano; e così "mondo" (ciò che la coscienza non è) si struttura con la coscienza (ciò che la coscienza è in sé stessa).

 

Senza contare che tutto quanto esposto è una complicazione, è importante giungere a questo punto in cui la coscienza si struttura con il mondo, perché è esattamente in questo angolo che sorgerà la fuga, disarticolando (o almeno cercando di farlo) la struttura scoperta. Così la coscienza in situazione di fuga è il tentativo di rompere la struttura mondo-coscienza. E qui, nella partenza, si affoga il tentativo : non si può rompere la struttura coscienza-mondo senza rompere la coscienza. Perché se si rompe il mondo (benché sia difficile) la coscienza continua, e se si rompe la coscienza il mondo continua (anche se non per quella coscienza, ma per altre). Questo è grave, perché la fuga porterà indiscutibilmente, indubitabilmente, ad un processo di distruzione, che nel caso dell'uomo con sé stesso sarà auto-distruzione, e nel caso che si proietti, è distruzione del mondo, e proseguendo con questo arriveremo a qualcosa di apparentemente insolito: la fuga è, in principio, la base della violenza.

 


FUGA.

Se quanto detto prima è approssimativamente corretto, la fuga attuerà nel punto di relazione della coscienza con il mondo. Questo potrà avvenire a partire dalla intenzionalità della coscienza che è lo strumento con cui si connette. Così, la intenzionalità della coscienza in fuga prende una modalità tipica, caratteristica della fuga. Questa caratteristica tipica non è altro che la deformazione tendenziosa della struttura coscienza-mondo. Ed è una deformazione intenzionale, perché è la coscienza in fuga quella che lancia una intenzionalità di distorsione, e così si struttura tutto un mondo in intenzione-di-fuga.

 

Ovvero, uno non fugge da qualcosa in particolare, ma direttamente fugge in generale, fugge totalmente. È la struttura "io e ciò che mi circonda" che è l'oggetto della fuga. E, come balza all'occhio, stiamo in una situazione impossibile, in una situazione che non va né viene, una situazione in cui il cacciatore è caduto vittima della sua stessa trappola; la coscienza e l'io sono incastrati. Di lì la sensazione di vicolo cieco o, in altri termini, di mancanza di futuro. Non c'è futuro per la coscienza del fuggiasco, però c'è!, la fuga vuole negare, vuole disinteressarsi, ma non può perchè sempre esistono atti e oggetti di coscienza. E come si produce la coscienza di sè nella fuga? È la coscienza-della-fuga, e pertanto non c'è coscienza di sè ma al contrario dimenticanza- di-sè, e a volte neppure questo; c'è in-coscienza-di-sè.

 

Proseguiamo riconoscendo che il tema è complesso e che ci stiamo avvicinando come un equilibrista sulla corda, col pericolo di cadere ad ogni passo; cioè col pericolo di sbagliarci. Però, proseguendo, dovremo vedere quali elementi legano la coscienza in fuga, impedendo il suo obiettivo di scappare effettivamente.  Gli elementi che lo impediscono sono gli stessi che partecipano della struttura permanente coscienza-mondo. Spieghiamo: gli atti di coscienza non si possono abbandonare così semplicemente e nemmeno i dati in ingresso alla coscienza. Ma non è questa sottigliezza quella che percepisce il fuggiasco, né altre simili, bensì altre di maggior "densità", come le sensazioni che provengono dal corpo. È per questo che il cavallo di battaglia è costituito dal corpo e dalla sua sensazione.

 

Attraverso la sensazione la coscienza può annebbiarsi, può preoccuparsi di ciò che sente, che gusta, tocca o guarda e si cercherà di riempire di sensazioni affinché la coscienza sia occupata con questo, e così non abbia la possibilità di "rendersi conto" di sé stessa e attraverso quello della situazione. Ossia, il fuggiasco cerca di ostacolare, di tappare la coscienza, mediante un eccesso di dati sensoriali, il che, come sappiamo, produce illusioni e allucinazioni. Appaiono così nella coscienza contenuti strani, che diventano simbolici e di "realtà" eccessivamente soggettiva. Ora sono gli oggetti - sensazionali- che prendono vita propria e possiedono la coscienza. Il soggetto si sente "osservato" dagli oggetti; quando questi siano fisici, sono utensili che "prendono vita propria" e si dirigono verso il soggetto (che dovrebbe maneggiarli) con una espressione soggettiva, parzializzata ed essenzialmente deformatrice; si dirigono verso il soggetto in un modo ostile, in un modo impertinente.

 

E che fa il fuggiasco di fronte a questo mondo di utensili che avanza verso di lui? Lui fa qualcosa, lui deve fare qualcosa!, che non è effettivo, perché agisce solo mentalmente, soggettivamente e non direttamente di fatto, poiché quel mettersi nel mondo è ciò che il fuggiasco nega. Con tutto questo organizza gesti, azioni, atti, che sono falsi, che non hanno possibilità contro l'avanzare del mondo utensile. Questo atto senza fondamento, vuoto, impotente, si chiama rito. 

 

Ora sarà un mondo in versione simbolica quello che si strutturerà con una coscienza annebbiata dalla stranezza dei suoi contenuti. E così, nell'esempio dell'albero visto precedentemente, non si tratterà solo di un albero qualsiasi, ma sarà molto "speciale", avrà "un non so che" che agisce, che respira, che trasmette; cioè è un medium, non si sa di che cosa, però "qualcosa fa", "qualcosa succede", esclama il fuggiasco nella sua totale incomprensione ed ignoranza. È per questo atteggiamento della coscienza, per i simboli mentali e gli oggetti "caricati" che si parla della coscienza magica. È magica perché agisce sul mondo-coscienza e questo che è struttura, appare come una sintesi, risultando così che tutto è magico, tutto è colorato da "un non so che inesplicabile", da "qualcosa impreciso da comprendere".  Se il corpo è l'interessato, la funzione che sarà attiva in questo caso è l'emozione, poiché è a partire da questa che si può sintetizzare. Sarà l'emozione la funzione appropriata per canalizzare le energie invertite dala fuga. Così la coscienza si "emoziona" (invece di relazionarsi per esempio) e sorge la nota "coscienza emozionata". Non può distinguere la coscienza. Atti e oggetti sono fusi nella stesa identificazione. Ossia, alla fuga si somma la identificazione e, invece di alleggerirsi di pesi, la coscienza scende e scende a situazioni ogni volta più impossibili.

 

Fra tutti i sentimenti che può sperimentare l'emozione, la paura sarà il più frequente nella situazione che spieghiamo. Ed è per questa identificazione, per questa sintesi, che tutto appare come pauroso. Il fuggiasco teme, e teme per la sua debolezza, per la sua cecità.

 

 

Riassumendo: la coscienza non distingue atti da oggetti; si produce la identificazione, ed inoltre si aumenta la distorsione per la presenza delle sensazioni; queste si ingrandiscono "annebbiando" la coscienza (così per esempio un rosso è tanto immenso da impedire di "vedere" che si tratta solo di un punto rossiccio nell'orizzonte).  È il corpo quello che inevitabilmente collegherà l’io con il mondo e per questo soffrirà; è per questo che il fuggiasco non mette il corpo nel mondo, ma al contrario lo toglie, fugge; cioè toglie il corpo dal mondo. Questo lo può fare solo talvolta, e tanto meno può sconnettere il corpo dalla coscienza. È per questo che si ammalerà, come tentativo larvato o evidente di cercare di distruggerlo. Si può vedere così (lecito come forma descrittiva) o semplicemente come concomitanza generalizzata. Togliere il corpo implica non voler agire in esso effettivamente, non voler comprendere scientificamente né agire tecnicamente.   Ovviamente questo avrà come risultante una condotta e avrà effetto sul tratto verso il prossimo. Incomincia allora l'isolamento! La fuga dal mondo degli utensili diventa ora fuga dal mondo umano. E questo è molto significativo perché in solitudine non c'è comunicazione; cioè non c’è intersoggettività.

 

Più chiaramente: se io mi rendo conto della mia situazione un altro, qualcuno, può farmelo avvertire. E chiaramente questo non sarà permesso dal fuggiasco che basicamente, fondamentalmente, non vuole rendersi conto di nulla. Per questo si isola, per questo cerca di separare la coscienza dal mondo accrescendo le sensazioni. Qui sarà la droga l'elemento adatto. La droga accresce questa "sensibilità", questo sensazionalismo esagerato, che è sconnessione dal mondo. La condotta è definitivamente rituale, per degradare il mondo che avanza; e si sente come paura, come timore, come impotenza di imporsi.

 

La fuga è un allontanarsi-da-sè e dal mondo. Per questo i progetti più impossibili sono due: autocoscienza e impegno con il mondo e con il prossimo. Perciò le dimenticanze, le rassegnazioni, le giustificazioni, l'incostanza e l'infedeltà saranno il repertorio più frequente del fuggiasco che vive di incidente in incidente, di deviazione in deviazione, di nullità in nullità.   Però la cosa non finisce qui. Il fuggiasco in questa grave situazione è incarcerato. Come è possibile? È possibile per questo particolare fuggiasco che si porta il carcere con sé. Perché lui, come abbiamo detto, non fugge da qualcosa, ma fugge in generale, costantemente, fugge da tutto. È diverso dal fuggiasco reale, che, fuggendo, lascia il carcere lascia il carcere dietro di sé e ha la libertà davanti. Il fuggiasco incarcerato (che paradosso!) ora incomincia ad aspettare; già ha perduto ogni capacità di fare, perché "tutto gli viene male" ed è troppo fare nuovi tentativi. Quindi aspetterà, aspetterà "qualcuno" o "qualcosa" che lo salvi, che lo liberi da questa situazione che lui non vuole abbandonare.  In questa aspettativa, in questo aspettare e non fare, si basa la credenza magica che "qualcosa di inaspettato e meraviglioso mi leverà di qui". Però il disperato continua in modo disonesto e imporrà "condizioni" per accettare di essere salvato, e il cerchio torna a chiudersi un'altra volta.  Ora non solo è in fuga, ma la sua dipendenza emotiva crescerà e diventerà dipendenza diretta, quando il fuggiasco proietti in qualcuno o qualcosa le sue possibilità di salvezza. Così questo qualcuno o qualcosa è "caricato" con valori incredibili che sono proprio quelli che mancano al fuggiasco. Il fuggiasco vedrà "semidei" negli uomini capaci, e forse "dei" negli uomini liberi. E questi a loro volta gli fanno paura perché mostrano ciò che il fuggiasco "non è", e per riflesso scopre ciò che non-è e ciò che vuole-essere. Però non potrà rompere questa aspettativa, questa illusione...

 

L'aspettativa e l'inerzia sono le basi della coscienza magica. Perché lui crede che qualcuno o qualcosa lo salverà(e per questo aspetta), perciò non deve fare altro che aspettare (così resta nell'inerzia di tutto quello che gli succede).  Per tutto questo non è difficile vedere il fuggiasco quieto, immobile, appartato e spento. L'aspettativa lo fa dipendere ogni volta di più, e l'inerzia e la mancanza di riflessi fanno sì che ricada ogni giorno, ogni momento nella coscienza in fuga.

 

Quanto spiegato si presenterà in modo diverso per ciascuno, con diversi gradi, con maggiore o minore ampiezza , dove la fuga e il magico appaiono come eccesso o residuo. Però in tutti i casi gli elementi descritti intervengono con maggiore o minore intensità. 

 

Così, la paura sarà il sentire di fondo; il rito (l'azione falsa) sarà il tentativo di degradare ciò che è pauroso. Poi l'aspettativa di uscire dalla situazione produrrà la crescita della dipendenza, da questo qualcuno o qualcosa "salvatore" che sarà caricato con i poteri che mancano al fuggiasco; questa attesa dell'aiuto lo farà rimandare in molti modi differenti, con un va e vieni di incidenti, di nullità in nullità.

 

 


LA COSCIENZA IN SITUAZIONE DI FUGA

Non vale la pena di diffondersi troppo. Il fuggiasco si dimentica di sé stesso, pertanto non riconosce quello che succede. Così si incatena ogni volta di più. Aggiungerà alla sua catena anello dopo anello, gridando infine la sua non- libertà. In altre parole, la fuga è il cammino della non liberazione, (perché cresce in dipendenza da tutto quello che si sfugge).

 

Sarà l'atto del riconoscimento, di accettarsi tal quale è di fronte ai propri occhi e a chi gli è vicino, l'unico atto che potrà toglierlo dal suo singolare carcere. Ricordiamo che lui aspetta qualcosa dall'esterno, da chi gli è vicino, dall'ambiente, tranne che da sé stesso. Così, chi voglia aiutare il fuggiasco, avrà come una preoccupazione quella di aiutarlo a rendersi conto di sé stesso, che si riconosca, perché lui si disconosce (questo di conoscere è qualcosa che il fuggiasco non potrà mai ottenere), perché il conoscere e l'essere cosciente sono concomitanze inseparabili. E ancora più l'autoconoscere e l'autoconoscenza.

 

Più specificamente, dire non-liberazione, cadere nelle zone basse di coscienza, è dire cadere nell'insogno e nel sonno profondo. Qui, la critica e l'autocritica si vanno annullando, è massima la perdita di prospettiva e la nozione dell'io e l'isolamento tendono ad essere immensi. Dire che si incentiva l'insogno implica anche che le energie regrediranno nei centri inferiori e resteranno nel sistema somatico, fissandosi e in fine straripando. È per questo che la base organica si danneggerà a causa delle tensioni energetiche male investite (parliamo di energia psichica). Qui il fuggiasco fisserà il suo ambito, presto incomincerà a sbadigliare e ci lascerà dormendo. Però non sarà sufficiente dormire o sbadigliare, piangere o gridare o impiegare qualsiasi altro rito quando l'ostilità del mondo-coscienza diventerà insopportabile; verrà lo svenimento "perdita di coscienza". Quando questo non avvenga, giungerà la ricerca della morte (negazione ultima della realtà mondo-coscienza); questa ricerca si farà per incidente o per suicidio.

 

 

Riassumendo, la situazione della coscienza in fuga è un cammino discendente dove la obnubilazione e la dimenticanza di sé sono le costanti.

 

La condotta rituale, l'attesa e la dipendenza emotiva le sue concomitanze. E infine la non-libertà sarà inevitabilmente il suo risultato. La fuga implica la coscienza magica e emozionale, ed implica inoltre la caduta nell'insogno verso il sonno profondo, che più tardi diventa pazzia e morte, e nel migliore dei casi stupidità.

 

 

È così che l'atto di riconoscimento-della-situazione è l'inizio di una elevazione e di una uscita effettiva dal caso descritto.  Magari volesse, il fuggiasco, uscire di lì, dal pozzo della sua cecità, perché allora c'è uscita e c'è soluzione; se non vuole, ben poco possiamo fare noi e lui.

 


fuga sociale e culturale

La versione sociale e culturale non ci presenterà un panorama molto differente da quello descritto a livello personale.  Il blocco sociale realizza una fuga in massa e installa la situazione di fuga nell'ambiente, tingendo così ogni attività, ogni messaggio, ogni fare, non sarà difficile trovare i segni della fuga in una società come la attuale. I feticci (oggetti ricaricati di significato) saranno gli ultimi ritrovati della tecnologia; i riti saranno i più antichi e la coscienza magica resta la base di ogni condotta.

 

Come si può vedere, la fuga è una regressione dell’energia psichica che riporta a fasi retrograde. Così vedremo come l'atteggiamento di fondo sarà di chiusura e d’incomunicazione. L'atteggiamento di apertura verso chi è vicino e verso tutti, è antitesi per il fuggiasco, che cerca di nascondersi nei suoi circoli viziosi, in una sopravvivenza oscura e senza uscita; il caos è il suo correlato sociale. Però la cosa non si ferma qui, la gente tenderà alla superstizione, alla falsa religiosità, con la ritualizzazione irrazionale che corrisponde. La prepotenza in generale fa proseliti e, dalle cose più insignificanti alle più importanti, sono guardate e colorate con questo tono superstizioso che non è preistorico ma attualizzato e non necessariamente primitivo. Non sarà quindi un "fulmine dal cielo" né strani "totem" ma apparati correnti quelli ritualizzati, fatti assidui saranno i riti ed i risultati gli stessi. Come si vede, la tematica ci porta molto lontano con le sue possibilità, però la lasceremo nelle sue implicanze culturali.

 

Non si deve pensare che la situazione di fuga impedisca all'uomo di creare ed organizzare un tipo di pensiero coerente all'interno dei propri limiti. Sarà poi tutta una valorizzazione, un modo di elaborare, di interpretare tutto il presente, quello che si imporrà come valore culturale, con tutte le corrispondenti credenze. Queste daranno ad una coscienza normale gli elementi per realizzare ogni elaborazione. Sorgono così correnti artistiche e scientifiche che indirizzano i fuggiaschi in quelle impressionanti correnti deviatorie le cui conseguenze sono facili da prevedere.

 

La fuga è la caduta della coscienza; la sua elaborazione è fondamentalmente degradatoria del significato “coscienza-di”, e così "l'attore" o "l'artista" o "l'intellettuale" sono le guide migliori per una massa che richiede leaders e idoli in tutte le categorie. Tanto nel campo politico o religioso che in quello culturale in generale, i leader che si imporranno saranno quelli che meglio sapranno incanalare la superstizione del momento. Il rito, i feticci e il credo che si impongano saranno quelli che agglutineranno le correnti sviatorie in modo ottimale.

 

Al di là di ogni espressione in auge nel mondo ufficiale, bisogna trovare la situazione comune di fuga, di lì si può vedere che tutto ciò che ha "successo" altro non è che il nucleo agglutinante della fuga. Né può essere diversamente, perché se fosse così agirebbe contro la fuga e a favore della coscientizzazione della gente. E come si può permettere che vengano in luce gli inganni di tutto un mondo ed una società avviati a una fuga incontrollata? Difficilmente a dire il vero.  Per tutto questo e per tutto quello che si potrebbe aggiungere, ogni amico della liberazione umana deve fare uso del senso critico e autocritico, svelando ciò che c'è dietro tutto ciò che risplende ed ha successo ai giorni nostri. Tutto ciò che affascina, che fa sensazione, è un ingresso alla superstizione con i suoi riti ed i suoi feticci; cioè, dietro stanno senza dubbio il vuoto doloroso, l'incoscienza, la nullità. Non dovremo credere troppo in tutto quello che ci giunge; il fuggiasco è anche un credulone esagerato che assimila i prestigi di moda, i valori privi di ogni veridicità.

 

Ogni vero "creatore" non lesina sforzi per disfarsi definitivamente del tono magico che caratterizza tutto il presente, e tanto meno risparmierà i tentativi di togliersi la coscienza emozionata che può restare nei casi migliori come un residuo quasi velato.  Nella attesa, nella dimenticanza di sé, in tutte le resistenze verso una visione nuova, si fa presente la fuga. Nella aspettativa eccessiva, nell'afferrarsi a schemi rigidi, nella mistificazione, nella sopravvalutazione di persone o oggetti (che siano utensili o astratti), in ogni adesione ideologica, in ogni appassionamento irrazionale, sta ammiccando la fuga.

 

Lì dove la luce non penetra, dove l’intelligenza si oscura e la dipendenza emotiva domina, continua ad essere presente la coscienza magica. Anche quando le nostre riflessioni aumentano, può tornare il ciclo dell'oscurantismo e della chiusura. Anche quando le illusioni svaniscono e il fallimento si presenta, il centro di gravità può continuare ad essere altrove, e l'aspettativa ipnotizzante può intervenire nuovamente. Anche un compito forzato può essere la maschera di una fuga sotterranea. E finalmente lì dove non si cerca la coscienza di sè, lì dove non si insiste nell'affermarla ed estenderla, continua l'oscuramento mentale.

 

 

Gli uomini vivono e muoiono addormentati e in fuga dalla realtà. È la sentenza ultima per una esistenza mondana ed è la premessa prima per motivare la elevazione della coscienza.

 


S I L O

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